Villa Farnesina ospita dal 27 gennaio oltre ottanta autografi che svelano il laboratorio creativo dei nostri maggiori autori. Un viaggio tra cancellature e ripensamenti, dal Medioevo al Novecento, per scoprire come nascono davvero i capolavori.
Il segreto nascosto dietro i classici
Quante volte, sfogliando un libro di Leopardi o rileggendo un canto dell’Ariosto, ci siamo chiesti cosa passasse nella testa dell’autore mentre scriveva quelle parole? Dietro ogni verso stampato si nasconde un mondo fatto di tentennamenti, correzioni notturne, parole cancellate e poi ripescate. Un processo che oggi, nell’epoca del copia-incolla e della scrittura digitale, rischia di diventare solo un lontano ricordo.
Per chi volesse toccare con mano questo mistero, l’Accademia Nazionale dei Lincei apre le porte di Villa Farnesina con una mostra che promette di far tremare le mani agli appassionati: “Come nascono i classici. Gli autografi della letteratura italiana“. Dal 27 gennaio al 25 aprile, Roma diventa il punto di ritrovo per chiunque voglia sbirciare nelle “storie segrete” dei nostri più grandi scrittori.
Ottomila manoscritti, vent’anni di ricerche
Non si tratta di una semplice esposizione. La mostra nasce da un progetto colossale durato vent’anni, “Autografi dei letterati italiani”, coordinato da Matteo Motolese ed Emilio Russo dell’Università La Sapienza.
Centinaia di studiosi, tra paleografi, filologi e storici della letteratura, hanno setacciato biblioteche, archivi privati e collezioni dimenticate per rintracciare e catalogare oltre ottomila manoscritti originali, dal Medioevo fino al Rinascimento. Il risultato è una mappa dettagliata del modo in cui i nostri autori lavoravano davvero, lontano dall’immagine idealizzata del genio che partorisce versi perfetti al primo colpo. L’iniziativa gode del sostegno della Fondazione Changes e si inserisce in un più ampio convegno internazionale che si terrà tra il 26 e il 28 gennaio. Sempre organizzato dall’Accademia dei Lincei e La Sapienza, servirà a fare il punto su due decenni di scoperte e aprire nuove strade di valorizzazione digitale.
Dalle correzioni di Boccaccio alla biro di Montale
Nelle sale di Villa Farnesina si trovano tesori che fanno venire i brividi anche ai non addetti ai lavori.
C’è il codice autografo in cui Giovanni Boccaccio trascrisse di suo pugno il Decameron, con tutte le sue piccole esitazioni. Ci sono i fogli originali di Ludovico Ariosto che lavorava agli ultimi canti dell’Orlando furioso, aggiungendo, limando, ripensando ogni ottava. E poi Giacomo Leopardi: il suo quaderno di lavoro per le Operette morali testimonia un’officina intellettuale in pieno fermento, dove le idee prendevano forma attraverso stratificazioni successive.
Ma forse il pezzo che colpisce di più è il taccuino tascabile di Eugenio Montale, quello dove annotò con una normalissima biro i versi destinati a diventare immortali: “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale”. Una biro qualunque, come quelle che ognuno di noi usa tutti i giorni, a ricordarci che anche i geni scrivono con strumenti banali.
Quando la perfezione era fatta a mano
Il percorso espositivo vuole scardinare un’idea che abbiamo in testa da sempre: quella del capolavoro come blocco monolitico, perfetto e intoccabile fin dalla prima stesura. Niente di più falso.
Ogni opera che studiamo a scuola porta addosso i segni di un travaglio creativo fatto di cancellature, aggiunte in margine, parole sostituite all’ultimo momento. La mostra invita ad entrare in questo laboratorio artigianale della scrittura, dove non esisteva il tasto “annulla” e ogni modifica lasciava una traccia indelebile sulla carta. Un approccio che oggi, tra tastiere e intelligenze artificiali, appare quasi archeologico ma che conserva un fascino irresistibile.
Vedere le esitazioni di Ariosto o i ripensamenti di Leopardi significa capire che la letteratura non nasce bella e pronta, ma si costruisce centimetro dopo centimetro, parola dopo parola.
Un patrimonio che parla al presente
La collaborazione tra istituzioni italiane e straniere ha reso possibile radunare materiali dispersi in vari angoli del mondo. Il comitato scientifico della mostra vede nomi di peso: Roberto Antonelli, Lina Bolzoni, Marco Cursi, Marco Mancini e altri ancora, tutti impegnati a far dialogare passato e futuro. Perché se è vero che i manoscritti appartengono a secoli lontani, il loro studio si sta spostando sempre più in ambito digitale.
Il convegno di fine gennaio servirà proprio a questo: capire come valorizzare questo patrimonio nell’era delle riproduzioni ad alta definizione e delle biblioteche virtuali, senza perdere il contatto fisico con la carta e l’inchiostro. Un equilibrio difficile ma necessario, per far sì che anche le generazioni cresciute con lo smartphone possano emozionarsi davanti a un foglio scritto cinque secoli fa.

Locandina evento
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