Un’indagine Altroconsumo fotografa un Paese diviso tra entusiasmo e diffidenza verso l’IA. Aumentano gli utilizzatori ma diminuisce la soddisfazione. Il divario generazionale resta ampio: competenti solo il 19% degli over 60.
L’IA entra nella vita quotidiana ma mancano le competenze
L’intelligenza artificiale è ormai uscita dai laboratori e dai dispositivi dove lavorava nell’ombra per diventare uno strumento quotidiano, accessibile a chiunque abbia uno smartphone o un computer. Eppure gli italiani non si sentono all’altezza: appena il 33% si ritiene competente nell’utilizzarla, una percentuale ben inferiore alla media europea che si attesta al 40%. È quanto emerge dall’indagine condotta da Altroconsumo su 2000 persone, nell’ambito del progetto Cep, in dieci Paesi europei.
Il dato italiano mostra comunque un lieve miglioramento rispetto all’anno precedente, con una crescita del 5%, ma resta evidente un problema di alfabetizzazione digitale. Il divario più marcato si registra tra generazioni: solo il 19% degli over 60 non professionalmente attivi si sente in grado di usare questi servizi, contro il 56% dei giovani tra 18 e 26 anni. Una forbice che rischia di lasciare indietro una fetta consistente della popolazione in un momento di trasformazione tecnologica accelerata.
Cresce la percezione dell’IA
Gli italiani percepiscono sempre più la presenza dell’intelligenza artificiale nella loro vita. L’ambito dove questa sensazione risulta più forte è quello dell’informazione e dei media. Tre persone su quattro ritengono che l’IA sia molto o abbastanza presente in questo settore, con un incremento del 6% rispetto al 2024. Un dato che non stupisce, considerando la diffusione di strumenti come ChatGpt, Gemini, AI Overview e Perplexity, utilizzati proprio per cercare informazioni e produrre contenuti.
Ma non è solo questione di notizie e ricerche online. La presenza dell’IA si fa sentire anche negli acquisti di prodotti, nella cultura e intrattenimento, e soprattutto nella formazione e istruzione, che insieme a salute, benessere e sport hanno registrato il balzo più significativo con un +7%.
Strumenti di apprendimento personalizzato, tutor virtuali e simulazioni di interrogazioni stanno cambiando il modo in cui si studia, anche se non sempre con la consapevolezza necessaria sui limiti di queste tecnologie.
Il paradosso dell’IA generativa
Il 48% degli italiani utilizza l’intelligenza artificiale generativa, quella capace di creare testi, immagini, video e audio partendo da semplici richieste. Rispetto al 2024 si registra un aumento impressionante del 20%, con il 14% che la usa spesso o quotidianamente. Tuttavia, mentre l’adozione cresce, la soddisfazione cala: solo il 55% si dichiara contento dei risultati ottenuti, il 3% in meno dell’anno precedente.
Probabilmente la fase dell’entusiasmo acritico è finita. Gli utenti hanno iniziato a rendersi conto che le risposte dell’IA non sono oro colato e che questi sistemi possono avere “allucinazioni”, ovvero fornire informazioni sbagliate o imprecise pur presentandole con sicurezza. La consapevolezza che serve spirito critico, verifica delle fonti e richieste ben formulate sta prendendo piede, anche se lentamente. L’IA funziona meglio come supporto che come fonte unica di verità o creatività.
Benefici limitati, preoccupazioni diffuse
Quando si tratta di valutare l’impatto concreto dell’intelligenza artificiale sulla propria vita, gli italiani mostrano scetticismo. La maggioranza, il 53%, risponde che non ha avuto nessun effetto particolare. Solo il 34% vede benefici concreti come il risparmio di tempo, una percentuale inferiore del 6% rispetto alla media degli altri Paesi europei coinvolti nell’indagine.
Il tema che divide maggiormente è la qualità dell’informazione: il 43% pensa che l’IA abbia un effetto positivo, ma il 26% ritiene invece che l’impatto sia negativo, citando le allucinazioni dei sistemi e soprattutto i deepfake, quei video, audio e immagini false create per disinformare o truffare. Sul fronte lavorativo la situazione è ancora più statica: il 68% non rileva alcun cambiamento, anche se i dati Istat mostrano che le imprese italiane stanno accelerando, con un raddoppio dell’uso dell’IA nel 2025 passato al 16%.
In tema di privacy, lavoro e manipolazione
Le preoccupazioni superano l’ottimismo quando si guarda al modo in cui l’IA viene utilizzata e alle sue conseguenze. Il 66% degli italiani teme i rischi di manipolazione dell’opinione pubblica attraverso la disinformazione facilitata da questi strumenti. La privacy è un altro nodo cruciale: il 58% è preoccupato per la sicurezza dei propri dati, consapevole che l’intelligenza artificiale non si limita a raccoglierli ma li analizza, combina e può trarre deduzioni che rivelano informazioni mai consciamente condivise.
Il 27% teme discriminazioni basate su aspetti individuali derivanti dalle decisioni automatizzate, mentre il 45% crede che l’IA toglierà più posti di lavoro di quanti ne creerà. Esistono anche speranze: il 46% vede possibilità di esperienze più personalizzate come consumatori e il 35% pensa che l’IA possa contribuire a un mondo più sostenibile ottimizzando le risorse, nonostante l’elevato consumo energetico dei data center.
Solo poco più di un terzo degli italiani ha fiducia nell’uso responsabile dell’IA da parte delle aziende e nei controlli delle autorità pubbliche.
L’AI Act europeo e la recente legge italiana rappresentano passi avanti nella regolamentazione, ma procedono lentamente rispetto alla velocità dell’innovazione tecnologica. In questo contesto resta centrale investire nella formazione e nella diffusione di competenze digitali per evitare che ampie fasce di popolazione restino escluse da questa trasformazione.
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