Oggi si celebra la Giornata mondiale dell’abbraccio, nata negli Stati Uniti nel 1986. Studi recenti dimostrano come il contatto fisico riduca stress e ansia, stimoli il sistema immunitario e attivi ormoni del benessere. Persino i robot stanno imparando a coccolare.
Un gesto semplice con effetti misurabili sul corpo
Abbracciare non è solo un’espressione di affetto. È una vera e propria medicina naturale, come conferma la ricerca scientifica più recente.
Il 21 gennaio, si celebra in molti Paesi del mondo l’Hugging Day, la Giornata mondiale dell’abbraccio, istituita nel 1986 dal pastore del Michigan Kevin Zabroney. L’intuizione di Zabroney aveva una motivazione precisa: scegliere una data collocata tra le festività natalizie e San Valentino, un periodo in cui il rischio di cadere in una sorta di malinconia da assenza di condivisione si fa più concreto. L’obiettivo originario era anche spingere gli americani, tradizionalmente riservati nel mostrare emozioni in pubblico, a esprimere affetto anche verso gli sconosciuti.
Da allora la celebrazione si è diffusa ben oltre i confini statunitensi, arrivando in Canada, Australia, Regno Unito, Germania, India, Spagna, Italia, Francia e molti altri paesi.
Dal 2023 perfino Shanghai ha abbracciato questa ricorrenza. Ma al di là del valore simbolico, oggi sappiamo che abbracciare produce effetti concreti e misurabili sull’organismo umano. Uno studio pubblicato sulla rivista Trends in Cognitive Sciences da Laura Crucianelli, docente di Psicologia alla Queen Mary University di Londra, e da Gerardo Salvato dell’Università di Pavia, ha esaminato decenni di ricerche in neuroscienze e psicologia per spiegare cosa accade quando due corpi si stringono.
L’abbraccio, sostengono i ricercatori, dissolve brevemente il confine tra sé e altro, ricordandoci che siamo connessi, apprezzati, parte di un mondo sociale. Gli esseri umani sono programmati biologicamente per la vicinanza sociale.
L’alchimia nascosta in un abbraccio
Crucianelli chiarisce un aspetto spesso trascurato: la temperatura è uno dei nostri sensi più antichi. Il calore rappresenta uno dei primi segnali di protezione che percepiamo, dal grembo materno alle prime fasi della cura genitoriale, fino a ogni stretta calorosa che riceviamo nel corso della vita. Quando ci abbracciamo, la combinazione di segnali tattili e termici aumenta il nostro senso di appartenenza al corpo. Questo input sensoriale si accompagna al rilascio di ossitocina e alla riduzione dello stress fisiologico, supportando il legame sociale e migliorando la consapevolezza corporea.
Agnese Rossi, psicologa di Humanitas Gavazzeni, elenca nel dettaglio i meccanismi biochimici attivati da un abbraccio. Si stimola la produzione di endorfine, neurotrasmettitori che riducono la soglia del dolore e favoriscono la percezione del piacere. L’ipotalamo produce ossitocina, ormone che riduce ansia e stress, rallenta il battito cardiaco e rafforza i legami affettivi. Diminuisce la pressione sanguigna, riducendo il rischio di malattie cardiache. Si abbassa il cortisolo, l’ormone legato allo stress, aiutandoci ad affrontare le difficoltà con maggiore calma. Aumenta il rilascio di serotonina, la cui carenza può causare insonnia, ansia e vissuti depressivi.
Non si tratta di suggestione o effetto placebo. Uno studio condotto nel 2014 all’Università di Pittsburgh ha valutato circa 400 persone in base alla quantità e qualità degli abbracci ricevuti quotidianamente, esponendole poi al virus del raffreddore. Chi era abituato a scambiare abbracci ogni giorno, con significato emotivo e di rinforzo sociale, si ammalava con minore frequenza e guariva più rapidamente, confermando che il sistema immunitario può essere rafforzato da questo gesto. Il sito del National Hugging Day ricorda che per stare in salute servirebbero almeno 12 abbracci al giorno, anche se potrebbero bastarne 4 per sopravvivere.
Un abbraccio disperde il 32% dello stress accumulato, ma deve durare almeno 10 secondi per scatenare una reazione chimica. Il tempo medio di un abbraccio efficace è di 20 secondi.
Ma un abbraccio può diventare disagio
Nonostante i benefici documentati, per alcune persone abbracciare rappresenta una fonte di disagio. Essere toccati, entrare in contatto corporeo con l’altro può essere vissuto come minaccia, come invasione della propria sfera intima ed emotiva, di cui si teme di perdere il controllo. Questi disagi possono evolvere in vere e proprie fobie, come l’aptofobia e l’afefobia.
Chi vive con sofferenza l’abbraccio dovrebbe analizzare i motivi in un percorso psicologico adeguato, così da riscoprire la bellezza e la potenza che questo gesto racchiude. Comprendere il contributo dei segnali termici e tattili apre nuove possibili strade per identificare meccanismi di vulnerabilità e sviluppare interventi sensoriali per la salute mentale.
L’avvento dei “robot sociali”
Nell’era dell’intelligenza artificiale anche l’abbraccio può diventare hi-tech. Un team svizzero ha approfondito qualche anno fa il contributo di benessere garantito da braccia robotiche attraverso l’Huggie Project, che prevedeva un sondaggio esplorativo su 300 persone e la costruzione di un robot abbracciante testato su 136 volontari. Questa attività è stata poi collegata a successivi lavori che hanno permesso di equipaggiare i robot con intelligenza artificiale per rispondere meglio alle esigenze umane. I cosiddetti robot sociali stanno imparando a offrire coccole artificiali, aprendo scenari inediti per chi vive in condizioni di isolamento o ha difficoltà nelle relazioni interpersonali. La tecnologia non sostituisce il calore umano, ma può rappresentare un’integrazione utile in contesti specifici.
L’abbraccio resta comunque un gesto che ci mantiene in vita e ci aiuta a sentirci noi stessi, come sottolineano i ricercatori.
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