Dopo anni di negoziati, entra in vigore l’accordo internazionale sulla biodiversità marina. Gli esperti: serve molto di più
Il Trattato sull’Alto Mare, recentemente entrato in vigore, si configura come un accordo che – per la prima volta – stabilisce regole vincolanti per proteggere la biodiversità nelle acque internazionali. Territori vastissimi – quasi metà della superficie terrestre – privi, fino ad oggi, di una tutela legale specifica. Un vuoto normativo che lasciava questi delicati ecosistemi in balia dello sfruttamento incontrollato dell’uomo. Con l’entrata in vigore, il Trattato fornisce ora gli strumenti per istituire aree marine protette al largo e stabilisce obblighi chiari per garantire che le risorse oceaniche siano utilizzate in modo sostenibile. Viene inoltre data priorità allo sviluppo delle competenze e all’accesso a tecnologie e strumenti, istituendo meccanismi che assicurino un’equa ripartizione dei benefici. Tutto ciò giocherà un ruolo cruciale nel raggiungimento degli obiettivi globali per la biodiversità e il clima, incluso il traguardo di proteggere il 30% degli oceani entro il 2030.
Cosa si intende per ‘alto mare’
L’espressione ‘alto mare’ non designa semplicemente le acque lontane dalla costa, ma ingloba tutte quelle zone oceaniche che si trovano oltre i confini delle giurisdizioni nazionali. In termini tecnici, comprendono sia la colonna d’acqua – ovvero l’intera sezione verticale che va dalla superficie fino al fondale – sia i fondali stessi. Oltre due terzi degli oceani del mondo: un’estensione che copre circa il 50% dell’intera superficie del pianeta. Per dare un’idea delle dimensioni, immaginate un territorio più vasto di tutte le terre emerse messe insieme. Fino a pochi decenni fa, gli scienziati consideravano queste distese marine come ambienti sostanzialmente sterili, privi di vita interessante. Oggi è noto che l’alto mare rappresenta uno dei maggiori serbatoi di di biodiversità della Terra, con ecosistemi complessi e ancora largamente sconosciuti.
Una boccata d’ossigeno per gli Oceani
Queste immense distese d’acqua svolgono funzioni vitali per l’equilibrio del pianeta. Regolano il clima, sostenendo cicli fondamentali del carbonio e dell’acqua. Gli oceani assorbono enormi quantità di anidride carbonica dall’atmosfera, agendo come una gigantesca spugna che mitiga i cambiamenti climatici. Un valore economico stimato tra i 74 e i 222 miliardi di dollari all’anno, solo considerando il carbonio che viene immagazzinato. Questi ecosistemi, inoltre, ospitano specie migratorie come le grandi balene, sostengono catene alimentari essenziali per la pesca mondiale e contengono organismi dalle proprietà ancora inesplorate che potrebbero rivelarsi preziosi per la medicina e la biotecnologia. Al tempo stesso le attività umane stanno mettendo a rischio questi ambienti. La pesca a strascico di fondo, quella illegale, l’inquinamento da plastica e sostanze chimiche, l’acidificazione delle acque per l’aumento delle temperature: sono tutte minacce concrete e crescenti. A queste si aggiunge l’estrazione mineraria dai fondali oceanici.
Vent’anni per arrivare all’accordo
Il percorso che ha portato alla firma del trattato sull’alto mare ha visto oltre vent’anni di negoziati internazionali. Per trasformare il testo in legge internazionale serviva la ratifica di almeno sessanta nazioni, traguardo raggiunto lo scorso settembre. Con l’entrata in vigore del 17 gennaio scorso scattano immediatamente obblighi precisi per i governi firmatari. Ogni attività pianificata che possa avere un impatto sull’alto mare – dalla posa di cavi sottomarini alle esplorazioni petrolifere, dalle nuove rotte commerciali ai progetti di ricerca scientifica – sarà pubblica e sottoposta a una procedura di valutazione dell’impatto ambientale.
Le novità principali del Trattato sull’Alto Mare
Lo strumento più importante è la possibilità di istituire aree marine protette in alto mare, spazi dove le attività umane saranno limitate o vietate per preservare la biodiversità. Una novità significativa è che queste aree potranno essere adottate con voto quando non si raggiunge il consenso unanime, evitando così che un singolo paese blocchi la creazione delle zone protette per difendere interessi particolari. Il trattato sull’alto mare prevede anche la condivisione equa dei benefici derivanti dalle scoperte scientifiche sottomarine e l’impegno verso lo sviluppo tecnologico condiviso. In altre parole, se una spedizione scientifica scopre nelle acque internazionali un organismo utile per sviluppare un nuovo farmaco, i benefici economici non dovranno andare solo al paese che ha finanziato la ricerca. Un principio di equità particolarmente importante per i paesi in via di sviluppo, che spesso non hanno le risorse per condurre ricerche oceanografiche avanzate.
I dubbi degli esperti sulla tutela dell’ecosistema
Nonostante l’entusiasmo, non mancano le voci critiche. Rebecca Hubbard della High Seas Alliance e altri esponenti della comunità scientifica sottolineano che il vero banco di prova sarà passare dalle parole ai fatti. Il nodo principale riguarda l’estrazione mineraria in acque profonde. Diversi paesi che hanno ratificato l’accordo, come Giappone e Norvegia, hanno mostrato interesse a scavare vaste porzioni del fondale marino alla ricerca di minerali critici utilizzati nelle tecnologie verdi, come cobalto, nichel e terre rare. Si firma, dunque, un trattato per proteggere la biodiversità marina autorizzando attività che potrebbero distruggerla irreversibilmente. Un test recente di estrazione in acque profonde ha rilevato che questa pratica colpisce più di un terzo degli animali che vivono sul fondale. Un rapporto del 2024 della Environmental Justice Foundation ha concluso che l’estrazione mineraria dai fondali oceanici non è necessaria per la transizione verso l’energia pulita, esistendo alternative terrestri meno impattanti.
La sfida dell’attuazione
Un’altra questione sollevata dagli esperti riguarda le acque territoriali nazionali. Enric Sala, fondatore di Pristine Seas, avverte che concentrarsi soltanto sull’alto mare rischia di distogliere l’attenzione dalle zone costiere sotto giurisdizione nazionale, dove si concentra la maggior parte della pesca e delle attività umane dannose. “La protezione delle acque nazionali non può passare in secondo piano”, afferma Sala, ricordando che le nuove aree marine protette saranno efficaci solo se strettamente monitorate contro le attività illegali. Mentre le Nazioni Unite lavorano per definire il lavori del trattato sull’alto mare che sarà discussa durante la prima Conferenza delle Parti prevista entro un anno, resta da vedere come i principi del trattato verranno applicati concretamente. I paesi firmatari, intanto, sono tenuti a promuovere questi obiettivi anche all’interno di altre organizzazioni internazionali che si occupano di pesca, navigazione commerciale e attività estrattive.
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