(Adnkronos) – L’intervento degli Stati Uniti in Venezuela e le sorti del regime in Iran sono strettamente legati tra loro nella grande partita in corso sul petrolio. Geopolitica ed economia si intrecciano negli interessi di Donald Trump e anche nelle conseguenze che ne possono derivare per le due altre grandi potenze mondiali: la Russia e la Cina. Il filo conduttore dell’attivismo americano dall’inizio dell’anno sembra proprio la combinazione di risultati economici che le operazioni in corso possono garantire, andando ad incidere sui rapporti di forza e su una spartizione delle risorse che possa ridefinirli a vantaggio dei propri interessi.
Una partita di risiko che vede il petrolio come elemento cardine, soprattutto in chiave anti-cinese. Partendo dal Venezuela, il presidente americano ha rivendicato con una certa insistenza l’obiettivo di controllare e gestire le riserve di oro nero. Ma è risaputo che buona parte dei potenziali futuri giacimenti presenta caratteristiche sfavorevoli, difficoltà di estrazione e scarsa qualità, che comporterebbero investimenti difficilmente sostenibili. C’è però da considerare un dato: il petrolio estratto in Venezuela è stato finora per la maggior parte esportato in Cina, in una misura che viene stimata almeno pari al 5-6% del fabbisogno complessivo cinese. Nella media del 2025, le esportazioni verso la Cina hanno raggiunto 642 mila barili al giorno, pari a circa il 75% dell’export complessivo venezuelano. Va ricordato che si tratta di petrolio su cui vige un embargo e che quindi i prezzi di acquisto da parte cinese sono particolarmente bassi. Dati simili anche quelli che riguardano il petrolio dell’Iran. In questo caso, le ultime rilevazioni disponibili indicano una quota pari all’80% del totale che viene esportata in Cina, a basso costo, aggirando l’embargo che dovrebbe impedire l’export da parte di Teheran con gli scambi ‘ship to ship’, ovvero con il passaggio da navi iraniane a navi che non hanno bandiera iraniana e che finiscono la loro corsa nei porti cinesi. Si stima che dall’Iran arrivi in Cina il 13-14% del fabbisogno totale. La Cina è il maggiore importatore al mondo, con 557,73 milioni di tonnellate di petrolio greggio nel 2025, in crescita del 4,4% anno su anno. Sommando il petrolio importato da Venezuela e Iran, la Cina sta rischiando di perdere un quinto del petrolio che le serve. Che è anche la quota che paga meno in assoluto, grazie proprio all’embargo in corso. Per danneggiare Pechino, però, la strategia di Trump deve necessariamente premiare chi di questa situazione potrebbe immediatamente beneficiare: la Russia di Putin. Sono anche in questo caso i dati a descrivere bene i flussi che si possono innescare secondo l’antica legge dei vasi comunicanti. Senza petrolio iraniano e venezuelano, sarebbe il petrolio russo (anche in questo caso sottoposto ad embargo e anche in questo caso venduto a forte sconto) a transitare verso il mercato cinese. Già oggi le esportazioni russe verso la Cina sono consistenti ma con i rubinetti di Teheran e Caracas chiusi, aumenterebbe in maniera consistente la dipendenza energetica di Pechino da Mosca. Anche qui, stiamo parlando di rapporti di forza che possono cambiare.
Trump, in sostanza, sta giocando la partita del petrolio non, come dice, per portarlo in dote agli Stati Uniti ma per sottrarlo alla Cina. Il danno collaterale, calcolato, di rimettere in gioco la Russia negli equilibri geopolitici complessivi viene evidentemente considerato un danno marginale. Guardando alle ultime mosse del presidente americano in Venezuela e in Iran, e sterilizzando la lettura della rivalsa della democrazia sui regimi autoritari, si focalizzano meglio gli interessi reali. E diventa legittimo chiedersi anche, pensando all’Ucraina, quanti margini di pressione possano esserci ancora su una Russia che, per colpire la Cina, viene di fatto rivitalizzata sul piano economico. Questo, proprio mentre l’Unione Europea vorrebbe esercitare la massima pressione diplomatica ed economica su Cina, e India, affinché interrompano l’acquisto di idrocarburi russi. Le parole di David O’Sullivan, inviato speciale dell’Ue per le sanzioni, quando dice che l’attuale congiuntura di mercato, segnata da prezzi in calo e un eccesso di offerta, offre un’opportunità strategica per colpire al cuore le entrate del Cremlino, sono apertamente in contrasto con le conseguenze delle azioni di Trump. (Di Fabio Insenga)
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