Una ricerca condotta dalla startup Nuraxi con le università di Sassari e Pisa ribalta le certezze sulla longevità sarda: più che la genetica, contano movimento quotidiano, relazioni sociali e ritmi di vita. I dati su 1500 persone tracciano un quadro inedito delle blue zone.
L’ipotesi genetica va in soffitta
La Sardegna è da sempre considerata una delle cinque “blue zone” del pianeta, quelle aree geografiche dove si vive più a lungo e in condizioni migliori rispetto alla media globale. Insieme a Okinawa in Giappone, la penisola di Nicoya in Costa Rica, Loma Linda in California e Icaria in Grecia, l’isola italiana detiene un primato invidiabile: una concentrazione eccezionale di ultracentenari.
Per decenni si è pensato che la chiave di tutto risiedesse nel patrimonio genetico, in qualche particolare configurazione del Dna tramandata di generazione in generazione. Ora uno studio empirico condotto dalla startup Nuraxi insieme alle università di Sassari e Pisa rimescola le carte in tavola e offre una prospettiva radicalmente diversa. I fattori ereditari, pur rimanendo importanti, non rappresentano l’elemento decisivo. A fare davvero la differenza sono lo stile di vita, le abitudini quotidiane, il tessuto sociale in cui si è immersi.
La ricerca, battezzata SABA (Sardinia Aging Biomarkers Analysis), ha coinvolto 1500 persone selezionate con criteri statistici rigorosi. I partecipanti hanno compilato questionari dettagliati e poi indossato dispositivi elettronici per diverse settimane, permettendo ai ricercatori di raccogliere oltre 30mila ore di dati biometrici. Un patrimonio informativo ancora in fase di elaborazione completa, ma che ha già restituito indicazioni sorprendenti.
Più passi, meno stress: il ritratto dei sardi
I sardi camminano mediamente 10.264 passi al giorno, un valore significativamente superiore a quello registrato nei principali studi internazionali di riferimento.
Secondo Ugo Faraguna, docente di Fisiologia all’università di Pisa e referente scientifico del progetto, il movimento quotidiano rinforza l’ipotesi che l’attività fisica diffusa rappresenti un fattore chiave di protezione. I sardi invecchiando continuano a muoversi, per ragioni orografiche, logistiche e culturali. Non restano immobili col passare degli anni, come invece accade in molti paesi occidentali dove la sedentarietà aumenta con l’età.
Tuttavia la longevità non si spiega solo contando i passi. Un elemento centrale emerso dall’analisi riguarda la frequenza cardiaca a riposo, che si conferma indicatore sensibile dell’equilibrio tra corpo e mente. Più sono elevati la solitudine e lo stress, più la frequenza cardiaca a riposo risulta alta. I dati raccolti suggeriscono che una vita più relazionale e meno stressante possa rappresentare, insieme al movimento quotidiano, uno dei pilastri della longevità.
Faraguna ha sottolineato come genetica e alimentazione mantengano la loro rilevanza, ma l’elemento che emerge con forza da questi dati è la struttura delle società e delle relazioni tra i soggetti, dove nessuno viene lasciato solo. La solitudine ha un impatto diretto sul sistema cardiovascolare, ed è proprio qui che si gioca una partita decisiva per la qualità e la durata della vita.
Le differenze di genere nei ritmi biologici
Lo studio ha rilevato differenze significative tra uomini e donne. Gli uomini risultano mediamente più attivi, con 1.236 passi al giorno in più rispetto alle donne. Queste ultime dormono invece più a lungo: 7 ore e 4 minuti contro le 6 ore e 47 minuti degli uomini. Le donne, però, riportano livelli più elevati di stress e una frequenza cardiaca a riposo mediamente più alta, pari a 65,9 battiti al minuto contro i 60 degli uomini.
Un dato particolarmente interessante riguarda il sonno. In Sardegna le donne dormono di più, mentre su scala mondiale i disturbi del sonno sono più comuni proprio nel genere femminile. Se questi risultati verranno confermati nell’analisi conclusiva, si disporrà di una verifica strumentale senza precedenti di alcune ipotesi chiave. Informazioni che potranno costituire gli ingredienti giusti per formulare la ricetta di una longevità di qualità, come ha precisato Faraguna.
Dall’analisi dei dati alla salute predittiva
Sui dati raccolti dallo studio SABA ha preso corpo Nora, un ‘assistente di salute basato su intelligenza artificiale sviluppato dalla startup Nuraxi. Si tratta di una piattaforma di telemedicina avanzata che consente un’interazione continua tra utente e sistema.
Attraverso il dialogo costante e l’analisi dei parametri biologici, Nora interpreta i segnali precoci, simula scenari futuri e accompagna l’utente nelle scelte quotidiane che incidono su salute e longevità. L’intento dell’applicazione è trasformare la conoscenza scientifica in uno strumento accessibile per le persone.
Attenzione, però. La piattaforma non sostituisce i medici né le diagnosi cliniche, ma aiuta a prendere decisioni consapevoli nella vita di tutti i giorni. Gli utenti possono registrare parametri biologici e, se lo desiderano, integrare anche dati storici come esami del sangue e referti medici, ottenendo una fotografia dinamica del proprio stato di salute. Sul versante privacy, le informazioni restano sotto il controllo degli utenti e sono trattate nel pieno rispetto delle normative europee, con standard avanzati di protezione e trasparenza. L’obiettivo dichiarato è portare la scienza della longevità fuori dai laboratori e dentro la vita delle persone, con strumenti capaci di rendere la salute qualcosa che si può osservare, capire e in parte prevedere.
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