Tra il peso geopolitico garantito da Trump e la trasformazione in “soap opera” nazionale. Re Carlo cerca di salvare un’istituzione che i sudditi non considerano più sacra, ma solo un costoso prodotto culturale
Quando la Famiglia reale entra in crisi – e negli ultimi anni è accaduto spesso – nei tabloid del Regno Unito torna l’eco della “profezia” attribuita a Lady Diana: Carlo sarà l’ultimo a sedere sul trono britannico. Oggi quelle parole risuonano con forza nuova. La crisi non riguarda più soltanto gli scandali personali, ma tocca soldi, proprietà e privilegi. E investe soprattutto il modo in cui i britannici guardano alla monarchia: un’istituzione formale che perde autorevolezza mentre si consolida come fenomeno culturale, quasi un passatempo nazionale che sopravvive perché riempie pagine, schermi e conversazioni quotidiane. Un rumore di fondo costante della vita pubblica. A fine 2025, il Parlamento di Londra ha deciso di togliere il velo sull’uso delle residenze reali.
L’inchiesta della commissione che controlla la spesa pubblica sul The Crown Estate – l’ente che gestisce immobili e terreni della Corona – punta a verificare affitti, contratti e concessioni ai membri della Famiglia reale. L’obiettivo è capire se siano corretti e coerenti con il valore del patrimonio pubblico. La portata dell’indagine è ampia e politicamente sensibile. Parola chiave: peppercorn rent, il canone simbolico. Da qui è nato un crescendo di critiche: sui social domina la definizione “reali inquilini a sbafo”. Il messaggio è netto: beni pubblici concessi a persone privilegiate mentre lo Stato rinuncia a entrate significative e alla manutenzione di immobili storici.
L’ex principe Andrew, oggi Mountbatten Windsor, ha abitato per vent’anni nella Royal Lodge, nel parco di Windsor: una residenza di trenta stanze circondata da ettari di verde, concessa con un affitto simbolico. Quando il suo nome – già compromesso dallo scandalo Epstein e dalle accuse di abusi – è tornato nelle cronache, l’attenzione si è estesa anche al contratto che gli garantiva la villa. Dichiarazioni, documenti e nuove rivelazioni hanno trasformato quello che per decenni era stato un dettaglio di corte in un caso politico. Il 30 ottobre 2025 Andrew ha comunicato la rinuncia al contratto: l’uscita è prevista per ottobre 2026, come stabilito dalla clausola di preavviso annuale. A complicare il quadro è arrivata un’ispezione che ha rilevato un degrado avanzato: parti strutturali danneggiate, lavori mai eseguiti, costi crescenti a carico del pubblico. Un colpo per una famiglia che da anni insiste sulla propria immagine “moderna” ed efficiente.
L’indagine non si ferma qui. Nella documentazione parlamentare compaiono altre residenze, tra cui Forest Lodge, occupata da William, principe di Galles, e da sua moglie Catherine. Il contratto di vent’anni prevede un canone definito “di mercato” dal Crown Estate, anche se la cifra resta secretata e solleva dubbi diffusi. Sotto osservazione ci sono anche la residenza di Edward, duca di Edimburgo, e una villa assegnata alla principessa Alexandra. In più casi gli affitti appaiono molto bassi rispetto alle valutazioni immobiliari. Per i parlamentari si tratta di una questione di principio: accertare se ai reali siano stati concessi privilegi non giustificati. Per la Corona è un test di sopravvivenza reputazionale.
«L’inchiesta della commissione che controlla la spesa pubblica punta a verificare afitti, contratti e concessioni ai membri della Famiglia reale»
Questa vicenda segna la fine dell’alone di deferenza che per decenni ha schermato la monarchia. Le critiche non riguardano più i drammi familiari, ma la distanza economica e sociale rispetto ai contribuenti. Ed è qui che emerge un elemento decisivo: la trasformazione della monarchia in una forma di intrattenimento collettivo. I britannici sembrano aver accettato che la Famiglia reale non sia più un’istituzione sacra, ma una saga continua, un prodotto culturale consumato come una serie tv. Le tensioni tra fratelli, la rottura con Harry e Meghan, le biografie, la salute di Kate, le interviste: ogni episodio diventa trama, ogni silenzio genera attesa. È questa dimensione pop – più del rispetto istituzionale – a sostenere la monarchia, una sorta di abitudine nazionale che permette all’istituzione di restare a galla anche nei momenti più complessi.
Su questo terreno si innesta il capitolo internazionale. La presenza del presidente statunitense Donald Trump come interlocutore diretto di Carlo offre alla Corona un peso inatteso. La scelta della Casa Bianca di considerare il sovrano un punto di riferimento per i rapporti strategici con l’Europa garantisce a Carlo una forma di stabilità esterna che non deriva dalla costituzione, ma dalle dinamiche geopolitiche. Trump vede nel monarca un canale parallelo utile per la politica commerciale e per l’equilibrio atlantico. Per il re è un’opportunità per rafforzare l’immagine della Corona all’estero. Se la monarchia non riuscirà a conciliare istituzione e spettacolo permanente, il prossimo a finire sotto pressione sarà William, figura su cui si concentrano aspettative, frustrazioni e critiche di un Paese che considera la Famiglia reale parte della propria identità culturale, ma non è più disposto ad accettarne limiti o privilegi senza discuterli. È il nuovo equilibrio con cui la monarchia deve convivere.
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