Laureato in medicina, una doppia specializzazione in reumatologia e igiene, e una carriera trentennale ai vertici della sanità pubblica fino ai ruoli nazionali in Fiaso-Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere, Massimo Fabi guida oggi le politiche regionali per la salute dell’Emilia-Romagna. A lui abbiamo chiesto come si affrontano le sfide sul territorio. Dall’evoluzione delle Case della Comunità capaci di supportare i caregiver alla gestione delle liste d’attesa, ha delineato un sistema che deve unire visione clinica, ascolto e prossimità umana.

Assessore, l’Emilia-Romagna conta oggi 166 Case della Comunità e punta sulla medicina di gruppo nei piccoli centri per coprire l’assistenza 24 ore su 24. Come pensa sia possibile renderle uno “sportello unico” per orientare e dare sollievo pratico ai caregiver ed evitare che siano lasciati soli con il peso della cura?
Fa parte della missione delle Case della Comunità essere a disposizione di chi rischia l’isolamento, soprattutto degli anziani fragili. Il loro lavoro si basa su “attività di iniziativa” e presa in carico nei Punti Unici di Accesso. Le prime partono da una “stratificazione” di rischio: individuano chi corre maggiori pericoli per la salute, così da agire in anticipo ed evitare che una situazione si aggravi per la persona e per chi gli è accanto. I Punti Unici di Accesso, invece, sono costituiti da équipe di operatori con competenze specifiche, il cui riferimento è il medico di medicina generale. Quando questo reputa necessario un approfondimento diagnostico o la consulenza di uno specialista, lo fa con la presa in carico. Lo specialista, a sua volta, non può rimpallare gli approfondimenti al medico di famiglia: il che facilita il completamento del percorso diagnostico-terapeutico e il piano assistenziale individualizzato. Ciò significa definire il “progetto di vita” che la persona e i caregiver familiari intraprenderanno. Il cittadino è così protagonista del percorso di cura e questo vuol dire essergli vicino.
Due temi che vanno a braccetto: assistenza domiciliare e problema della solitudine. Come si concilia la cura medica domiciliare con l’integrazione socioassistenziale per evitare che curare a casa si traduca in isolamento domestico per l’anziano e i caregiver?
Penso che a bisogni complessi – polipatologie, fragilità, etc. – non si risponda solo con soluzioni tecniche. Sono indispensabili, ma quanto vale un intervento tecnico a domicilio se combinato con altre esigenze? Contro l’isolamento serve il ruolo del vicinato, del volontariato, del terzo settore, dei luoghi di aggregazione. Serve il recupero della figura e dei valori degli anziani grazie a progetti intergenerazionali: la loro riconoscibilità sociale, soprattutto quando hanno più bisogno, deve diventare un investimento. Questo si raggiunge se tutto il sistema – fatto di attività di cura, volontariato, terzo settore e tutti i gestori delle attività ricreative – è coinvolto nel progetto di vita di queste persone. È un cambio di paradigma: sono tutte modalità culturali, di proposizione di principi, norme e valori che devono ispirare i comportamenti di persone e istituzioni.
Comunicare meglio significa curare meglio. Spesso la prima difficoltà nel rapporto con la sanità non è solo clinica, ma di orientamento e comprensione dei percorsi. Da dove si parte per rendere il sistema sanitario regionale davvero trasparente e accogliente?
Si deve partire là dove la percezione è negativa, dove non si è in grado di accompagnare la persona nel sistema di cura. Vanno raggiunti e anticipati coloro di cui conosciamo già la situazione, senza aspettare che riutilizzino il pronto soccorso. Bisogna migliorare l’accesso per chi ha già avuto un’esperienza di contatto, perché magari non è stata adeguata o agevole per l’attesa. Spesso non lo è perché non ci siamo messi nei panni di chi non siamo riusciti a contattare, che si perde, che fa domande, che vuole sapere. Dobbiamo essere più umili, diretti e comprensibili. Comunicazione e semplicità dell’informazione sono prioritari.
Un tema caldissimo resta quello dei tempi di attesa. In passato ha ricordato i progressi ottenuti dalla Regione, ma ha anche ammesso che “non basta”. Quali strumenti state usando?
Come dicevo, la presa in carico – con lo specialista che garantisce la prenotazione per l’esame diagnostico – è fondamentale. C’è poi l’accordo integrativo regionale con i medici di medicina generale che definisce la gestione con lo specialista delle malattie croniche. Dopodiché ci sono meccanismi più tecnici: ad esempio, se l’utente ha una priorità entro 30 giorni per una visita ma in quel momento non sono garantiti tempi di attesa adeguati, l’operatore inserisce la domanda in una “prelista” e ha una settimana per comunicare la prima disponibilità. Lo stiamo facendo da circa un anno e mezzo con risultati talvolta molto positivi: a Reggio Emilia l’80% di chi è in prelista prenota nella priorità definita. Altre modalità, presenti nel piano straordinario di contenimento dei tempi di attesa, stanno dando risultati. Nel periodo post-Covid il 50% delle persone non prenotava nei termini definiti. Oggi l’80% ci riesce. Erogando però circa 75 milioni di prestazioni, di quel restante 20% c’è poco da gioire.
Tra Fascicolo Sanitario Elettronico, SPID e prenotazioni online, come si tutela chi ha scarsa dimestichezza con la tecnologia senza farlo sentire un cittadino di serie B?
Sono certo che l’alfabetizzazione informatica e digitale non sia preclusa dall’età. Oggi è un po’ il saper leggere e scrivere di un tempo. Qui tornano in ballo i concetti di intergenerazionalità, riduzione dell’isolamento e “progetto di vita”, ma anche la funzione delle realtà di volontariato o di quelle associazioni che spesso sul territorio segnalano rischi e disagi. Grazie all’ingaggio di tutti coloro che hanno una responsabilità sociale, possiamo lavorare per generare un sistema di alfabetizzazione digitale che sia sempre più un patrimonio diffuso. Intanto, come operatori sociali e sanitari, siamo responsabilizzati ad intervenire attraverso le Case della Comunità per svolgere una funzione didattica. Così si creano quelle comunità veramente educanti.
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