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Premio di maggioranza e preferenze: lo Stabilicum è legge

La Camera approva via libera definitivo allo “Stabilicum”, la quarta riforma in vent’anni: introduce un premio di maggioranza al 42%, il ripescaggio per i piccoli partiti e il voto per i fuorisede

Premio di maggioranza e preferenze: lo Stabilicum è legge
foto di Marco Iacobucci Epp per shutterstock
Ilaria Romano|09 ottobre 2026|12:44

L’Italia ha una nuova legge elettorale, la quarta negli ultimi vent’anni. Il voto segreto di ieri alla Camera, dove i si sono stati 227 e i no 164 (la maggioranza necessaria per l’approvazione era di 196), ha chiuso un iter cominciato nell’estate 2025 e caratterizzato da un dibattito acceso, anche all’interno della stessa maggioranza.

I punti chiave della legge

Il meccanismo centrale previsto dalla riforma già ribattezzata Stabilicum, da “stabile” e “Italicum”, seguendo i precedenti recenti di Porcellum, Italicum e Rosatellum, è il premio di maggioranza: i seggi saranno assegnati con sistema proporzionale, ossia in base ai voti ricevuti da ciascuna lista, ma il partito o la coalizione che dovesse raggiungere il 42% in entrambe le Camere, avrà diritto a ulteriori 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. Se una formazione dovesse vincere solo in una delle Camere, il premio non scatterà e la maggioranza dovrà ricercare possibili alleanze per governare. In questo caso il sistema resterà un proporzionale puro. Inserito anche un tetto massimo di seggi per proteggere le soglie di maggioranza qualificata necessarie per alcune particolari votazioni come l’elezione del Presidente della Repubblica o le riforme costituzionali: chi vince alle urne non potrà avere più di 220 seggi alla Camera e 113 al Senato, ossia superare rispettivamente il 55% e il 56,5%.

La soglia di sbarramento all’ingresso in Parlamento resta del 10% per le coalizioni e del 3% per le liste singole, ma viene introdotto un meccanismo che consente un ripescaggio della prima lista al di sotto della soglia, purché faccia parte di una coalizione: in pratica i voti ottenuti sono ammessi nel computo della ripartizione dei seggi, per evitare che i rappresentanti eletti siano solo quelli dei grandi partiti.

Liste e preferenze

In ogni lista saranno indicati 7 candidati, e l’elettore potrà esprimere sulla scheda fino a tre preferenze, apponendo una crocetta accanto ai nomi scelti, ma il capolista guadagnerà comunque il suo seggio, indipendentemente dai voti, se in quel collegio la lista ne otterrà almeno uno. Dunque, le preferenze diventeranno decisive solo se la lista ottiene almeno due seggi, e dovranno anche rispettare l’alternanza di genere (capolista escluso).

Ad essere bloccate saranno anche le liste circoscrizionali, 28 alla Camera e 20 al Senato, dalle quali saranno scelti deputati e senatori dell’eventuale premio di maggioranza. L’elettore troverà sulla scheda quelli relativi alla sua circoscrizione di riferimento. I candidati inseriti in questi elenchi devono essere presenti come capolista o almeno fra i primi nomi anche in una lista di partito.

Indicazione del premier

Al momento del deposito del contrassegno, liste e coalizioni devono indicare il proprio programma e soprattutto il nome che intendono proporre come candidato premier, che non comparirà sulla scheda elettorale. Nel testo della nuova legge è specificata inoltre la salvaguardia dell’articolo 92 della Costituzione sulla prerogativa del Presidente della Repubblica di nomina del Presidente del Consiglio, e dell’articolo 67 sull’assenza di vincolo di mandato per il soggetto individuato.

Firme, voto all’estero e fuorisede

Per i partiti che non sono già presenti in Parlamento, il numero di firme da raccogliere per candidarsi alle elezioni è quadruplicato, e passa da 1.500 a 6.000. È esentato chi ha un gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere, purché costituito entro il 31 dicembre 2025. Per l’Estero le circoscrizioni passano da 4 a 2 per la Camera (Europa ed extra Ue), e da 4 a 1 per il Senato.

I fuorisede potranno votare nel luogo in cui sono temporaneamente domiciliati da almeno 9 mesi, o da 3 per ragioni mediche, iscrivendosi entro 30 giorni dalla maturazione dei requisiti e almeno 45 giorni dalle elezioni nell’apposito Albo. La possibilità di voto lontano dalla residenza è stata estesa anche ai caregiver che si occupano di un familiare ricoverato in una regione diversa da quella nella quale si è iscritti nelle liste elettorali.

Il proporzionale puro della Prima Repubblica

Dal 1948 al 1993 l’Italia ha mantenuto un sistema elettorale di tipo proporzionale, sia alla Camera che al Senato, nel quale i seggi venivano assegnati in proporzione ai voti ricevuti da ciascun partito in collegi plurinominali. Ogni elettore sceglieva il simbolo e poteva esprimere una o più preferenze scrivendo il nome dei candidati. I voti ricevuti erano conteggiati secondo il metodo dei quozienti e dei resti, e non esistevano soglie di sbarramento, con la possibilità per tutti i partiti, anche i più piccoli, di entrare in Parlamento. Di conseguenza, le Camere rappresentavano un luogo di mediazione e dibattito politico, e deputati e senatori riflettevano davvero le preferenze di tutti i votanti. D’altro canto, nessun partito riusciva a governare da solo con una solida maggioranza, e questo portava ad alleanze fra correnti anche molto distanti fra loro e a crisi di governo ricorrenti. Nel 1993, anche sull’onda di Tangentopoli, venne promosso un referendum per riformare la legge elettorale e passare al sistema maggioritario, che di fatto traghettò l’Italia nella Seconda Repubblica e nell’era del Mattarellum, da Sergio Mattarella, che fu l’ideatore del sistema misto.            

Il primo sistema misto: il Mattarellum

Secondo questo modello, rimasto in vigore fino al 2005, il 75% dei seggi veniva assegnato in collegi uninominali maggioritari in cui vinceva chi prendeva anche un solo voto in più, mentre il restante 25% era attribuito col sistema proporzionale. Siccome si rischiava che il partito più forte vincesse in quasi tutti i collegi e prendesse anche la maggioranza dei seggi proporzionali, venne ideato un meccanismo di compensazione scorporando a ciascun partito, nel conteggio proporzionale, i voti ottenuti dai candidati che avevano già vinto nell’uninominale. 

Il proporzionale a liste bloccate: il Porcellum

All’inizio del 2006 la maggioranza di governo approva una nuova legge elettorale in tempi record, ribattezzata “Porcellum” dal politologo Giovanni Sartori che fu molto critico sugli stravolgimenti che avrebbe apportato. Il nuovo testo riporta il sistema proporzionale ma con alcuni correttivi: si vota solo il simbolo del partito, e i parlamentari vengono scelti dalle segreterie dei partiti e non più dalle urne; alla lista o alla coalizione che ottiene la maggioranza viene assegnato automaticamente il 54% dei seggi alla Camera. Dopo tre elezioni (2006, 2008 e 2013) la legge viene in parte dichiarata incostituzionale dalla Consulta per l’enormità del premio di maggioranza e le liste bloccate che di fatto impediscono agli elettori di esprimersi sui candidati.

La legge approvata e mai applicata: l’Italicum

Il vuoto normativo lasciato dalla sentenza della Corte Costituzionale e la paura di una nuova fase di frammentazione politica spingono all’accordo il Partito Democratico e Forza Italia, il cosiddetto “Patto del Nazareno”, dal nome della sede nazionale del Pd. Lo scopo è quello di arrivare a una situazione di governabilità netta, senza dover temere le oscillazioni di preferenza dei piccoli partiti: si torna al sistema proporzionale con premio di maggioranza al partito e non alla coalizione, con l’assegnazione automatica di 340 seggi su 630 alla Camera per chi raggiunge il 40% dei voti; si introduce il ballottaggio se nessuna lista supera questa soglia, e infine si reintroducono le preferenze, ma in piccole circoscrizioni con capilista bloccati.

L’Italicum, termine coniato dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi sulla falsariga di Mattarellum e Porcellum, non è mai stato applicato a nessuna elezione e nel 2016, al Referendum costituzionale, i cittadini lo bocciano e costringono il Parlamento a rivederlo.  Nel 2017 interviene nuovamente la Consulta dichiarandolo in parte incostituzionale.

Si apre la strada al Rosatellum, la legge ancora in vigore fino all’approvazione definitiva di quella al voto.

Un sistema misto con maggioranze fragili, il Rosatellum

Questa legge elettorale prende il nome dal capogruppo del Pd Daniele Rosato, e ripropone in parte lo schema previsto dal Mattarellum, che per la prima volta aveva introdotto il sistema misto. La differenza sta nella quota di seggi attribuiti con i due sistemi, che nel provvedimento del 2017 sono assegnati con sistema maggioritario per i 3/8, sia alla Camera che al Senato. I restanti sono attribuiti con sistema proporzionale.  In pratica la proporzione, per entrambe le Camere, è del 37% dei seggi in collegi uninominali e del 61% in collegi plurinominali (con il 2% per gli esteri). La peculiarità del Rosatellum è l’introduzione della scheda unica con il nome del candidato dell’uninominale e il simbolo del partito o della coalizione per la parte proporzionale.

La fiducia del Governo, record tutto italiano

Nel corso dell’iter di approvazione, il Governo è ricorso per tre volte alla fiducia: per le modifiche introdotte al Senato sulla conformazione del collegio elettorale di Bolzano, per l’introduzione delle preferenze e per aumentare il numero di firme necessarie per candidarsi alle elezioni.

Negli ultimi anni il ricorso alla fiducia è diventato prassi comune: il governo Meloni lo ha utilizzato per 130 volte dall’inizio del suo mandato, con una frequenza media di una volta ogni 11 giorni. I governi Monti e Draghi lo avevano impiegato rispettivamente ogni 8 e 10 giorni. Uno studio dell’Università di Oxford ne ha evidenziato la peculiarità tutta italiana, primo paese al mondo a votare un numero così alto di fiducie: 365 dal Dopoguerra al 2021, contro le 129 della Francia, le 26 dell’Irlanda, le 23 della Norvegia, le 11 di Portogallo e Regno Unito.

Proprio questa blindatura su alcuni articoli del testo ha sollevato molte obiezioni, insieme ad un altro punto particolarmente controverso, ossia l’ampiezza dell’eventuale premio di maggioranza. La Rete per un voto libero e uguale ha già annunciato una conferenza stampa per lunedì prossimo, 12 ottobre, nella quale saranno illustrati i ricorsi da presentare alla Corte Costituzionale.

@ Riproduzione riservata

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