Dieci anni dopo la morte di Giulio Regeni, ritrovato senza vita e con evidenti segni di torture il 2 febbraio 2016 sulla strada che collega Il Cairo ad Alessandria, la Corte d’Assiste di Roma ha condannato tre militari dei servizi segreti egiziani a dieci anni di reclusione per il suo sequestro.
Si tratta del maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, l’uomo che avrebbe materialmente ucciso il giovane ricercatore italiano, per il quale era stato chiesto l’ergastolo, e dei colonnelli Usham Helmi e Athar Kamel Mohamed, ritenuti colpevoli solo del sequestro di persona. Assolto invece il quarto imputato, il generale Tariq Sabir.
I giudici hanno stabilito che Regeni fu prelevato nei pressi di piazza Tahrir, al Cairo, il 25 gennaio, e condotto in una villetta di periferia nella disponibilità dell’intelligence, ma la sentenza si ferma a questa prima fase dell’accaduto: sulle torture e l’omicidio non è stato possibile raccogliere elementi certi per formulare una condanna.
“La parte sostanziale dell’impianto accusatorio ha retto – è stato il commento del Procuratore di Roma Francesco Lo Voi – e la sentenza riconosce che l’attività sia stata posta in essere da persone legate allo Stato egiziano. Nonostante una collaborazione non proficua da parte delle autorità locali, si è riusciti a raggiungere questo risultato.”
Nella sentenza la Corte ha disposto anche il pagamento di una provvisionale di 500 mila euro alla famiglia e 150 mila allo Stato italiano come parte civile.
Le motivazioni verranno depositate entro 90 giorni e allora si saprà se ci sarà un ricorso in appello.
Le indagini, i depistaggi, il processo
Due giorni dopo il ritrovamento del corpo, il 4 febbraio 2016, il funzionario di polizia incaricato delle indagini preliminari, Khaled Shalabi, esclude un’azione violenta e ipotizza un incidente stradale. Nel frattempo, la Procura di Roma apre un fascicolo e quando la salma di Regeni arriva in Italia, il 7 febbraio, viene disposta un’autopsia che certifica le torture subite dal giovane. Nel mese di marzo la polizia egiziana uccide cinque persone, indicate come i componenti di una banda di rapinatori, e fa ritrovare i documenti di Giulio Regeni nella loro abitazione. Sarà il primo tentativo di depistaggio delle indagini.
L’8 aprile l’Italia richiama a Roma l’Ambasciatore Maurizio Massari per protestare contro la mancanza di cooperazione delle autorità egiziane, e il 14 le autorità italiane inviano in Egitto una richiesta di acquisizione dei tabulati telefonici di 13 persone, oltre ai video delle telecamere poste nelle zone frequentate da Regeni, e ad una serie di testimonianze.
Il 4 agosto dello stesso anno emerge che Mohamed Abdallah, il responsabile del sindacato degli ambulanti sui quali Regni stava facendo una ricerca, avrebbe segnalato le sue attività ai servizi egiziani. Nel mese di settembre, l’Egitto ammette finalmente che Regeni era sotto sorveglianza, e si rende disponibile a consegnare la documentazione richiesta dall’Italia.
Nel 2017, nonostante il permanere dello stallo giudiziario, un nuovo ambasciatore italiano, Giampaolo Cantini, viene inviato al Cairo, ripristinando le normali relazioni diplomatiche fra i due paesi.
Due anni dopo, il 4 dicembre 2018, la Procura di Roma iscrive cinque membri dei servizi e della polizia investigativa egiziani nel registro degli indagati, per concorso in sequestro di persona, e nel 2020 le indagini si chiudono con la richesta di rinvio a giudizio per i 4 ufficiali. L’Egitto però continua a fare ostruzionismo e si rifiuta di fornire gli indirizzi degli imputati, rendendo impossibile la notifica ufficiale degli atti. Così il 14 ottobre 2021 la Corte d’Assise di Roma sospende il processo.
Nel settembre 2023 arriva la svolta, con la sentenza 192 della Corte costituzionale che stabilisce che si possa procedere anche in assenza degli imputati nel caso in cui la mancata conoscenza del processo sia dovuta al rifiuto dello Stato estero di collaborare.
Il dibattimento si apre dunque il 18 febbraio 2024, e nel corso delle udienze vengono ascoltati diversi testimoni messi sotto protezione, gli investigatori dei Ros e della Digos, i colleghi universitari di Regeni, i suoi familiari, e gli esperti medico-legali che certificano le torture subite. Nel 2025 arriva una nuova sospensione, che riguarda il diritto alla difesa tecnica degli imputati “in absentia”, perché i difensori d’ufficio dei quattro militari chiedono di poter nominare un consulente per analizzare e tradurre i verbali a spese dello Stato, ma la norma vigente non lo consente senza un contatto diretto con gli assistiti. Ancora una volta sarà la Consulta a sbloccare la situazione e a permettere la ripresa delle udienze nel gennaio scorso.
Un percorso a ostacoli per la giustizia
I tre imputati hanno continuato a risultare irreperibili per lo Stato italiano, e la condanna a dieci anni di carcere sarà difficilmente eseguita in Egitto. Resta comunque l’eccezionalità di una sentenza che avviene nonostante l’ostruzionismo di uno Stato, direttamente coinvolto attraverso suoi funzionari, che ha cercato più volte di insabbiare in caso senza riuscire a impedire il riconoscimento, seppure parziale, delle sue responsabilità.
“Bisognerà leggere le motivazioni, ma oggi sappiamo che la nostra fede nella giustizia è stata ben risposta – ha commentato Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni – si è arrivati a questo risultato nonostante gli ostacoli, i depistaggi, e tutto quello che il regime egiziano ha fatto per evitare il processo. E ciò dà ancora più valore alla sentenza. Ora anche il nostro Governo dovrà prenderne atto, reclamare il risarcimento del danno come richiesto dall’avvocatura di Stato e rompere i rapporti con un paese che, lungi dall’essere sicuro, tortura e uccide anche i cittadini degli stati cosiddetti amici.”
“Chiedevamo la verità, abbiamo ottenuto giustizia,” hanno commentato subito dopo la sentenza i genitori di Giulio, Claudio Regeni e Paola Deffendi, che per dieci anni hanno mantenuto viva l’attenzione sul caso, chiedendo che fosse fatta piena luce sul brutale omicidio del figlio.
Durante questo lungo e doloroso percorso hanno incontrato rappresentanti istituzionali, accademici, persone comuni, trasformando la loro storia in un movimento collettivo, grazie anche al supporto di Amnesty International e della campagna “Verità per Giulio Regeni” (https://www.amnesty.it/campagne/verita-giulio-regeni/).
Da allora, enti locali, istituti di ricerca, luoghi di cultura e mezzi di informazione hanno esposto lo striscione giallo per non dimenticare la tragica fine del dottorando italiano studente di Cambridge. Dal 2017 l’impegno collettivo si è concretizzato anche con la scorta mediatica, in collaborazione con la Federazione nazionale della stampa italiana e Articolo21, per proteggere la memoria di Giulio Regeni e dei suoi difensori da attacchi e offese.
“Se ripenso a 10 anni fa – ha commentato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty – l’aspirazione di scalfire l’impunità era una chimera, eppure oggi ci troviamo con una sentenza che quell’impunità l’ha scalfita, che inchioda le responsabilità di tre uomini che non sono tre persone e basta, ma funzionari dello Stato egiziano.”
Non un caso isolato
Proprio gli ultimi dati raccolti da Amnesty International nel Rapporto annuale 2026 mostrano come le forze di sicurezza egiziane abbiano continuato a sottoporre i cittadini a sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie, maltrattamenti e torture. Soltanto tra la fine di dicembre 2024 e il mese di febbraio 2025 ci sarebbero stati 55 arresti di persone colpevoli di aver condiviso sui social contenuti critici verso il Governo. Di questi almeno 7 sono stati condannati per terrorismo. Nel mese di giugno, invece, alcuni sostenitori della Marcia per Gaza sono stati trattenuti senza possibilità di darne comunicazione, per dieci giorni, e interrogati con metodi brutali e degradanti.
Fra settembre 2024 e maggio 2025, 6mila persone sono state rinviate a giudizio per terrorismo. La maggior parte di loro sono giornalisti, avvocati e attivisti per i diritti umani.