A Bruxelles si sta scrivendo la prossima pagina della regolamentazione sul tabacco e la reazione italiana non si è fatta attendere. Non si è ancora giunti ad una legge, ma il cantiere è aperto e le bozze iniziano a circolare. Da qualche tempo, infatti, la Commissione europea ha avviato la consultazione pubblica per la revisione della Tobacco Products Directive, la direttiva che regola sigarette tradizionali, sigarette elettroniche, tabacco riscaldato e le altre alternative senza combustione.
L’obiettivo è arrivare a una proposta legislativa entro la fine del 2026, con il fine ultimo sicuramente ambizioso di una generazione europea libera dal tabacco entro il 2040.
Il punto è che la TDP definisce gli ingredienti ammessi, le emissioni, il confezionamento, la tracciabilità e il trattamento fiscale di tutto ciò che contiene nicotina o tabacco. Un aspetto che per l’Italia non è una questione astratta. Il nostro Paese, infatti, coltiva un terzo della produzione europea di tabacco, con circa 11mila ettari e 45mila occupati lungo la filiera. Veneto, Umbria, Campania e Toscana reggono il grosso di un comparto che negli ultimi tredici anni ha resistito alla contrazione dei volumi grazie agli accordi di filiera.
I numeri che infiammano la politica
Il settore del tabacco e della nicotina – riporta Linkiesta – vanta un forte peso economico in Italia: nel 2023 ha contribuito per circa 29,6 miliardi di euro al PIL e sostenuto 186.200 posti di lavoro lungo l’intera filiera. Il che vuol dire agricoltura, manifattura, fornitori, logistica, distribuzione specializzata e servizi collegati. I prodotti innovativi a base di nicotina sono in forte crescita e rappresentano ormai circa il 45% dei ricavi del comparto.
Inoltre, con oltre un miliardo di euro investiti in impianti e innovazione dal 2014, l’Italia si conferma un primario polo produttivo europeo, rendendo centrale il tema della tutela e dell’attrattività degli investimenti nel dibattito normativo.
La stima di una riduzione del Pil di 7,9 miliardi di euro entro il 2030, con circa 55.800 occupati in meno che diventerebbero 90mila includendo l’indotto. C’è poi un altro punto da considerare: equiparare sigarette tradizionali e prodotti alternativi come il tabacco riscaldato o le e-cig, che hanno un profilo di rischio diverso, rischia di spingere i consumatori verso il mercato illegale invece di aiutare chi vuole smettere. Una migrazione dei consumi verso il contrabbando potrebbe ridurre le entrate fiscali tra 1,2 e 5 miliardi di euro.
La reazione del governo
Proprio oggi, 18 settembre, il viceministro alle Imprese, Valentino Valentini, si è pronunciato sul tema. Si è detto fiducioso di poter far cambiare a Bruxelles alcune posizioni che ha definito “ideologiche”. Ha ricordato che il comparto non è fatto solo di multinazionali, ma anche di agricoltura tradizionale italiana, e che la presenza delle grandi aziende ha costruito una competenza unica, con un innesto diretto dell’attività agricola nella filiera.
Ha aggiunto un passaggio che apre a scenari nuovi: i prodotti alternativi non vanno guardati solo nell’oggi, ma nelle logiche del futuro, come strumenti utili anche per altre forme di consumo, i farmaceutici compresi. Insomma, il braccio di ferro tra salute pubblica e tenuta economica è iniziato. L’Italia è in prima fila tra i Paesi che spingono per una linea più morbida.
La legge popolare antifumo
La questione tabacco è comunque bollente. Lo scorso 26 maggio in Senato è arrivata una proposta di legge di iniziativa popolare che ha raccolto oltre 52mila firme. Si chiama “5 euro contro il fumo” ed è promossa da Aiom, Fondazione Airc, Fondazione Umberto Veronesi e Fondazione Aiom, con il sostegno di oltre 90 società scientifiche e associazioni.
Il testo prevede una sovrattassa di 5 euro per ogni unità di consumo standard su tutti i prodotti del tabacco e quelli per l’inalazione di nicotina. Si somma alle accise già esistenti e si applica a ogni formato: dal pacchetto tradizionale ai liquidi delle e-cig, dal tabacco riscaldato alle bustine di nicotina. Restano fuori solo i prodotti farmaceutici per smettere di fumare. Se approvata, il prezzo medio di un pacchetto di sigarette passerebbe dagli attuali 6 euro a 11-12 euro, quasi il doppio.
In Italia, sottolineano i promotori, ci sono circa 10 milioni di fumatori e il tabagismo provoca oltre 93mila decessi l’anno. L’aumento del prezzo è la leva che l’Organizzazione mondiale della sanità indica come la più efficace, e il gettito generato andrebbe per intero al Servizio sanitario nazionale.
C’è poi un dato che colpisce: l’uso di sigaretta elettronica e tabacco riscaldato è quasi raddoppiato in quattro anni, passando dal 3,9% del 2021 al 7,4% del 2025, con una crescita concentrata tra i giovani. Nella fascia 18-34 anni la prevalenza è del 16,5%, contro appena l’1,4% degli over 65.
Il pressing delle associazioni oncologiche dunque si intreccia con la partita politica europea. Due fronti diversi, la stessa domanda di fondo: quanto stringere le maglie su fumo e nicotina senza far saltare un pezzo importante dell’economia.
Quei mozziconi abbandonati
C’è però anche un terzo tavolo, quello ambientale. Da oggi torna in tutta Italia “Puliamo il Mondo”, la campagna di volontariato ambientale di Legambiente. E anche quest’anno i monitoraggi del “Park Litter” nei parchi urbani provato che i mozziconi di sigaretta restano il rifiuto più trovato. I filtri sono fatti in larga parte di acetato di cellulosa, un materiale plastico che non scompare. Si frammenta in particelle sempre più piccole, anche dopo dieci anni dalla dispersione nell’ambiente.
Dal 2018 al 2026 Legambiente ha censito e rimosso 94.624 mozziconi in 610 transetti eseguiti nei parchi urbani, pari al 39,58% di tutti i rifiuti monitorati. Da nove anni svettano nella top ten. Nei monitoraggi 2026 non è cambiato nulla: in 65 parchi urbani di 29 città sono stati raccolti oltre 15mila mozziconi. A Napoli su 822 rifiuti raccolti in undici parchi tra città e provincia, 431 erano filtri di sigaretta, il 52,4% del totale.
Legambiente chiede ai Comuni di emanare ordinanze che vietino il fumo nei parchi urbani, nelle aree gioco e negli spazi pubblici all’aperto, sulla scia di quanto già fatto da Roma, Milano, Torino, Firenze, Verona e Modena. E al Governo di applicare al più presto l’EPR tabacco, la responsabilità estesa del produttore prevista dalla direttiva europea sulla plastica monouso. In sostanza, chi produce sigarette dovrebbe coprire i costi di raccolta, pulizia, infrastrutturazione e sensibilizzazione legati ai filtri dispersi.
Tre fronti, una sola domanda
La direttiva europea sul tabacco, la sovrattassa da 5 euro e i mozziconi nei parchi sembrano questioni separate. Ma non lo sono. Tutte e tre ruotano attorno allo stesso nodo: quanto lo Stato e l’Unione vogliono spingere sul prezzo e sulle regole per ridurre i consumi, sapendo che una stretta troppo brusca può produrre contrabbando, perdita di gettito e contraccolpo occupazionale.
I Paesi Bassi hanno raddoppiato le accise dal 2020, ma un quarto dei pacchetti raccolti per strada conteneva sigarette che avevano eluso le tasse olandesi.
La Francia ha la seconda accisa più alta dell’Unione e un problema di mercato nero che non accenna a rientrare. L’Italia parte da un prezzo medio tra i più bassi d’Europa e da una filiera agricola che pesa. La partita è aperta su tutti e tre i tavoli. E il modo in cui si chiuderà dirà molto su come l’Europa intende declinare, nei prossimi anni, la parola tabacco.