Il 2 novembre 1975 il corpo massacrato di Pier Paolo Pasolini giace, irriconoscibile, sull’argine dell’Idroscalo di Ostia, una borgata abusiva e degradata alla foce del Tevere, da lui stesso definita “un luogo febbricitante di attualità”. Poche ore dopo, Pino Pelosi, un diciassettenne fermato alla guida della vettura che lo ha investito – una Alfa Romeo grigia metallizzata appartenuta alla vittima – , viene arrestato e poi condannato. La sua versione dei fatti, però, cambia nel tempo: negli anni arriva a sostenere che non era solo, che altri uomini avrebbero partecipato all’aggressione e che lui avrebbe agito sotto minaccia.
Da qui nasce la domanda: Pelosi è stato davvero l’unico responsabile, o è stato usato come copertura da qualcuno che aveva motivo di temere Pasolini? È in questo vuoto che si insinua l’ipotesi legata a Petrolio, il romanzo incompiuto lasciato dallo scrittore. Non perché il libro contenga nomi o prove, ma perché al suo interno manca un capitolo annunciato, l’Appunto 21 intitolato Lampi sull’Eni: una pagina bianca in un’opera dedicata ai poteri del petrolio, alla figura di Enrico Mattei e alle ombre della politica italiana.
Che cos’è Petrolio
Petrolio è il romanzo incompiuto su cui Pasolini lavorò negli ultimi anni, pubblicato soltanto nel 1992, diciassette anni dopo la sua morte. Non è un libro di denuncia documentaria, ma una macchina narrativa complessa in cui politica, energia, capitalismo, sessualità, mito e potere si contaminano. Al centro ci sono il mondo del petrolio e della grande industria: l’Eni, Enrico Mattei, i rapporti tra economia e politica, le logiche occulte che governano la Repubblica. Pasolini non scrive un giallo giudiziario, ma usa la finzione per dire ciò che la cronaca non riesce – o non vuole – nominare.
Nel romanzo, Mattei diventa Carlo di Polis, mentre Eugenio Cefis, suo collaboratore e successore, è evocato attraverso la figura di Troia. Il libro racconta quindi, in forma allegorica, i meccanismi del potere economico italiano: le grandi aziende pubbliche, i rapporti con la politica, i servizi, le violenze e le ombre che circondano la morte di Mattei nel 1962. È un’opera frammentaria, fatta di capitoli, appunti, allegorie erotiche, sogni e riferimenti politici ed economici. Il “petrolio” del titolo è insieme materia fisica, simbolo del capitalismo moderno e metafora dell’energia che muove potere, denaro e violenza.
L’Appunto 21 e Lampi sull’Eni: il mistero degli appunti
Il punto che ha alimentato ogni ipotesi è l’Appunto 21, intitolato Lampi sull’Eni. Nel manoscritto e nell’edizione a stampa resta il titolo, ma non il testo: una pagina bianca al posto di un capitolo. Petrolio è costellato di appunti incompiuti, varianti e titoli senza sviluppo: è il romanzo di un autore che lavorava per frammenti. Ma solo l’Appunto 21, Lampi sull’Eni, è rimasto come un vuoto perfetto: un titolo senza pagina. Ed è proprio quel vuoto, più di ogni ipotesi, a fare di Petrolio il libro dei silenzi italiani.
Alcuni hanno sostenuto che quel frammento fosse stato sottratto dopo la morte di Pasolini, forse durante una visita alla sua abitazione nei giorni successivi all’omicidio. Nel 2010 Marcello Dell’Utri dichiarò di possedere il capitolo, ma il testo non fu mai reso pubblico né verificato; la cugina ed erede di Pasolini, Graziella Chiarcossi, ha invece sostenuto che quel capitolo non fosse mai stato scritto. I manoscritti originali di Pasolini, incluso lo scartafaccio di Petrolio, peraltro, sono pubblici e conservati presso l’Archivio Contemporaneo “Alessandro Bonsanti” del Gabinetto Scientifico Letterario G. P. Vieusseux di Firenze.
Qual è il legame tra Petrolio e “Io so”?
In “Io so”, un articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 14 novembre 1974, Pasolini affermava di conoscere i nomi dei responsabili delle stragi e delle manovre eversive di quegli anni in Italia, pur ammettendo di non avere le prove. Petrolio può essere letto come il tentativo di dare forma letteraria a quello stesso sospetto. Il tentativo, rimasto incompleto, di svelare un mondo in cui il potere si nasconde dietro reti economiche, servizi, depistaggi e corpi sostituibili. Il romanzo, tuttavia, non fa nomi ma mostra il meccanismo di come la violenza politica possa diventare funzione della conservazione del potere.
In altre parole, nel pezzo sul giornale Pasolini formula il sospetto e in Petrolio cerca di dargli una forma letteraria. Non è dimostrato che il romanzo contenesse i responsabili delle stragi di cui parlava l’articolo, ma entrambi i testi muovono dalla convinzione che la violenza politica italiana non fosse casuale, bensì collegata a interessi economici e a sistemi di protezione del potere.
Certo, non si può affermare con certezza che Petrolio fosse un dossier segreto sulle stragi o che Pasolini sia stato ucciso per impedirne la pubblicazione. Si può invece dire, con solidità, che Petrolio e Io so condividono lo stesso sguardo: Pasolini vede nella Repubblica italiana una rete di poteri che usa il terrore, il silenzio e la manipolazione per conservare il controllo.
Omicidio Pasolini: quali piste restano aperte?
Sul piano giudiziario, la ricostruzione ufficiale resta quella della “lite a due”. Secondo la sentenza, Pasolini e Pino Pelosi si incontrano all’Idroscalo di Ostia, nasce una lite per motivi sessuali o economici e il ragazzo investe lo scrittore con la sua Alfa Romeo. La Cassazione, nel 1979, confermò questa lettura: un omicidio avvenuto in una lite tra due persone, con Pelosi unico responsabile. È l’ipotesi più solida sul piano processuale, ma è anche quella che non ha mai spiegato del tutto alcune anomalie: la violenza estrema sul corpo, i dubbi sulle tracce e la successiva ritrattazione del condannato.
La seconda pista è quella dei complici ignoti, avanzata da Pelosi dopo il 2005. Il racconto cambia radicalmente: non era solo, c’erano tre uomini con accento meridionale, una Fiat con targa catanese, insulti come “sporco comunista”. Pelosi sostiene di essere stato usato come esca e poi minacciato. Questa versione non ha prodotto una condanna, ma è stata ripresa da familiari, amici e parte dell’opinione pubblica perché rende più coerente l’entità delle ferite e la dinamica dell’aggressione.
L’ipotesi del delitto politico
Accanto a questa, c’è la pista neofascista. Alcuni hanno collegato l’omicidio ad ambienti ostili a Pasolini per le sue posizioni politiche e per la sua omosessualità. La ritrattazione di Pelosi, con le frasi offensive pronunciate durante l’aggressione, ha alimentato questa lettura. Resta però un’ipotesi senza una prova processuale.
La pista più ampia è quella dei servizi, dei depistaggi e del potere. Pasolini sarebbe stato ucciso perché sapeva troppo, o perché stava per dire nomi collegati a stragi, servizi segreti e interessi economici. Questa lettura si salda naturalmente a “Io so” e a Petrolio, soprattutto al vuoto dell’Appunto 21. Anche qui occorre prudenza: non esiste una sentenza che dimostri il coinvolgimento di servizi o mandanti istituzionali. Ci sono però elementi che hanno alimentato il sospetto, come le contraddizioni investigative, la rapidità con cui alcune piste furono chiuse e il clima di strategia della tensione in cui Pasolini viveva.
Infine, alcune ricostruzioni hanno indicato come mandanti la criminalità romana: un regolamento di conti, una rapina andata male o una vendetta legata al mondo in cui Pelosi si muoveva. Sergio Citti, amico di Pasolini, sostenne per esempio che lo scrittore fosse stato attirato in una trappola con la scusa di recuperare pellicole rubate da Salò. È un’ipotesi che sposta il movente dal politico al criminale, ma non esclude del tutto la presenza di interessi più ampi: nella narrazione pubblica, le due piste si sono spesso intrecciate.
La riapertura delle indagine oltre 50 anni dopo
Pasolini era certamente un intellettuale scomodo non soltanto perché aveva attaccato la società italiana del suo tempo, ma perché stava lavorando a Petrolio, un romanzo che trasformava i misteri del potere italiano in materia narrativa. Petrolio dava fastidio a tutti coloro che temevano un romanzo in grado di familiazzare il grande pubblico con il lessico dei poteri occulti: petrolio, servizi, finanza, corruzione, stragi. Ma, sul piano dei fatti, non è mai stato dimostrato che qualcuno abbia di fatto agito per impedirne la pubblicazione. Il libro, del resto, uscì nel 1992 e non produsse rivelazioni processuali decisive.
Oltre cinquant’anni dopo, nessuna delle piste ha prodotto una verità definitiva, ma oggi la Procura di Roma ha aperto un nuovo fascicolo investigativo. L’inchiesta, affidata al pm Silvia Santucci, nasce da un esposto depositato nelle scorse settimane dall’avvocato Stefano Maccioni, che in passato ha assistito Guido Mazzon, uno dei cugini di Pasolini.
Secondo lo stesso Maccioni, l’istanza presentata a novembre 2025 e poi integrata a maggio 2026 si basa su nuovi elementi raccolti dalla difesa. L’avvocato esprime fiducia che la Procura della Repubblica di Roma possa finalmente dare le risposte attese da troppo tempo e, allo stesso tempo, lancia un appello a chiunque sia a conoscenza di fatti rilevanti ma abbia finora preferito tacere: farsi avanti e parlare.
Del resto, continua, tutti i dati finora raccolti sull’omicidio Pasolini conducono ad un’unica conclusione: Pelosi quella sera non era solo. Nel 2016 e nel 2023 la Procura aveva respinto due istanze per la riapertura delle indagini. L’ultima inchiesta, contro ignoti, si era invece conclusa nel 2015 con l’archiviazione, dopo cinque anni di accertamenti. Ora si spera di arrivare finalmente alla verità.