Come sarà la scuola italiana del futuro? Sarà davvero in grado di preparare i ragazzi alla vita che li aspetta? A queste domande prova a rispondere il Report europeo sul futuro dell’istruzione di GoStudent, un’indagine internazionale che ha raccolto le opinioni di genitori, studenti tra gli 8 e i 16 anni e insegnanti in sei Paesi europei. Non si tratta di un’analisi basata sui registri scolastici o sui risultati delle prove nazionali, ma un sondaggio sulla percezione: misura quanto famiglie, ragazzi e docenti si sentano soddisfatti, preparati e attrezzati rispetto alle sfide del dopo-scuola.
Il report analizza soprattutto il rapporto tra esperienza scolastica e futuro: la fiducia nella scuola, il ruolo dell’intelligenza artificiale, le competenze digitali che gli studenti chiedono, il peso educativo dei docenti e le difficoltà quotidiane legate ad attenzione, comunicazione e benessere. È da questa fotografia che emerge il dato centrale: solo il 39% degli studenti italiani si sente preparato alla vita dopo gli studi, contro il 46% della media europea. Un divario che racconta più di una semplice insoddisfazione e mette in luce la distanza tra ciò che si insegna in aula e ciò che serve davvero per orientarsi nel futuro.
Scuola italiana, piace ai genitori ma non prepara al futuro
In Italia il 68% dei genitori si dichiara soddisfatto della scuola frequentata dai figli, ma solo il 41% ritiene che li prepari adeguatamente alla vita dopo gli studi, poco al di sotto della media europea del 45%. La frattura è evidente: la scuola piace, ma non sempre convince di saper attrezzare le nuove generazioni. Le famiglie guardano con preoccupazione anche all’impatto delle tecnologie e il 59% ritiene che la scuola italiana non stia rispondendo adeguatamente all’intelligenza artificiale. È qui che il tema delle competenze digitali incontra quello della formazione docenti.
Il 69% degli insegnanti dichiara di usare l’IA nella didattica, in crescita rispetto al 57,4% del 2025, ma il 61% indica la mancanza di competenze professionali come principale ostacolo a un uso consapevole. Ecco il paradosso: l’intelligenza artificiale è già entrata nella scuola italiana come strumento pratico, ma non è ancora diventata una competenza educativa da insegnare e discutere criticamente.
Cosa dicono i dati GoStudent sulla scuola italiana
Il report GoStudent non misura gli apprendimenti, ma le aspettative e le percezioni di chi vive la scuola ogni giorno. Ed è proprio su questo terreno che emerge la distanza tra soddisfazione e preparazione. La scuola frequentata piace alla maggioranza delle famiglie, eppure la fiducia nella capacità di preparare alla vita resta sotto la media europea. Un segnale che riguarda non solo i contenuti, ma anche il modo in cui la scuola italiana racconta e affronta il cambiamento.
Il dato sui genitori è il più immediato: il 68% si dichiara soddisfatto, ma solo il 41% crede che la scuola prepari adeguatamente al dopo-studi. La media europea è del 45%, quindi l’Italia non è molto distante, ma resta sotto. La differenza più netta arriva dagli studenti: il 39% si sente pronto, contro il 46% della media europea. Sono numeri che non vanno letti come una bocciatura automatica, ma come un campanello d’allarme sulla percezione di ciò che manca.
Perché l’intelligenza artificiale a scuola resta un paradosso
L’IA è già entrata nelle aule scolastiche (non solo in Italia), ma soprattutto come strumento pratico. L’86% degli insegnanti italiani dichiara di usarla nel proprio lavoro, in particolare per creare materiali didattici e preparare le lezioni. Eppure solo il 17% degli studenti ha ricevuto una lezione strutturata sull’argomento. Il risultato è un paradosso: una tecnologia molto utilizzata, ma poco insegnata. Il 69% dei docenti usa l’IA nella didattica, con un aumento di 11,6 punti rispetto al 57,4% del 2025.
Il 56,8% la impiega per attività di supporto, come relazioni, verbali e Piani didattici personalizzati, mentre l’uso come strumento compensativo per alunni con bisogni educativi speciali o disabilità passa dal 10% al 18,8%. Cresce però anche la cautela: il 44% teme che gli assistenti virtuali possano distrarre gli studenti e indurli ad accettare senza verifica risposte inesatte.
L’intelligenza artificiale dunque è già una pratica diffusa nella scuola italiana ma non è ancora una competenza educativa. Il 61% dei docenti indica la mancanza di competenze professionali come ostacolo principale, mentre quasi il 40% chiede percorsi formativi sistematici. Il nodo, quindi, non è vietare o consentire l’IA, ma trasformarla da pratica informale in competenza critica.
Quali competenze digitali chiedono gli studenti italiani
Gli studenti, dal canto loro, hanno le idee piuttosto chiare. Il 31% vorrebbe studiare AI e machine learning, mentre il 32% indica sviluppo tecnologico e realtà virtuale. I genitori guardano soprattutto alla vita quotidiana e il 40% chiede cybersecurity. I docenti, invece, mettono al primo posto la pianificazione finanziaria, indicata dal 30%.
Le priorità divergono, ma il messaggio di fondo è comune: la scuola italiana deve aggiornare i programmi senza perdere le competenze fondamentali. Saper scrivere, concentrarsi, comunicare e ragionare in autonomia resta decisivo. Lo sottolinea anche Felix Ohswald, CEO e cofondatore di GoStudent, secondo cui innovare l’istruzione non significa scegliere tra tradizione e tecnologia, ma costruire un modello capace di valorizzare entrambe.
Il ruolo dei docenti
Per quasi tre docenti italiani su quattro, il 72%, il compito principale dell’insegnante è accompagnare gli studenti nel percorso di crescita. Non solo materie, dunque. Il 44% offre supporto per salute mentale e benessere, mentre il 40% aiuta a riconoscere disinformazione e notizie false online. Un ruolo educativo che si amplia e che chiede tempo, ascolto e formazione.
Sul piano quotidiano, gli insegnanti osservano difficoltà precise. Il 44% indica la comunicazione faccia a faccia tra le principali sfide affrontate dagli studenti, mentre il 42% segnala la difficoltà a mantenere l’attenzione su un’unica attività per più di qualche minuto. Su questo terreno la tecnologia può alleggerire alcune incombenze, ma non sostituire la relazione educativa. Come ricorda Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, il tempo guadagnato con l’IA deve restituire tempo all’ascolto, con un sostegno continuativo agli stessi educatori.
Come colmare il divario
Alfabetizzare all’IA non significa insegnare soltanto a usare un chatbot. Significa capire come funzionano i modelli, riconoscere bias ed errori, verificare le fonti, proteggere i dati personali e distinguere l’uso che sostiene l’apprendimento da quello che lo sostituisce. L’UNESCO ha proposto quadri di competenze separati per studenti e docenti, articolati su mentalità centrata sulla persona, etica dell’IA, tecniche e applicazioni, progettazione di sistemi di AI.
Per la scuola italiana servono percorsi strutturati per i docenti, moduli trasversali per gli studenti, regole condivise su compiti e verifiche e attività didattiche in cui confrontare le risposte dell’IA con fonti attendibili. La domanda corretta non è se consentire o vietare l’IA, ma come renderla una competenza civica e critica. Una scuola che si limita a usarla produce studenti più veloci; una scuola che la alfabetizza forma cittadini più consapevoli, capaci di chiedersi non solo cosa l’IA può fare, ma anche quando fidarsi, quando verificare e chi risponde delle sue conseguenze.