Vestito di nero, camicia bianca e sciarpa blu, capelli corti e scuri, fisico asciutto e passo sicuro, Alberto Fortis si presenta con l’energia di chi sembra aver stretto un patto personale con il tempo. L’impressione, osservandolo mentre parla del nuovo album Sentimental City, è quella di trovarsi davanti a un artista molto più giovane dei suoi settant’anni. «Il segreto», spiega sorridendo, «non è nascosto in formule magiche né in improbabili guru del benessere. Al cibo sono sempre stato attento, perché come figlio di medici mi avevano sempre abituato a nutrirmi decentemente. E poi io penso che fin quando le stelle ce ne daranno la possibilità, con le tournée e i concerti, di ginnastica se ne fa già abbastanza. Forse è anche uno stile di vita. A me piace il mare, mi piace nuotare, vado un po’ in bicicletta e quindi eccomi qua».
Ma c’è anche un altro ingrediente. La musica stessa. «Credo che assolutamente la musica sia un grande dono anche in questo ambito, perché siccome il nostro corpo dipende dal nostro cervello come si dice sempre, credo che davvero sia un toccasana, sia una sorta di allenamento proprio anche all’informazione, all’agilità cerebrale».
Quell’agilità emerge anche nel modo in cui Fortis racconta gli ultimi anni. Dodici anni senza un album di inediti possono far pensare a un lungo silenzio. Lui però corregge subito la prospettiva. «Non è esatto, perché se uno va a vedere quello che ho fatto, negli ultimi anni c’è sempre stata, non di album, ma una pubblicazione abbastanza regolare di singoli, tournée, anche un’esposizione stampa, varie cose. E soprattutto, come sappiamo, oggi si è spostato molto sulla comunicazione social, che seguo molto».
Adesso però il ritorno è concreto e si chiama Sentimental City, album anticipato dai singoli Ricordati di me, con ospite Moni Ovadia, e Shopping con Alanis. Un progetto che arriva dopo i sold out al Blue Note di Milano, il concerto al Castello Sforzesco e una lunga serie di spettacoli dal vivo. Il cuore dell’opera è racchiuso nel titolo stesso. Fortis non parla di nostalgia, ma della necessità di ricostruire uno spazio condiviso in cui i rapporti umani tornino protagonisti.
«Non a caso Sentimental City si intitola così, perché è proprio il tentativo di ricostruire la “città del sentimento”. Lo dico perché il sentimento è oggi un’arma potentissima. Io non lo concepisco soltanto nella sua accezione romantica o poetica, ma proprio come un ingrediente che favorisce la dignità, la professionalità, il fatto di agire su sé stessi e sugli altri con quella sorta di rispetto reciproco che fa la differenza».
Una visione che si collega anche all’impegno personale maturato negli ultimi anni. «Da un anno e mezzo faccio parte dell’Associazione Cittadellarte del maestro Michelangelo Pistoletto per la pace preventiva e mi è stato ufficializzato questo bel riconoscimento di Ambasciatore per la pace preventiva dal Segretariato del Summit Mondiale dei Premi Nobel.»
E la pace attraversa l’intero disco come un filo invisibile. «Tutto Sentimental City è pervaso da questo concetto della pace. C’è, ad esempio, la canzone Sogno d’amor che parla di questo sogno d’amore collettivo, un sogno d’amore proprio contro l’assurdità che stiamo vivendo, che nessuno qualche anno fa avrebbe sospettato potesse avverarsi. Siamo testimoni di uno scenario che sta diventando quasi inconcepibile.»
Allargando il ragionamento ai social, all’intelligenza artificiale e ai meccanismi della comunicazione contemporanea. Fortis rifiuta le letture apocalittiche. «Dobbiamo considerare l’AI come una delle grandi innovazioni epocali. Dipende da come usiamo questo mezzo, che potrebbe persino darci la possibilità di fare una rivoluzione ghandiana pacifica, benché i mezzi di controllo siano infiniti e efficacissimi. Dobbiamo considerarla come una dei cambiamenti di paradigma del vivere che ci fanno atterriscono, così come il telefono che faceva comunicare con persone Oltreoceano atterriva i nostri bisnonni.
Stiamo attenti a non cadere nella trappola dell’inganno che ci porta alla demotivazione, a credere che non possiamo essere protagonisti nel senso positivo e collettivo del nostro ruolo. Perché ognuno di noi è parte di un grande organismo, di un grande tessuto e quindi non dobbiamo fare l’errore di non considerarci importanti in quel tessuto, al di là dell’età, della professione e dell’estrazione anche sociale.».
Ecco allora che la nuova “città del sentimento” immaginata da Fortis non è soltanto il titolo di un album vivo, sintesi di poesia ed energia, attraversato da una tensione quasi spasmodica verso la luce, in cui si innestano il Coro Alpino ANA e gli archi, programmazioni elettroniche diffuse e chitarre rock, il caro vecchio mellotron e ritmiche mai banali. È una proposta culturale, civile e persino politica nel senso più ampio del termine. Un invito a non rinunciare al ruolo che ciascuno può avere nella comunità.
Dopo oltre quarant’anni di carriera, Fortis continua a credere che la musica possa ancora aprire spazi di riflessione. E osservandolo parlare, con l’entusiasmo di un esordiente e l’esperienza di chi ha attraversato epoche diverse della canzone italiana, si capisce perché il tempo, con lui, sembri avere un rapporto un po’ particolare.