“Perché la sorte ci stronca così, come canne?”. “Sì, siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia! Siamo canne, e la sorte è il vento”. “Sì, va bene: ma perché questa sorte?”. “E il vento, perché? Dio solo lo sa”. Questo breve dialogo tra donna Ester Pintor, una nobile decaduta che fa domande colossali, e il fattore Efix, che risponde dall’alto di una sofferta e sconsolata sapienza, racchiude il senso del romanzo forse più famoso di Grazia Deledda, “Canne al vento”. E riassume, pure, un nodo fondamentale del pensiero della scrittrice: la tensione tra la dimensione ineluttabile del destino e quella tutta umana della scelta, del rimpianto, del senso di colpa. Questa profondità di respiro, lo stile personale che unisce realismo e afflato lirico, l’attenzione atemporale (e universale) alle ansie e alle torsioni dell’animo umano fruttano a Deledda, nel 1926, il Premio Nobel per la Letteratura. La motivazione è lapidaria: “Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale, e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano”. Per ritirare il riconoscimento dovrà aspettare più di un anno, fino al dicembre del 1927, quando una solenne cerimonia a Stoccolma ne consacrerà la vita tutta dedicata alla letteratura. Nata a Nuoro nel 1871, Grazia Deledda riesce a frequentare le scuole solo fino alla quarta elementare. La sua istruzione è poi affidata ad alcuni precettori privati, ma la giovane studia sostanzialmente da autodidatta.
A sedici anni pubblica la sua prima novella, “Sangue sardo”, sulla rivista femminile L’Ultima Moda e comincia un’intensa collaborazione con periodici sardi e nazionali, fino ad approdare, nel 1899, all’autorevole rivista romana Nuova Antologia. Entra in contatto con vari intellettuali, come gli scrittori sardi Enrico Costa e Salvatore Farina, il poeta siciliano Mario Rapisardi, grazie anche a una fitta rete di scambi epistolari, ma la Sardegna le sta stretta. Nel 1900 sposa l’impiegato statale Pietro Madesani, che diventa il suo agente, in un sodalizio fatto di profonda dedizione e criticato (con una punta d’invidia) nientemeno che da Luigi Pirandello. Col marito (avranno due figli) si trasferisce a Roma dove finalmente può frequentare circoli letterari e culturali e confrontarsi con personalità del calibro di Eleonora Duse, alla quale, dopo l’adattamento sul grande schermo del suo romanzo Cenere, scriveva: “Lei mi ha dato una grande gioia, avvicinando la Sua arte alla mia. Lei ha fatto di Cenere una cosa bella e viva […]; il lavoro è Suo, oramai, non più mio, come il fiore è del sole che gli dà il colore più che della forza che gli dà le radici”. Vivere a Roma permette a Deledda di guardare con maggiore distacco e ampiezza di vedute alla Sardegna nativa, e più in generale all’Italia rurale, che restano il centro dei suoi interessi artistici. Le frequentazioni romane ovviano, almeno in parte, alla formazione da autodidatta della scrittrice, ma non ne alterano l’approccio peculiare alla letteratura: il suo percorso è originale, scandito dall’incontro con maestri d’elezione piuttosto che con scuole definite e mode del momento. Una certa affascinante “primordialità” ne fa risaltare la scrittura incantata e sanguigna, che si esprime in una produzione vastissima. Prevalgono di gran lunga – al di là di qualche opera teatrale e alcune raccolte di novelle – i romanzi, la cui pubblicazione in volume (sempre con l’editore Treves di Milano) è spesso anticipata da quella a puntate per lo più sulla rivista “Nuova Antologia”: “Elias Portolu” del 1903, “Cenere” del 1904, “Nostalgie” del 1905, “L’edera” del 1908 (poi rivista nel 1921), “Nel deserto” del 1911, “Colombi e sparvieri” del 1912, “Canne al vento” del 1913, “Marianna Sirca” del 1915, “La madre” del 1920, “Cattive compagnie” del 1921, “Il dio dei viventi” del 1922. L’ambientazione è sempre sarda e spesso quella dei villaggi rurali; il paesaggio, accuratamente descritto, assume una forte connotazione simbolica, rispecchiando le emozioni e le trasformazioni dei personaggi; la società dell’isola è colta in un preciso momento storico: quando il latifondo e l’economia su di esso basata entrano in crisi, la nobiltà comincia a decadere, i contadini sentono allentarsi l’oppressione ma perdono al contempo un secolare punto di riferimento e intanto emerge la nuova classe dei commerci e delle professioni, la borghesia.
Sostenuta dall’ambasciatore svedese a Roma Carl Bildt, stimata da alcuni autorevoli protagonisti della scena letteraria nazionale e internazionale, come Giovanni Verga e D. H. Lawrence, Deledda viene candidata al Nobel per la letteratura a partire dal 1913 e lo vince infine nel 1926. Il premio è la consacrazione del suo talento tanto quanto della sua ambizione, ma non riesce (se non nell’immediato) a suscitare un interesse profondo verso l’opera della scrittrice sarda. A Deledda si rimprovera un eccessivo sentimentalismo e la scelta di storie legate a un ambito geografico ristretto, del tutto avulse dai grandi avvenimenti storici di quegli anni. Ma in fondo i romanzi di Grazia Deledda sono storie di vite e di anime: vite complicate, immerse in un ambiente dove la fragile apparenza nasconde storture e peccati, beffate da un incrocio spesso tragico tra senso morale e destino; anime inquiete, che il loro sentire fuori misura scaraventa contro le sbarre della società e della storia.
Contestualmente al Nobel, la scelta narrativa della scrittrice si apre a latitudini diverse dalla Sardegna: “La fuga in Egitto” (1926) è ambientato in un paese sull’Adriatico, “Annalena Bilsini” (1927) invece si svolge in Veneto. Con l’imprenditrice veneta, che governa le sorti della sua famiglia fra saggezza e struggimento, Deledda aggiunge un’altra figura femminile alla carrellata di donne ribelli, indomabili, eroiche quasi e al tempo stesso profondamente umane, che attraversa i suoi romanzi. Mentre sta attendendo alla stesura di una sorta di autobiografia (“autofiction”, si direbbe oggi), Grazia Deledda muore per un tumore al seno il 16 agosto del 1936. “Cosima”, il romanzo incompiuto, pubblicato da Treves nel 1937, resta l’ultimo saggio di una scrittura su cui sembra gravare la stessa sorte dolceamara dei personaggi che dipinge: tradita dal suo stesso slancio, incapace di trovare una collocazione stabile, e piena giustizia, nel canone letterario.