Quarant’anni di televisione italiana, personaggi surreali, talenti lanciati e una rivoluzione comica che ha cambiato il linguaggio del piccolo schermo. L’assurda storia della Gialappa’s Band, documentario diretto da Walter Veltroni, presentato alla Festa del Cinema di Roma e in arrivo nelle sale il 22 ottobre con Medusa, è un viaggio tra passato e presente che racconta non soltanto il percorso di Marco Santin, Giorgio Gherarducci e Carlo Taranto, ma anche i cambiamenti culturali, politici e sociali del Paese.
«Non è propriamente la storia di tre amici, perché all’inizio non si conoscevano. Si sono incontrati quasi per caso a Radio Popolare e da lì hanno intrapreso un cammino folle, arrivando in televisione senza mai mostrarsi», spiega Veltroni. La loro rivoluzione è stata costruire un universo surreale, popolato da personaggi improbabili, ribaltando i codici della comicità tradizionale. «Non si trattava di satira in senso stretto, né della comicità alla quale la televisione era abituata. Mi sembrava interessante raccontare tre persone che non si mostrano, ma riescono a evocare un mondo attraverso il loro lavoro».
Un percorso nato quasi per caso e, che tra Mai dire Gol, Mai dire Banzai fino a GialappaShow, è diventato un fenomeno televisivo. «Non ci è mai interessato apparire. Non siamo nati sul palcoscenico e ci saremmo sentiti a disagio», racconta Gherarducci, mentre Santin ricorda le difficoltà iniziali nel far capire ai giornalisti che il trio non sarebbe comparso in video. Una scelta controcorrente, in un’epoca in cui tutti sembravano inseguire la notorietà.
Il documentario ripercorre anche le difficoltà incontrate nel proporre una comicità fuori dagli schemi, a partire dall’ironia sul calcio, considerato quasi intoccabile. «Avevamo proposto il nostro programma alla Rai, ma ci avevano risposto di no, dicendoci che non si sputa sul sagrato. Italia 1, invece, ci ha dato la possibilità di prendere in giro il calcio», ricorda Gherarducci.
Oggi, secondo il trio, il problema è soprattutto economico. «Fare comicità costa molto. Un talk show politico è decisamente meno costoso e questo è uno dei motivi per cui oggi ce ne sono così tanti», osserva Gherarducci, ricordando l’addio a Mediaset e successivamente alla Rai per la mancanza di risorse, fino all’approdo su TV8. «Il mercato dei comici esiste ancora e ci sono tanti comici bravi – aggiunge Santin – Il problema è che servono risorse per realizzare programmi di questo genere».
Il film riunisce molti artisti, alcuni diventati celebri proprio grazie alla Gialappa’s: Aldo, Giovanni e Giacomo, Teo Teocoli, Paola Cortellesi, Antonio Albanese, Fabio De Luigi, per citarne alcuni. Per Veltroni, è anche un racconto dell’Italia: «Non avevamo l’ambizione di realizzare un saggio sui quarant’anni trascorsi, ma volevamo leggere, attraverso il loro lavoro, i cambiamenti culturali, politici e linguistici del Paese».
Un viaggio che alterna risate e commozione, senza trasformarsi in una celebrazione. «Mi è piaciuto che il documentario non fosse troppo celebrativo. Tutti i comici ci prendono anche in giro», dice Gherarducci. Santin ammette di essersi commosso rivedendo alcuni momenti dimenticati. Perché, dietro personaggi come Tafazzi e l’Ingegner Cane, c’è una storia di amicizia professionale, libertà creativa e talenti capaci di lasciare il segno. E, come scherza Veltroni, il ritorno del signor Carlo potrebbe persino aprire la strada a un sequel.