Dal primo ottobre anche Q8 applica il prezzo calmierato ai carburanti per trenta giorni, seguendo la scelta di Eni e Ip che hanno introdotto il tetto massimo di 2,19 euro al litro per il gasolio e 1,99 per la benzina.
Il freno agli aumenti è stato avviato da Eni lo scorso 28 settembre, e ha incluso le oltre 3.800 stazioni di servizio della compagnia a partecipazione pubblica, pari a circa il 20% della rete di distribuzione italiana. Il gruppo azero Socar, che controlla Ip, Italiana Petroli, ha annunciato a sua volta un intervento simile, senza fissare un tetto massimo a livello nazionale, ma permettendo di inserire gradualmente la misura prima sulla sua rete di proprietà (2mila stazioni di servizio) e poi su tutte le altre dello stesso marchio (4.575). Calcolando soltanto i due gruppi, le misure interessano complessivamente il 39% dei 22 mila impianti di rifornimento presenti in Italia.
Insomma, si è innescato un effetto domino che oggi ha coinvolto anche la kuwaitiana Q8.
Le auto in coda per il pieno e il tutto esaurito di alcuni distributori nel giro di due giorni sono state le prime conseguenze nelle principali città come Napoli, Roma e Firenze, con un risparmio medio di circa 8,5 euro su un pieno di 50 litri. La Federazione dei gestori degli impianti Figisc ha però lanciato l’allarme per il rischio di concorrenza sleale, e i sindacati hanno chiesto al Governo una norma uguale per tutti gli operatori che faccia scattare in automatico un tetto quando i prezzi salgono oltre quanto possa essere giustificabile dalle quotazioni.
Assopetroli-Assoenergia ha chiesto anche di aprire un confronto istituzionale per l’estensione dei prezzi calmierati alle vendite all’ingrosso, e di garantire condizioni di concorrenza equilibrate agli operatori indipendenti che rischiano di essere marginalizzati dalle decisioni dei colossi che dominano il mercato.
I prezzi calmierati non salvano dagli aumenti rispetto allo scorso anno
Secondo un’indagine condotta dal portale di comparazione Facile.it, nel mese di settembre sono stati spesi per il carburante 1,3 miliardi in più rispetto allo stesso periodo del 2025, e per ottobre è previsto un ulteriore aggravio di spesa per i consumatori di 1,6 miliardi.
L’impatto più pesante è stato rilevato sul gasolio: i possessori di un veicolo diesel hanno speso 950 milioni di euro in più, contro i 400 di chi guida un mezzo alimentato a benzina.
Per fare un pieno di gasolio oggi occorrono 117 euro contro gli 82 di un anno fa, mentre per un pieno di benzina si spendono 106 euro rispetto agli 86 dell’anno scorso.
Il peso delle accise
Il 17 settembre, il Decreto-legge 162 riguardante le “Disposizioni urgenti per il sostegno economico e il contenimento degli effetti derivanti dal perdurante aumento del costo dei carburanti” ha stabilito uno sconto sulle accise, imposte applicate in misura fissa su ogni litro di carburante, di 12,2 centesimi al litro fino al 25 settembre, e di 6,1 centesimi dal 27 al 5 ottobre. Fra meno di una settimana, dunque, termina la proroga del taglio fisso all’imposta e si ritorna alle cosiddette accise mobili, che rappresentano un sistema automatico per limitare gli effetti degli aumenti, introdotto per la prima volta nel 2008 e modificato nel 2023. In pratica, quando il prezzo del petrolio aumenta, cresce anche il gettito dell’Iva, perché l’imposta viene calcolata su una cifra più alta. Una parte di questo introito può essere utilizzata dallo Stato per ridurre temporaneamente le accise, in un sistema che si “autofinanzia”. Uno dei problemi di questo meccanismo riguarda i tempi di applicazione, perché lo Stato deve prima incassare il gettito maggiorato e poi può utilizzarlo per compensare le accise, quindi non ci sarà mai un effetto calmierante “in tempo reale”.
Cosa determina il prezzo del carburante, oltre al costo del greggio
Il costo del greggio al barile è oggi di 89,41 dollari, eppure per fare il pieno si spende molto di più rispetto al 2008, quando fu toccato il prezzo record di 147,5 dollari al barile. I fattori che influenzano il prezzo che troviamo ai distributori sono tanti, e riguardano tutta la filiera, dalla raffineria al trasporto, dall’andamento dei mercati internazionali alle vicende geopolitiche, fino ai tassi di cambio. 18 anni fa un euro valeva un dollaro e 60 centesimi, contro gli attuali 1,14: a parità di prezzo è quindi ovvio che chi compra dall’Europa spenda di più, senza contare l’inflazione. C’è poi il processo di trasformazione che oggi ha perso diversi poli di lavorazione: negli ultimi 15 anni l’Europa ha ridotto del 20% la capacità di raffinare il petrolio in proprio, e ben 30 raffinerie sono state chiuse. Di conseguenza deve affidarsi maggiormente alle esportazioni, compatibilmente con le guerre in atto che rendono sempre più complicato e imprevedibile il trasporto.
Il paradosso italiano
Nonostante i costi proibitivi, in Italia il consumo di benzina è cresciuto del 3,9% nel 2025 e del 5,5% nei primi cinque mesi del 2026 (dati Unem, Unione Energie per la Mobilità). Se è vero che le immatricolazioni dei veicoli elettrici stanno aumentando, si tratta ancora di numeri molto contenuti: 183 mila auto “full electric” contro 14 milioni di macchine alimentate a benzina e 15 milioni a gasolio. Una sproporzione enorme, che non potrà essere certo ribilanciata nel giro di pochi anni. Nel frattempo, però, gli ultimi mesi di rincari stanno cominciando a modificare i comportamenti: secondo una ricerca dell’agenzia Eumetra, il 79% degli italiani sostiene che la voce di spesa che preoccupa di più è quella per il carburante, che supera luce, gas e acquisti di generi alimentari, e che sta già costringendo a rivedere le priorità: meno spostamenti non necessari, e rinunce a viaggi e vacanze.