Può una risata diventare una minaccia per il potere? E quanto la fede è uno strumento di libertà? Sono le domande al centro di Dio ride, il nuovo lavoro cinematografico di Giovanni Veronesi, presentato fuori concorso come titolo di chiusura della 83ª Mostra di Venezia, ora nelle sale con PiperFilm. Un racconto ambientato nel Seicento, tra spiritualità, ironia e ribellione, che vede Pierfrancesco Favino nei panni di frate Leopoldo da Casamacchia, un predicatore capace di conquistare il popolo con un messaggio rivoluzionario: Dio non è soltanto un’entità da venerare, ma può anche sorridere insieme agli uomini.
Dio ride: al cinema il dramma e la commedia di Veronesi
Veronesi ha deciso di mescolare commedia e dramma, senza rinunciare all’ironia che ha caratterizzato buona parte della sua carriera. Al centro della storia c’è un uomo semplice che, senza voler diventare un eroe, sfida un sistema attraverso la forza della propria autenticità, attraverso una risata che può diventare un gesto rivoluzionario.
«Da laico e toscano miscredente quale sono, mi sono sempre avvicinato con un certo timore alla religione. Mi affascina molto il mondo di un potere che non conosco, e nel quale molti hanno fede», ha raccontato al Lido Veronesi, che è tornato a confrontarsi con la spiritualità dopo Per amore, solo per amore, il film del 1993 dedicato alla storia di Giuseppe e Maria. «Allora parlavo di fede nell’amore, oggi di fede in sé stessi. Credere talmente tanto in sé stessi e nel prossimo da riuscire a essere onesti e veri».
Il protagonista di Dio ride è un frate cappuccino che attraversa villaggi e campagne predicando il Vangelo con un linguaggio semplice, lontano dalla solennità della Chiesa. La sua umanità, il suo modo di parlare alla gente e soprattutto la sua capacità di far ridere attirano folle sempre più numerose. Ma quella fede spontanea, che restituisce gioia e speranza, finisce per insospettire le autorità ecclesiastiche, preoccupate di perdere il controllo sui fedeli. A indagare sul religioso viene inviato il cardinale Maculani, interpretato da Silvio Orlando, un inquisitore deciso a riportare l’ordine.
Favino: «La presenza della fede è diventata più ingombrante di quanto immaginassi»
Favino ha raccontato il modo in cui ha approcciato al personaggio: «Leopoldo è un uomo inconsapevole di cosa sia il martirio. Quello che pensa essere naturale improvvisamente diventa rischioso. Ma lui continua a essere sé stesso e a non piegarsi. Da attore non mi sono fatto trasportare dall’idea di un eroe che si sacrifica». L’attore ha lavorato anche sulla figura del guitto, profondamente radicata nella tradizione italiana, trovando progressivamente una dimensione più intima e spirituale rispetto a quella immaginata inizialmente. «All’inizio lo pensavo un po’ più scoppiettante. Mettendolo in scena, invece, la presenza della fede è diventata più ingombrante di quanto immaginassi».
A contrapporsi alla libertà di Leopoldo è il cardinale Maculani, figura realmente esistita e legata anche al processo contro Galileo Galilei. «La Chiesa in quel momento aveva grossi problemi di credibilità a livello europeo e, quando il potere diventa debole, diventa anche più feroce – ha sottolineato Orlando -. Maculani pensa di poter sbrigare in poche ore questa rogna con un contadino rozzo e invece si trova di fronte a qualcosa di inimmaginabile: una testimonianza di fede pura, purissima, quella fede che lui ha un po’ messo sotto chiave». Il confronto tra i due uomini diventa così uno scontro tra modi opposti di vivere la religione, ma anche un’occasione per mettere in discussione certezze e convinzioni.
Dietro la ricostruzione storica si nasconde una riflessione sul presente. Veronesi utilizza il Seicento, epoca in cui opporsi all’autorità poteva significare finire sul rogo, per interrogarsi sul rapporto tra individui e potere. «Oggi sarebbe importante che le persone, soprattutto le nuove generazioni, dicessero “no” a certe imposizioni del potere», ha affermato ancora il regista. Un invito a non rinunciare alla propria libertà di pensiero, anche quando questo comporta il rischio di andare controcorrente.
La comicità diventa allora una forma di resistenza. Tra i riferimenti cinematografici di Veronesi c’è Il nome della rosa – «Lì si parla di Aristotele e di una comicità che viene bruciata dal Cristianesimo. Perché la comicità fa paura al potere», ha spiegato – ma anche pellicole italiane, da La grande guerra a Una vita difficile. Un tema sul quale riflette anche Paolo Rossi, presente nel cast insieme ad Alma Noce, Francesco Gheghi, Maurizio Lombardi e Carlo Cecchi, quest’ultimo nei panni di Papa Innocenzo X. «La risata, per quanto tu la studi e la approfondisca, resta un mistero, come la fede – ha detto Rossi -. Per me deve restare tale: non darsi delle risposte, ma continuare a farsi delle domande».
Le location di Dio ride
Girato tra Siena, Volterra e Santa Fiora, in Dio ride Veronesi restituisce agli spettatori anche una Toscana aspra e lontana dalle immagini da cartolina, con paesaggi rocciosi e cieli sconfinati: «In quei cieli ci vedo l’infinito, qualcosa di cui non si vedono i confini. L’uomo è capace di concepire l’infinito come è capace di concepire Dio».
Foto: Enrico De Luigi
Tratto dal numero della rivista 50&Più Novembre