Prima che New York ne catturasse l’anima e Parigi ne schiarisse la tavolozza, l’orizzonte di Edward Hopper (1882-1967) ha avuto la forma fluida e silenziosa del fiume Hudson. È qui, nella cittadina natale di Nyack, che lo sguardo del futuro maestro del realismo americano ha iniziato a fare i conti con lo spazio, la solitudine, il mistero delle geometrie e la luce. Da ragazzo amava osservare i traghetti scivolare lenti nella nebbia del mattino. Muoveva così i primi passi, intimi e rivelatori, di una “geografia visiva ed emotiva” che è ben raccontata nella retrospettiva Edward Hopper: New York e oltre, curata da Barbara Haskell e ospitata a Palazzo Blu di Pisa. Circa 150 opere, tra oli, acquerelli, incisioni, disegni oltre a un ricchissimo patrimonio di lettere, fotografie, taccuini e documenti provenienti dalle collezioni del Whitney Museum of American Art (con la cui collaborazione è stata realizzata la mostra), permettono di avvicinarsi al modo di procedere e alle riflessioni dell’artista, altrimenti avaro di discorsi.
In una rara intervista del 1961 con la critica d’arte Katherine Kuh, Hopper raccontava come la luce tipica della valle dell’Hudson, tra il mormorio del grande fiume e la rigida architettura delle case di fine Ottocento, avesse influenzato per sempre il suo modo di dipingere. «Da bambino – diceva – sentivo che la luce sulla parte superiore della casa era diversa da quella sulla parte inferiore. C’è una specie di euforia nella luce del sole sulla parte alta di una casa». Gli studiosi si riferiscono a questo fenomeno come alla “Hudson River light” (la luce del fiume Hudson): quell’illuminazione radente, infletta e geometrica che Hopper vedeva riflettersi sulle case vittoriane del suo paese natale fin da piccolo e che è diventata il marchio di fabbrica di tanti suoi capolavori della maturità. «Tutto quello che ho sempre voluto fare è dipingere la luce del sole sulla parete di una casa», diceva. All’inizio del secolo Hopper si trasferì nella Grande Mela, dove si formò sotto la guida di William Merritt Chase e Robert Henri, che lo spinse a confrontarsi con la realtà americana e a privilegiare lo sguardo alla tecnica. Ma prima di diventare un pittore affermato, Hopper lavorò come illustratore e pubblicitario alla New York School of Art.
Dai toni di Carducci alla solitudine di Hopper: l’autunno ieri e oggi
Dal 1906, per circa un anno, visse a Parigi, per poi tornarci altre due volte nei quattro anni successivi, eleggendo la capitale francese a sua musa temporanea. Fu un amore folgorante, espresso dallo stesso pittore con parole di assoluta devozione: «Parigi è la città più bella del mondo». In mostra, questa stagione emerge con chiarezza. Se i primi mesi parigini furono segnati da toni cupi e densi, come in Cortile interno al 48 di rue de Lille, Parigi (1906), la primavera del 1907 portò una rivoluzione luminosa. Hopper scoprì la pittura en plein air e l’impressionismo, catturando la Senna e i monumenti storici con pennellate libere e formati panoramici, anche se con un’assenza quasi totale di figure umane.
Il distacco da questa estetica richiese tempo e fatica. Hopper stesso dichiarò in seguito: «Ho avuto bisogno di dieci anni per superare l’influenza di Parigi».
L’opera Sera blu (Soir Bleu, 1914), presente in mostra, funge da ideale cerniera: una scena di caffè parigino intrisa di quella tensione narrativa e di quel senso di estraniamento che avrebbero poi trovato il loro compimento definitivo oltreoceano.
Tornato definitivamente a New York, città dove risiederà per tutta la vita adulta nello studio di Washington Square North, Hopper iniziò a guardare la metropoli con occhi nuovi. Mentre i suoi contemporanei celebrano la verticalità dei grattacieli o la folla tumultuosa, Hopper sceglie i “brownstone”, gli iconici palazzi bassi in mattone rosso, le stazioni della ferrovia sopraelevata e le vetrine silenziose.
La sua poetica si distaccava dal crudo reportage sociale dei realisti della Ashcan School, per abbracciare una dimensione psicologica universale. Invece di rappresentare le folle e l’energia tumultuosa della città, al pari dei suoi colleghi, Hopper prediligeva una realtà fatta di oggetti comuni e luoghi familiari, figure solitarie assorte nei propri pensieri o soggetti che condividono uno spazio fisico ma non un mondo emotivo, come nel caso di Interno newyorchese (1921 ca.), dove una donna è colta di spalle in un momento di intima quotidianità. In un tempo sospeso, anche lo spettatore viene coinvolto nell’osservare la scena dall’esterno, quasi un voyeur chiamato a completare un dramma di cui non conoscerà mai l’inizio né la fine. Si avverte nei suoi lavori un senso di incompiutezza, come se il sopraggiungere di qualcosa di atteso fosse continuamente rinviato a un momento successivo.
Tre sezioni della mostra sono dedicate ai luoghi del New England: dagli acquerelli luminosi della città portuale di Gloucester – nati sotto l’incoraggiamento della moglie e unica modella Josephine “Jo” Nivison – fino ai paesaggi aspri del Maine, meta estiva molto in voga tra gli artisti americani, e alle dune di Cape Cod, dove la natura diventa un’estensione della sua ricerca geometrica, come dimostrano opere iconiche come Il faro di Two Lights (1927) o Tramonto a Cape Cod (1934).
La mostra si conclude con un affondo sulla figura della moglie Jo, compagna di studi alla New York School of Art, musa e modella. Alla morte di Hopper, Jo dedicò gli ultimi mesi della sua vita (morì un anno dopo il marito) a catalogare l’immensa eredità artistica del compagno, lasciando poi l’intera collezione (composta da migliaia di opere di Edward e svariate proprie) al Whitney Museum of American Art.
Edward Hopper: New York e oltre
Pisa, Palazzo Blu – Fino al 7 marzo
www.hopperpisa.it
Tutti gli articoli di Serena Colombo
Foto: Heirs of Josephine N.Hopper-SIAE
Tratto dal numero della rivista 50&Più novembre