«Il cinema mi ha sempre consentito di capire di non essere sola. E questo è il motivo per cui ci andiamo: per vedere riflessi noi stessi e la nostra condizione umana». Julianne Moore ha ricevuto dalla Festa del Cinema di Roma il Premio alla Carriera-Lifetime Achievement Award. Un riconoscimento per celebrare un percorso costellato da ruoli di donne vulnerabili e complesse, tra cinema d’autore indipendente e grandi blockbuster.
Il nuovo film: la trasformazione di Mona in “The Debut”
Nella Capitale l’attrice hollywoodiana, 65 anni, tra le più versatili e stimate della sua generazione, è arrivata per presentare il suo ultimo film da protagonista, The Debut-La grande occasione, diretto da Jesse Eisenberg.
Nella commedia, che vedremo nelle sale italiane dal 1° gennaio con I Wonder Pictures, Moore è Mona Friedman, casalinga timida e dalla vita ordinaria. Quando la donna viene scritturata per la parte di Miss Danielle in uno spettacolo messo in scena da una compagnia teatrale amatoriale, non immagina l’impatto che questo evento inaspettato avrà sulla sua vita. Sfidata dal risoluto regista dello spettacolo (Paul Giamatti) a dare il meglio di sé, si trasformerà in un’attrice appassionata, disposta a tutto pur di proteggere l’integrità artistica del suo ruolo, trovando così anche la forza di riprendere in mano la propria esistenza.
Tra pubblico e privato: la ricerca di una vita ordinaria fuori dal set
Se per Mona l’invisibilità è una condizione dolorosa, per Moore, invece, talvolta è qualcosa di necessario nella vita privata, per fuggire dai riflettori. «È bello essere ascoltata in occasioni pubbliche come questa. In privato, invece, amo anche essere una persona qualsiasi. Mi piace uscire struccata, indossare un vestito qualsiasi, prendere la metropolitana e andare in palestra o al supermercato a fare la spesa. Non sono invisibile, perché comunque appartengo alla mia comunità, incontro le persone del mio palazzo, la mia famiglia, ma non sono più una persona pubblica. È bello sentirsi semplicemente una persona, come credo tutti desideriamo essere», ha detto l’attrice.
Il regalo di Eisenberg: una sceneggiatura travolgente
Il personaggio di Mona, che Eisenberg ha scritto appositamente pensando a lei, per Moore è stato un regalo inatteso: «È una delle migliori sceneggiature che abbia mai letto nella mia carriera. La prima volta che l’ho letta, ho dovuto alzarmi e camminare intorno al tavolo della sala da pranzo per riprendere fiato».
Doppia interpretazione: la rinascita personale e artistica
La sfida per l’attrice è stata interpretare due ruoli che procedono all’unisono, mentre la protagonista acquista sicurezza e impara a recitare, cantare e muoversi sul palcoscenico interpretando il personaggio. «Jesse mi ha regalato due percorsi narrativi: quello di una donna che trova finalmente uno scopo e quello di un’attrice alle prime armi che costruisce il proprio personaggio. All’inizio Mona sembra un’ameba, poi diventa completa e forte». E riflettendo su come la trasformazione di Mona possa riguardare chiunque, ha spiegato: «Non è mai troppo tardi o troppo presto per ritrovare sé stessi. È emozionante vedere qualcuno, di qualsiasi età, genere o cultura, attraversare una rivoluzione nella propria vita e trovare una direzione. È qualcosa che parla a tutti noi».
A Roma l’attrice premio Oscar (nel 2015 con Still Alice) ha parlato anche del gioco delle maschere presente nel film, ma che fa parte anche del percorso di un attore quando deve interpretare un ruolo, facendo convergere realtà e finzione. «La recitazione è un atto di immaginazione. Niente di quello che facciamo è reale, è un elaborato gioco di finzione, come quando si è bambini, ma impariamo a scavare nelle nostre emozioni autentiche e a collegarle a circostanze immaginarie. C’è una collisione meravigliosa tra reale e immaginario. All’inizio tu e il personaggio siete lontanissimi, poi lentamente quella distanza si riduce. Come attrice spero che la mia esperienza soggettiva di essere umano si fonda con quella del personaggio e mi permetta di comprendere che cosa significhi essere un’altra persona».
Per dare vita a Miss Danielle, l’attrice americana si è ispirata alle grandi interpreti del musical, da Liza Minnelli a Chita Rivera e Patti LuPone, mettendosi alla prova con il canto. «Ho imparato lavorando. Non serve avere una voce straordinaria, bisogna imparare a interpretare una canzone, saper raccontare una storia attraverso il canto – ha raccontato ancora -. Anche Mona non è una cantante, ma impara. All’inizio non riesce a entrare in contatto con la propria voce, poi gradualmente la scopre, fino all’ultima nota, quando finalmente canta a piena voce».
The Debut ha un tono talvolta surreale e sopra le righe, che cambia a seconda delle emozioni della protagonista, ma per Moore questo rimane un film ancorato alla realtà: «Ho amato il fatto che Jesse abbia raccontato situazioni emotive comprensibili. Al cinema capita spesso che, per creare una posta in gioco, qualcuno venga rapito o un asteroide colpisca la Terra. Nella vita quotidiana può bastare anche solo perdere un treno, chiedersi perché una sorella sia arrabbiata con noi, temere che il proprio matrimonio sia in crisi. Sono situazioni che hanno comunque un peso emotivo enorme. Per quanto il mondo del film sia estremo, quello che Mona prova mi è profondamente familiare».
Foto: Luca Dammicco
Tratto dal numero della rivista 50&Più novembre