“Tre giorni e un pochino” è uno dei tanti proverbi legati all’estate di San Martino, quando, da tempo immemore, dopo le prime avvisaglie invernali il sole torna tiepido e le temperature risalgono. Poi il freddo riprende il suo posto, le giornate si accorciano e quell’estate torna a essere un ricordo. Negli ultimi anni, però, quella parentesi non sembra più soltanto una concessione stagionale. Oggi quella breve tregua di sole appare sempre meno come una “grazia” stagionale.
È piuttosto il sintomo di un calendario non più affidabile: un clima che anticipa, prolunga e rimescola le stagioni, rendendo incerto perfino il ritorno del freddo. Come, del resto, hanno già anticipato le prime proiezioni per l’inverno 2026-2027 che indicano in generale una stagione più mite della media in Italia e in gran parte dell’Europa. Anche se non mancheranno i colpi di scena, perché nella seconda parte dell’inverno la circolazione potrebbe cambiare, favorendo invece l’arrivo di aria fredda da Nord.
Perché si chiama così
Partiamo dalla storia. Siamo nel IV secolo, ad Amiens, in Gallia. Martino è un soldato romano di origine pannonica. Incontra un mendicante stremato dal freddo e non ha nulla da dargli se non il proprio mantello. Lo taglia in due con la spada e ne offre una metà al povero. La tradizione racconta che quella notte Gesù gli appare in sogno, avvolto proprio in quel lembo di stoffa. Da quel gesto nasce la fama di sSan Martino, che diventerà vescovo di Tours. E nasce anche l’idea che il cielo, in ricordo di quella carità, conceda ogni anno una breve tregua di sole e temperature miti.
Al di là della matrice religiosa, il fenomeno ha sempre rappresentato un punto fermo nella percezione del ciclo stagionale: la parentesi mite concessa dalla natura prima dell’arrivo definitivo del grande freddo invernale. Non è un caso che la data sia rimasta nell’immaginario collettivo come un momento di passaggio, quasi sospeso.
“Fare San Martino”
Se nel calendario liturgico l’11 novembre commemora la sepoltura del santo, nella storia della società rurale questa data ha incarnato per secoli il vero e proprio snodo contabile ed esistenziale dell’anno. La fine dei lavori nei campi, il completamento della semina del grano e la conclusione della svinatura coincidevano con la naturale scadenza dei contratti d’affitto dei terreni e delle cascine.
In questa giornata si tiravano le somme dell’annata agraria: si saldavano i debiti, si pagavano le decime ai proprietari terrieri e si decideva la conferma o l’interruzione dei rapporti di lavoro. Nei casi di mancato rinnovo, le famiglie contadine caricavano i propri averi su carri di legno per spostarsi verso nuove dimore. Da questa consuetudine ha origine il detto tipico di varie regioni del Nord Italia, “fare San Martino”, divenuto sinonimo di trasloco, sradicamento o cambiamento radicale di vita.
La contestuale apertura delle botti per l’assaggio del vino nuovo, accompagnata dal consumo delle castagne, non rispondeva soltanto a un momento di convivialità, ma segnava un rito di passaggio economico fondamentale per esaurire le scorte prima della rigidità dei mesi invernali. I contratti agrari segnavano scadenze e rinnovi dei fitti, con lo spostamento delle famiglie e il “fare San Martino”; la produzione chiudeva la svinatura e valutava la resa economica dell’annata; i riti sociali prevedevano l’assaggio del vino nuovo e le castagne, consumando le risorse prima dell’inverno. Era, a tutti gli effetti, il Capodanno della terra.
Esiste solo in Italia?
Diverse tradizioni hanno elaborato definizioni e narrazioni proprie per descrivere il medesimo evento atmosferico. Negli Stati Uniti si parla di Indian Summer, espressione che fa riferimento all’ultimo periodo utile per la caccia e la raccolta delle provviste da parte delle popolazioni native prima delle grandi nevicate.
Nelle regioni di lingua tedesca è l’Altweibersommer, l'”estate delle vecchie donne”, che rimanda ai fili di ragnatela che fluttuano nell’aria ferma dei giorni di alta pressione, associati nella mitologia popolare al filato delle anziane o alle trame delle divinità germaniche. In Scandinavia il tepore tardivo si affianca al ricordo di Santa Brigida e infatti prende il nome di Brittsommer.
Cosa dicono i dati sul clima di novembre
Il riscaldamento globale non ha cancellato il tepore novembrino: lo ha reso la norma, o quasi. Novembre 2023 è stato il più caldo mai registrato a livello globale, con una temperatura media superficiale di 14,22°C, ben 0,85°C sopra la media del periodo 1991-2020. Nel 2024 il mese si è classificato secondo, con 14,10°C e un’anomalia di +0,73°C. E il 2025 non ha invertito la rotta: terzo novembre più caldo di sempre, con 14,02°C e +0,65°C sulla media di riferimento. In Europa l’anomalia media del novembre 2025 ha toccato i +1,38°C, mentre nel 2024 la temperatura media è risultata di 0,78 gradi sopra la media del periodo 1991-2020. Il 2025, inoltre, si è chiuso come il quinto novembre più caldo.
Le analisi dei dati meteorologici mostrano una costante presenza di strutture anticicloniche di origine sub-tropicale che si prolungano per gran parte del mese di novembre. Di conseguenza, il tepore non costituisce più un’eccezione miracolosa o una breve tregua, ma si configura come l’estensione di un’estate prolungata che altera i ritmi biologici della flora e della fauna, posticipa la caduta delle foglie e riduce l’accumulo di neve sulle catene montuose. Il confine temporale tra le stagioni appare sempre più sfumato, riducendo l’evento a un capitolo della più ampia tendenza al riscaldamento globale.
Non più caldo ma tempo instabile
La novità sta proprio nell’irregolarità. Un novembre può essere tra i più caldi della storia e contenere, nello stesso mese, giornate glaciali, gelate precoci o nevicate improvvise. Non è quindi corretto dire che “l’inverno non esiste più”. È più esatto dire che l’inverno non arriva più con la regolarità che abbiamo imparato ad aspettarci. Il freddo si fa attendere, poi può arrivare tutto insieme; il caldo si prolunga, si ripete, torna quando dovrebbe essere solo memoria.
Nel novembre 2025, ad esempio, l’Europa ha registrato un’anomalia termica complessivamente molto positiva, ma alcune zone dell’Italia settentrionale sono rimaste sotto la media. In Piemonte, il 21 novembre è stato il giorno più freddo della stagione, con una temperatura media di -0,9 gradi. In questo scenario, l’estate di San Martino cambia volto. Non è più soltanto il piccolo miracolo che permette di bere vino nuovo all’aperto o di fare un’ultima passeggiata senza cappotto. È diventato un fenomeno ambiguo: ci riscalda, ma ci ricorda anche quanto sia fragile l’equilibrio delle stagioni.
Il retaggio di Carducci
Nel 1883 Giosuè Carducci fissava l’11 novembre in versi che tutti hanno studiato a scuola: la nebbia che “agl’irti colli piovigginando sale”, il mare in burrasca, e poi il borgo dove “fumano le vie” e lo spiedo scoppietta. Il celebre “O Novembre, o Novembre, / non ti vorrei, non ti vorrei!” funziona perché il mese ha un’identità precisa: è il tempo in cui l’estate è davvero finita, e dunque è un tempo aspro, difficile.
Riletta nel contesto contemporaneo, la visione carducciana conserva intatta la sua carica evocativa, pur riflettendo un mondo rurale ormai tramontato. La nebbia che a San Martino sale dai colli e il ritmo scandito dalla vendemmia appartengono a un immaginario collettivo che la modernità e il mutamento climatico hanno trasformato. Ciò che trasmette la lirica non è soltanto la descrizione di un paesaggio, ma la rappresentazione poetica di uno stato d’animo: l’umana ricerca di un riparo e di una pausa di serenità di fronte all’avanzare inesorabile del tempo e delle stagioni.
L’estate di San Martino non è tramontata del tutto. Ma il suo messaggio si è fatto più ambiguo. Non è più solo il piccolo miracolo che permette un ultimo brindisi all’aperto: è anche il promemoria di un equilibrio stagionale che si è rotto. Il tepore, che un tempo era un dono del cielo, oggi somiglia sempre più a un sintomo. La domanda è quanto a lungo, e a quale prezzo, potremo ancora permetterci di chiamarla, semplicemente, estate. Nei prossimi anni, ci hanno già avvisato i climatologi, continueremo a misurarci con novembre sempre più caldi e, insieme, con irruzioni di freddo improvvise e fuori stagione.