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La crisi climatica colpisce soprattutto i più poveri

Il riscaldamento globale e le città da bollino rosso mettono in evidenza un nuovo tema di ingiustizia sociale: la cooling poverty

Veronica Altimari|13 settembre 2026|08:00

Può la crisi climatica attuale rappresentare una fonte di diseguaglianza sociale? A quanto pare si. E il motivo risiede nel modo in cui gli abitanti della grandi città riescono ad affrontare le difficoltà legate al clima torrido che abbiamo potuto vedere negli ultimi due mesi. 

Città che si trasformano in isole di calore con temperature superiori ai 40 gradi, e per molti giorni consecutivi, durante i quali diventa molto più complicato poter accedere ai servizi primari di cui le persone hanno bisogno: medici, farmacie, aree verdi, mobilità. Per citarne solo alcuni.

Con la campagna “Che caldo che fa”, Legambiente analizza i dati relativi alle alte temperature estive mettendole in relazione con la “cooling poverty”, ovvero la “povertà di raffrescamento”, legata all’incapacità di mantenere una temperatura confortevole in casa con condizionatori o comuni ventilatori, ma anche negli spazi pubblici dei quartieri in cui vivono. “Per tutte le città che abbiamo analizzato abbiamo fatto come primo step uno studio sui diversi quartieri, dal centro alle periferie, per vedere in che condizioni si trovano i servizi che consideriamo primari – spiega Andrea Minutolo, coordinatore dell’ufficio scientifico di Legambiente -. Abbiamo quindi effettuato dei rilievi con le termocamere per raccogliere le temperature al suolo dove si trovano questi servizi primari rilevando in maniera trasversale oltre i 50 gradi sull’asfalto e addirittura oltre i 70 gradi sui tappetini che vengono allestiti sotto le aree gioco e aree fitness nei parchi”. A testimoniare che, spesso, nemmeno le aree verdi rappresentano un luogo utile al refrigerio.

La campagna si è concentrata su sei città: Napoli, Milano, Terni, Roma, Torino e Bari. In tutte emerge come nei quartieri periferici si viva la situazione da bollino rosso con maggiore difficoltà: “Incrociando i dati dei quartieri più caldi, nella maggior parte dei casi proprio nelle periferie delle città, con le condizioni socio economiche di chi ci vive – continua Minutolo -, certifichiamo che in queste zone esiste un maggiore disagio nell’affrontare queste ondate di calore”. Per il tipo di urbanizzazione, perchè molti non si possono permettere sistemi di raffrescamento nelle proprie abitazioni, per l’assenza di infrastrutture pubbliche in grado di alleviare i rischi per la salute dovuti al gran caldo durante i mesi estivi.

“L’obiettivo di questa campagna è quello di fare una fotografia della situazione per sollecitare le amministrazioni ad intervenire seriamente e con una scala di priorità che parta proprio dalle zone più povere delle città – conclude Minutolo -. E basta davvero poco, perchè si parla di ragionare in termini urbani su materiali da utilizzare per strade, marciapiedi e suolo pubblico, una maggiore ombreggiatura degli spazi comuni pensando anche a dei percorsi più freschi dove insistono i servizi primari, accesso all’acqua, interventi strutturali sulle fermate dei mezzi pubblici che consentano alle persone di attendere l’autobus al riparo”.

@ Riproduzione riservata

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