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Cinema, Cultura

Pupi Avati e il miracolo di Rinnamorarsi. «A ottant’anni ho ritrovato la ragazzina che sposai»

Pupi Avati si racconta nel memoir Rinnamorarsi. Il regista rivive la passione per la moglie dopo 60 anni e la Bologna della sua infanzia.

Pupi Avati e il miracolo di Rinnamorarsi. «A ottant’anni ho ritrovato la ragazzina che sposai»
Renato Minore|01 febbraio 2026|07:30

In occasione dell’uscita del suo nuovo memoir per Solferino, il maestro del cinema italiano si confessa a cuore aperto: dai giochi nel cortile della Bologna anni Quaranta alla riscoperta inattesa del sentimento per la moglie, dopo sessant’anni insieme

Pupi Avati, con Rinnamorarsi (Solferino), ha scritto una singolare sua biografia per squarci e illuminazioni, ripensamenti e immutate certezze. Si va dall’importanza del cortile per un bambino nei remoti anni Quaranta a Bologna, alla riunione conclusiva dell’attuale Associazione Nazionale Autori Cinematografici in un posto assai improbabile, alle spalle gli allori ormai impensabili del cinema italiano.

La volontà del rinnamorarsi della propria moglie, che nel libro è una possibilità concreta e concretamente spiegata, è anche prendere possesso della propria vita attraverso il ricordo dei suoi fasti e delle cadute, in un ritmo tra il “lento” e il “veloce”. Il lento del ricordo che riaffiora e fulmina con il sentimento spesso di una inadeguatezza, di un destino che con fatica si è intortigliato intorno al cinema, ai suoi smacchi e molti successi. Dalla scena della Bologna degli anni della guerra e dopoguerra, in una atmosfera che comporta la vita familiare, gli amori vagheggiati o sfiorati, la passione per il jazz. E poi il “veloce” muoversi nell’ambiente cinematografico o nel salotto della Betti, dove Pupi è doverosamente in silenzio da provinciale inurbato, e arriva il claudicante Moravia accolto da tutti con l’autorità che gli compete. Un piccolo e delizioso memoir questo di Avati, che inaugura la collana “Notti bianche” diretta da Isabella Borghese e trova la forma – non rivendicativa, ma malinconicamente rispecchiata dai suoi sentimenti, quelli “veri” e quelli “immaginari”. Per raccontarsi e raccontare il piccolo grande mondo che la sua esistenza ha attraversato con maggiore, necessaria consapevolezza, senso anche ironico della misura e del limite.

Sul suo nuovo libro e sullo stato d’animo con cui l’ha scritto abbiamo rivolto qualche domanda al regista e scrittore, che si dichiara subito molto felice dei riscontri e dei giudizi che sta ottenendo e anche della sorpresa del sentimento che esso esprime fin dal titolo.

Partiamo da questa sorpresa del titolo e di ciò che esso significa e suggerisce, cioè che rinnamorarsi della propria moglie sia possibile. In un’epoca che consuma i rapporti con estrema velocità, come si impara a scegliere nuovamente, ogni giorno, la persona che si ha accanto da una vita?

Questa sensazione e questa nuova esperienza davvero inattese, che mi è capitato di vivere e di scriverne, penso che abbiano molto a che fare con il mistero, se vuole con l’ineffabile. Una scelta o se vuole un rinnovata possibilità di vita vera che non segue una logica. Perché proprio lei? È la bellezza di non sapere ciò che c’è dietro questa rinnovata emozione che ha qualcosa che la avvicina alla sacralità. Dopo problemi di ogni tipo nel corso di sessant’anni – incomprensioni, lutti, tradimenti – mi ritrovo innamorato di quella ragazzina che conobbi allora, con quel trasporto, quel carico di sensazioni ed emozioni che appartengono al passato e che solo la vecchiaia riesce a far rivivere. È davvero straordinario.

Lei descrive il cortile degli anni Quaranta come un microcosmo fondante. In che modo quello sguardo di bambino, nato tra le mura bolognesi e la dimensione del vicinato, ha influenzato la sua estetica cinematografica e la sua capacità di osservare l’essere umano?

Da quel cortile passava tutto il mondo, era una finestra sul mondo, il mondo che stava fuori e affiorava nei nostri discorsi, nelle nostre amicizie, nelle nostre liti anche furiose. Però alla fine facevamo pace con amici e nemici. Il mio cinema nei suoi vari aspetti in fondo è anche vedere il mondo da quel cortile, con quello sguardo appassionato che il luogo ti regalava. Oggi è venuta meno quella socialità. L’ho detto: alla fine facevamo pace per tornare a litigare magari il giorno dopo. Io ho recuperato quell’atteggiamento, quel modo di essere con la mia età, ho telefonato a vecchi amici proponendo la fine delle nostre rivalità. Alcuni sono stati sorpresi, ma poi hanno capito.

Lei accenna spesso a un sentimento di inadeguatezza che l’ha accompagnata, specialmente nei suoi inizi.

Questa percezione di essere uno venuto dalla provincia, dal cortile è stata un limite da superare, è vero. E mi sono sentito spesso inadeguato, come dice lei, ma questo sentimento paradossalmente è stato anche una difesa e anche una protezione, che mi hanno permesso di mantenere uno sguardo lucido e distaccato sulle vanità del cinema dove uno come me, appunto inadeguato, cercava di girare i molti film che ha fatto e di riuscire quasi sempre ad imporsi sulle malinconie e il senso di vanità che affioravano.

Il libro si chiude con un senso di ironia e misura verso i propri limiti.

In questo momento ho molta nostalgia di tante cose, ho nostalgia dei miei genitori, di quella atmosfera del cortile che porto sempre con me. Ma anche grazie al nuovo amore che ho per mia moglie, continuo ad essere profondamente innamorato della realtà, tanto da volerla ancora raccontare, se mi sarà possibile. Sempre però con lo sguardo di uno che sta ancora nel suo cortile.

 

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@ Riproduzione riservata

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