Il Senato ha approvato in via definitiva il Disegno di Legge 1924 che delega il Governo a stabilire regole precise per la produzione e l’utilizzo dell’energia nucleare in Italia, con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astensioni.
Il testo, già vagliato dalla Camera lo scorso 4 giugno con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti, non autorizza direttamente la costruzione di nuove centrali nucleari, e non stabilisce dove potranno essere localizzate.
I contenuti del Ddl 1924
Nel primo articolo del Ddl è stabilito che il Governo dovrà adottare, entro 12 mesi dall’entrata in vigore, uno o più Decreti Legislativi che disciplinino la produzione e l’utilizzo sul territorio nazionale di energia da fonte nucleare sostenibile, la fabbricazione e il riprocessamento del combustibile nucleare, la disattivazione e lo smantellamento degli impianti esistenti, la gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito, ma anche la ricerca, lo sviluppo e l’utilizzo dell’energia da fusione, e la riorganizzazione delle competenze in materia. La legge prevede anche la creazione di un programma nazionale per lo sviluppo della produzione, che dovrà essere coerente con gli obiettivi di neutralità climatica, sicurezza e indipendenza energetica del paese.
Gli investimenti collegati all’attuazione della delega saranno di 60 milioni di euro, ripartiti in 20 milioni per ogni anno dal 2027 al 2029, ai quali si aggiungeranno 1,5 milioni di euro per l’anno in corso e ulteriori 6 milioni per il prossimo da destinare alle campagne di informazione per i cittadini. Ma il modello di finanziamento non è stato ancora definito.
(Leggi il testo integrale qui https://www.senato.it/leggi-e-documenti/disegni-di-legge/scheda-ddl?tab=testiEmendamenti&did=60187 )
Tecnologie possibili
Escluse le grandi centrali tradizionali, per ragioni di costi, scarsa flessibilità, tempi di costruzione troppo lunghi e soprattutto incompatibilità con gli obiettivi climatici, le opzioni in campo per le tecnologie da adottare riguardano gli SMR, Small Modular Reactors, oppure gli AMR, Advanced Modular Reactors.
I primi sono reattori a fissione nucleare di dimensioni ridotte, in grado di produrre fino a 300 Mega Watt elettrici per modulo (o 400 per il modello EDF-Nuward), gli altri sono sistemi di quarta generazione che utilizzano refrigeranti alternativi all’acqua come Sali fusi, piombo o gas e garantiscono maggiore efficienza nel riciclo del combustibile, ma hanno una potenza ancora inferiore, e sono pensate per generare energia in zone isolate.
Secondo il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, le prime centrali nucleari potrebbero essere operative fra il 2033 e il 2034.
La storia del nucleare in Italia
Nel nostro paese si comincia a parlare di nucleare nel 1946, quando il Politecnico di Milano comincia a fare ricerca, ma solo negli anni Sessanta vengono costruite e avviate alla produzione le prime centrali: a Latina da Agip nucleare nel 1963, a Trino Vercellese da Edison e a Garigliano con il finanziamento della Banca Mondiale nel 1964. Due anni dopo l’Italia diventa il terzo paese produttore al mondo dopo Stati Uniti e Gran Bretagna.
La crisi petrolifera degli anni Settanta cambia anche lo scenario nazionale: per limitare le conseguenze dell’aumento del prezzo del greggio, nel 1975 viene varato il nuovo Piano Energetico Nazionale che prevede la realizzazione di 10 nuove centrali nucleari per aumentare la portata dell’energia prodotta. In realtà di impianti ne vennero costruiti solo altri due, un secondo reattore a Trino e uno nuovo a Montalto di Castro, mentre nel frattempo si apriva un nuovo dibattito internazionale sulla sicurezza dei reattori, dopo l’esplosione di quello di Three Mile Island, in Pennsylvania, nel 1979.
Il disastro di Chernobyl del 1986 segna il definitivo cambio di passo nella percezione del nucleare fra i cittadini, e un mese dopo l’incidente 200 mila persone scendono in piazza a Roma per manifestare a favore della chiusura delle centrali. Il partito Radicale promuove un referendum sul tema e raccoglie un milione di firme in meno di quattro mesi.
L’8 e il 9 novembre 1987 gli italiani vanno alle urne per esprimersi sui referendum abrogativi che non hanno come oggetto l’abbandono del nucleare ma l’abrogazione della facoltà del Comitato Interministeriale per la programmazione economica di deliberare sulla localizzazione delle centrali qualora gli enti locali non raggiungano un accordo a riguardo; l’esclusione di Enel, all’epoca ente pubblico, dalla partecipazione nella costruzione di nuove centrali, e la soppressione dei contributi compensativi agli enti locali che ospitassero centrali nucleari o a carbone sul proprio territorio. In tutti i quesiti vince il si, e il quorum è raggiunto con un’affluenza del 65,1%, e 29,9 milioni di votanti su 45,8 milioni di aventi diritto.
Tra il 1987 e il 1990 le centrali ancora attive sono fermate definitivamente e i lavori avviati per il reattore di Montalto riconvertiti nella realizzazione della centrale a policombustibile Alessandro Volta. Nel 1999 la Società Gestione Impianti Nucleari Sogin acquista le quattro ex centrali per occuparsi della dismissione.
Dieci anni dopo, il Governo Berlusconi firma un accordo con la Francia per la costruzione di quattro nuovi impianti, a seguito dell’abrogazione di uno dei tre referendum dell’87, quello che impediva a Enel di partecipare alla costruzione del nucleare all’estero. Le forze contrarie al ritorno del nucleare propongono allora un referendum, fissato per il 12-13 giugno 2011. L’incidente di Fukushima dello stesso anno, appena due mesi prima, sancisce un nuovo stop ad un’eventuale ripresa degli investimenti e dell’individuazione di nuovi siti.
Il problema, sempre attuale, delle scorie
Attualmente l’Italia non dispone ancora di un deposito nazionale definitivo, previsto da una legge del 2010, per lo stoccaggio delle scorie radioattive, custodite in una trentina di siti diversi e che derivano per circa il 60% dallo smantellamento delle vecchie centrali di Caorso, Trino, Latina e Garigliano, e per il 40% dalla ricerca e dalle strutture sanitarie e industriali. Una parte di queste scorie, in passato, è stata inviata all’estero, in Francia e Regno Unito in particolare, e anche se il rientro è stato prorogato di altri 15 anni nel 2025, prima o poi dovrà avvenire e servirà un luogo idoneo, possibilmente prima di ipotizzare la realizzazione di nuovi, futuri impianti.
I rifiuti che si stima dovrebbero finire nel Deposito nazionale ammonterebbero a un totale di circa 98 mila metri cubi, dei quali 84 mila a bassa attività e 14 mila a media e alta attività, da stoccare temporaneamente in attesa di un deposito geologico a grande profondità ancora tutto da progettare.
Le voci contrarie
Greenpeace, Legambiente, Wwf e Kyoto Club hanno espresso forti criticità rispetto al provvedimento, definendolo una “scatola vuota”, nella quale la sostenibilità appare un’illusione se si considera che la tecnologia nucleare è la stessa di quindici anni fa, quando veniva bocciata dal referendum popolare.
Per le associazioni ambientaliste i piccoli reattori non risolverebbero i problemi legati alla sicurezza, e anzi finirebbero col moltiplicarli, aggravando anche la questione dello stoccaggio delle scorie, senza contare i tempi di realizzazione, definiti incompatibili con le urgenze energetiche attuali. Anche l’obiettivo dell’indipendenza energetica sarebbe un’illusione, dato che l’uranio dovrebbe essere comunque acquistato dall’estero, e spesso da paesi politicamente instabili come la Russia.
Nucleare e cambiamento climatico
La tecnologia nucleare non è esente dagli effetti del cambiamento climatico, poiché necessita di sistemi di raffreddamento che utilizzano grandi quantità di acqua: se la temperatura di fiumi, laghi o del mare aumenta, o la disponibilità idrica diminuisce a causa della siccità, anche la capacità di raffreddamento può ridursi e rendere necessaria una riduzione di potenza del reattore o una sospensione dell’utilizzo dell’impianto.
Se è vero che il nucleare è una fonte a basse emissioni di carbonio, ed ha una produzione elettrica più programmabile di quella che deriva dalle fonti rinnovabili, non si può evitare di considerarne la dipendenza dalle condizioni del territorio e del clima.