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Cultura, Narrativa

Il Vangelo della Camicia Rossa: Lorenzo Pavolini e il “ramo ribelle”del Risorgimento

In Mille, l’autore riscopre la figura del suo antenato Giovanni Pantaleo, il frate che svestì il saio per seguire Garibaldi

Il Vangelo della Camicia Rossa: Lorenzo Pavolini e il “ramo ribelle”del Risorgimento
Renato Minore|01 aprile 2026|07:00

In Mille, l’autore riscopre la figura del suo antenato Giovanni Pantaleo, il frate che svestì il saio per seguire Garibaldi

Con Mille, Lorenzo Pavolini immerge il lettore nel cuore del Risorgimento, ripercorrendo l’epopea di unificazione nazionale attraverso la figura storica di Giovanni Pantaleo. Frate minore francescano originario di Castelvetrano, Pantaleo si unisce ai Mille subito dopo lo sbarco in Sicilia, incontrando Garibaldi a Salemi.

Il romanzo delinea il percorso umano e politico del “cappellano della spedizione”, figura cruciale per la “gestione magica” dell’impresa, che seguirà l’Eroe dei due mondi fino alla battaglia di Digione del 1871. Attraverso la sua vita – segnata dal tentativo di riformare la Chiesa, dall’abbandono della tonaca e da una fedeltà assoluta ai propri ideali – Pavolini ingaggia un personale “corpo a corpo” con la Storia. L’autore esplora le proprie radici familiari, contrapponendo l’antenato garibaldino alla figura del nonno gerarca fascista. Emerge un racconto di liberazione attuale, dove il cammino per “fare l’Italia” appare come una missione ancora aperta.

Pavolini, lei ha affrontato il “corpo a corpo” con una memoria familiare complessa: da un lato la figura del nonno, gerarca fascista legato a Salò, e dall’altra l’antenato garibaldino Giovanni Pantaleo, protagonista di Mille. In che modo la riscoperta di questo “ramo ribelle” e laico della sua genealogia ha influenzato la sua percezione del concetto di “Patria”, confrontandola con quella più oscura ereditata dal Novecento?

Liberare la patria o liberarsene? Il dubbio non può che uscire rafforzato nel ripercorrere le rotte del Risorgimento, dopo quelle del Fascismo. La percezione sempre più netta è che la patria sia un ideale inservibile, proprio per quanto sia servito in contesti ormai tramontati e con esiti sempre vitali ma contraddittori. E questo al cospetto di un’attualità che sembra decisamente voler ribadire il contrario. Per questo dissidio nelle generazioni non è veramente familiare ciò che ogni semplice famiglia, con le sue divisioni e necessarie quanto ideali svolte, trasmette via via di genitori in figli. Con il romanzo si può cercare di misurare nei gesti e nelle espressioni dei personaggi la distanza che ci separa da certe parole e le idee ad esse collegate, soprattutto nel potere che avevano di trasformare traiettorie esistenziali e destini.

In un’avventura così intrisa di razionalismo massonico e anticlericalismo come quella garibaldina, quale ruolo giocava la componente sacrale, o meglio, la trasmutazione del sacro operata da un frate che benedice le camicie rosse?

La costruzione di un mito politico passa per forza attraverso un apparato simbolico sacrale, in questo senso gli studi di Lucy Riall e il suo volume sull’invenzione dell’eroe Garibaldi sono eloquenti. Si può sostenere che la riuscita dell’impresa dei Mille fu dovuta anche e soprattutto a una attenta, improvvisata e spontanea, considerazione delle “ragioni della superstizione”, che non certo soltanto nelle comunità del Mediterraneo si impastano e prevalgono spesso sulle spinte più logiche dello sviluppo civile ed economico. D’altronde è una evidenza che il presente ribadisce e conferma in maniera spettacolare.

Attraverso gli occhi del suo antenato, che tipo di Garibaldi ha voluto restituirci? È un leader più umano, lontano dal marmo dei monumenti, o rimane comunque una figura mitologica, capace di cambiare il destino degli uomini intorno?

Ho cercato nella frugalità di Garibaldi il tratto fraterno, ho pensato al sogno di Caprera più che a quello dell’Italia o dell’Europa in pace, al colono più che al colonizzatore, al marinaio che si fa contadino. Ma eroe è e resta.

Pantaleo è una figura di rottura: frate francescano che tenta di riformare la Chiesa dall’interno, poi abbandona la tonaca, diventando marito e padre. Un eroe della libertà individuale prima che nazionale.

Pantaleo è un povero frate che si lancia nell’avventura del suo personale risorgimento con slancio e passione emblematici. Non gli mancano coraggio e fantasia. Sveste il saio e impugna la pistola accanto ai sermoni. Libera sé stesso, trasforma la sua stanca pratica conventuale in una più ampia e diretta partecipazione alla storia, alla complessità degli affetti, esprimendo la necessità di utopia, o almeno di tener fede a un ideale collettivo ancora tutto da costruire.

Spesso il Risorgimento viene insegnato come una sequenza di date e trattati. Lei sceglie una figura “minore”, parla di un periodo “tumultuoso e picaresco”. Qual è il vantaggio narrativo di raccontare la grande Storia partendo dalle fatiche di chi affrontò “poco denaro e molta fatica” senza cedere ai compromessi?

La narrazione ad altezza d’uomo restituisce incertezza a ciò che la Storia sembra aver decretato per sempre, senza mai pagar pegno alla sua ingiustizia. Pantaleo è una delle miriadi di satelliti che ruotano intorno a Garibaldi. Le incognite della sua missione, le rabbie, le battaglie, le attese possono essere raccontate e lette come se di ogni passo non si conosca l’esito. Ho usato anche molto il “noi dei Mille”, una prima persona plurale che prende allegramente coscienza di sé nella fragilità quanto nella grandezza.

 

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