Chi era Giancarlo Siani, il cronista ucciso dalla camorra

La sera del 23 settembre 1985 i killer attesero il giornalista sotto casa per mettere a tacere una voce libera e scomoda

Chi era Giancarlo Siani, il cronista ucciso dalla camorra
La Citroen Mehari su cui fu assassinato Giancarlo Siani il 23 settembre 1985, Wikimedia Commons

Una spiccata sensibilità verso le marginalità urbane di Napoli e il mondo dei ragazzi che le abitano, unita alla capacità di svelare come i clan si alimentino proprio di queste fragilità sociali. Era questa l’essenza del giornalismo di Giancarlo Siani: cronaca nera, inchieste rigorose e denunce dirette dei traffici della camorra.

Articoli e parole che i boss locali considerarono fin da subito minacce intollerabili per il proprio potere criminale. Una condanna a morte segnata nell’agosto del 1985, ed eseguita il 23 settembre mentre Siani rientrava nella sua abitazione al Vomero. Aveva 26 anni. Era un ragazzo come tanti, Giancarlo. Aveva i suoi amici, il mare, una storia d’amore. E tanto coraggio, quello della verità.

Giornalista e corrispondente de Il Mattino da Torre Annunziata, raccontava la camorra seguendo non soltanto la cronaca degli omicidi e degli arresti, ma anche i rapporti tra clan, affari, politica e amministrazioni locali. Le successive sentenze hanno ricostruito il delitto come l’eliminazione di un cronista ritenuto scomodo dai gruppi criminali.

Un giornalista d’inchiesta

Giancarlo Siani nasce a Napoli nel 1959. Dopo il liceo classico si iscrive all’università e comincia presto a scrivere, occupandosi dei quartieri più difficili della città, del disagio sociale, dell’emarginazione giovanile.

Temi che ritiene decisivi per capire come la camorra recluti i suoi affiliati. I primi articoli escono su testate locali, ma è da corrispondente a Torre Annunziata per Il Mattino che costruisce un archivio di inchieste che scuole e università studiano ancora oggi.

Non si limita alla cronaca nera. Ricostruisce le relazioni tra le famiglie camorristiche, i loro affari, i legami con il potere. Tra i primi individua gli interessi dei clan nella ricostruzione dopo il terremoto in Irpinia del 1980, irritando i boss della famiglia Gionta.

In una delle inchieste più note denuncia le connivenze tra Cosa Nostra e il clan Nuvoletta, ipotizzando un accordo con i Bardellino per spodestare Valentino Gionta. L’articolo esce il 10 giugno 1985 e rivela la soffiata dei Nuvoletta alle forze dell’ordine, quella che aveva portato all’arresto di Gionta: un fatto che infrange il codice non scritto della camorra. Da quel giorno il destino di Giancarlo Siani è segnato.

Quella raffica di colpi

L’agguato ha da subito i tratti di un’esecuzione organizzata nei dettagli. I killer lo colpiscono in un luogo legato alla vita privata, alla fine di una giornata di lavoro, sotto casa e nella sua auto, una Citroën Méhar verde. Un obiettivo fin troppo facile.

Le indagini accertano che a sparare sono due sicari e attribuiscono l’agguato alla camorra. Il Ministero dell’Interno definisce l’omicidio come un assassinio compiuto dalla criminalità organizzata campana, in risposta all’attività di denuncia del giornalista.

Il 15 aprile 1997 la seconda sezione della Corte d’Assise di Napoli condanna all’ergastolo il boss Angelo Nuvoletta e il fratello Lorenzo, ritenuti i mandanti dell’omicidio di Giancarlo Siani. Valentino Gionta, l’altro indiziato, viene poi assolto in via definitiva.

Secondo i collaboratori di giustizia, infatti, lo storico boss di Torre Annunziata si oppose all’omicidio voluto dai Nuvoletta, temendo che il caso attirasse l’attenzione delle istituzioni e danneggiasse gli affari sul territorio. I giudici individuano anche altre responsabilità e condannano chi materialmente eseguì l’agguato.

La reazione della cittadinanza

L’omicidio di Giancarlo Siani sconvolge la società civile. Gli atti della Commissione parlamentare antimafia parlano di un delitto che “aveva realmente scosso l’opinione pubblica campana”.

Pochi giorni dopo, il 30 settembre 1985, la Camera dei deputati dedica una seduta a numerose interrogazioni urgenti: i parlamentari chiedono al Governo di chiarire la matrice camorristica del delitto, individuare mandanti ed esecutori, garantire protezione a chi denuncia la criminalità organizzata.

Il Parlamento riconosce così che la morte di Siani non riguarda solo la sua famiglia o il mondo dell’informazione. È un attacco alla libertà di stampa e alla possibilità di raccontare il potere criminale.

Quella reazione, documentata dalle fonti ufficiali attraverso lo shock dell’opinione pubblica campana e il dibattito parlamentare, trasforma il giovane cronista ucciso in un simbolo della richiesta di verità, giustizia e presenza dello Stato.

Il ruolo della Commissione antimafia

Un passaggio importante nella ricostruzione del caso arriva dal lavoro della Commissione parlamentare antimafia istituita nel 1982 con la legge Rognoni-La Torre. A differenza di quelle successive, che avranno pieni poteri d’inchiesta, all’epoca il suo compito era verificare l’applicazione della normativa antimafia, valutare l’azione dei pubblici poteri e proporre al Parlamento nuove misure.

Nonostante i limiti, la Commissione inserisce l’omicidio di Giancarlo Siani nel quadro più ampio della criminalità camorristica campana, dei rapporti tra clan e delle possibili connessioni con ambienti politici e amministrativi.

Gli atti parlamentari ricordano che le indagini successive, anche grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, permettono di ricostruire la genesi dell’omicidio come una precisa volontà di eliminare un cronista considerato troppo pericoloso. Una ricostruzione che la Corte d’assise di Napoli e poi la Corte d’assise d’appello recepiscono nelle proprie sentenze.

Il contributo della Commissione è stato dunque duplice. Da un lato ha sottratto l’omicidio alla dimensione del delitto isolato, collegandolo agli equilibri di potere tra il clan di Torre Annunziata e il gruppo Nuvoletta di Marano. Dall’altro ha documentato la trasformazione della camorra in un fenomeno che intreccia violenza, controllo del territorio, interessi economici e rapporti con la politica.

Il retaggio di un cronista scomodo

Giancarlo Siani muore perchè vuole fare bene il suo lavoro, non per diventare un eroe. Ma la sua storia diventa uno dei simboli italiani del giornalismo d’inchiesta e della libertà di informazione. Centinaia di luoghi e progetti in tutta Italia conservano oggi la sua memoria: strade, istituti scolastici, spazi pubblici, opere di street art, sale stampa, cinema, teatri.

Numerosi presìdi dell’associazione Libera portano il suo nome, segno di quanto la sua storia sia diventata un riferimento per chi lavora sul fronte dell’antimafia e dell’educazione alla legalità. A Napoli ha sede la Fondazione Giancarlo Siani, voluta dai familiari e impegnata nella tutela della libertà di stampa, nel sostegno ai cronisti minacciati e in progetti educativi per i più giovani.

La sua Citroën Mehari verde, oggi custodita in un luogo della memoria a San Giorgio a Cremano, resta il simbolo di un giornalismo che non si piega. Un punto di riferimento ancora vivo per chi, a Napoli e ovunque mel mondo, lavora sulla legalità e sull’educazione dei giovani.

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