La morte di Denise Cosco, figlia della collaboratrice di giustizia Lea Garofalo uccisa nel 2009 dall’ex marito e capoclan della ‘ndrangheta Carlo Cosco, interroga sulla solitudine e il peso che un testimone di giustizia è condannato a portare per tutta la vita, per aver subito traumi incancellabili e scelto la legalità e la libertà dalla mafia e dalle sue logiche omertose.
Denise ha deciso di mettere fine alla sua vita a 35 anni, dopo averne trascorsi 15 con un altro nome, una nuova identità, in una città dove non era nata. A 20 si era costituita parte civile nel processo contro il proprio padre per l’omicidio della madre, e la sua testimonianza era stata decisiva per arrivare alle condanne definitive.
“Non è facile, ma è una scelta di libertà interiore per ripartire con la vita”, aveva detto nel 2014, senza mai mostrarsi pubblicamente, come previsto dal programma di protezione testimoni nel quale era entrata più volte, prima con la mamma e poi da sola, per uscirne definitivamente nel 2018.
La storia di Denise e Lea Garofalo
Lea Garofalo, originaria di Petilia Policastro in provincia di Crotone, aveva conosciuto l’ex marito Carlo Cosco nel 1988, all’età di 14 anni, quando lui, appena diciassettenne, era già inserito nei clan della ‘ndrangheta. Insieme si erano trasferiti a Milano dove nel 1991 nasce Denise. Sei anni dopo, Cosco viene arrestato per traffico di stupefacenti e Lea decide di lasciarlo per proteggere la figlia, ma la reazione di lui è violenta e la donna prova ad allontanarsi, trasferendosi prima a Bergamo e poi nuovamente in Calabria. Le minacce non si fermano e Lea decide di denunciare ai Carabinieri i traffici della sua famiglia d’origine, e quelli del compagno. Insieme alla bambina viene inserita per la prima volta nel programma di protezione testimoni, ma fatica ad andare avanti da sola, con una nuova identità e una bambina piccola. Nel 2005 anche suo fratello viene ucciso in un agguato di ‘ndrangheta, e nello stesso anno Cosco viene scarcerato. Secondo gli inquirenti, con la morte del fratello si è compiuta la vendetta sulla famiglia Garofalo, e quindi Lea e Denise non sarebbero più in pericolo, tanto che vengono escluse dalla protezione. Tre anni dopo, grazie all’avvocata Enza Rando e all’azione dell’associazione antimafia Libera, il loro caso viene riaperto e le due vengono riammesse al programma. A questo punto Denise ha 17 anni, e deve cambiare città e identità ancora una volta. L’anno dopo Lea decide di riallacciare i rapporti con l’ex, convinta di non essere più in pericolo, e con la famiglia d’origine, ma non è così: la donna riesce a sfuggire ad una prima aggressione nel maggio del 2009, e il 24 novembre viene attirata da Cosco a Milano, con la scusa di parlare del mantenimento della figlia, ed è lì che sarà sequestrata, torturata e uccisa da lui con la complicità di altri suoi affiliati. Dopo la sparizione della donna, le indagini si concentrano sull’ex marito e un anno dopo Cosco viene arrestato con altre sei persone.
Il processo Garofalo
La svolta investigativa per gli arresti arriva proprio grazie alla testimonianza di Denise, che non aveva mai creduto alla fuga in Australia della madre, come il padre le aveva raccontato. Il processo di primo grado si è concluso nel 2012 con le condanne all’ergastolo per Carlo Cosco, Giuseppe Cosco, Vito Cosco, Rosario Curcio, Massimo Sabatino e Carmine Venuturino, ma a nessuno di loro viene applicata l’aggravante mafiosa.
Nel 2013, durante il processo d’appello, Carlo Cosco ammette solo parzialmente le sue responsabilità nell’omicidio, mentre Venturino decide di collaborare con la giustizia e racconta i dettagli del sequestro e la dinamica dell’omicidio Garofalo. La Cassazione, nel dicembre del 2014, conferma l’ergastolo per Carlo Cosco, Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino, condanna a 25 anni Carmine Venturino e assolve in via definitive Giuseppe Cosco.
La ‘ndrangheta nel Nord Italia
Il processo per l’omicidio di Lea Garofalo ha mostrato le connessioni della ‘ndrangheta nel nord Italia. Le condanne hanno compromesso il nucleo principale del clan dei Cosco e la sua struttura operativa, ma anche altri clan del crotonese hanno subito diversi colpi giudiziari, con una conseguente ridefinizione degli assetti del potere. La presenza delle cosche del Crotonese in Lombardia, e in particolare nell’hinterland Milanese, rappresenta uno dei filoni più consolidati di espansione della ‘ndrangheta, che secondo i dati della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano trova spazio nei settori della logistica, dell’edilizia, oltre che in quelli illegali delle estorsioni e del traffico di stupefacenti.
Cosa è successo alla ‘ndrangheta dopo il 2014
Il maxiprocesso Aemilia ha ridimensionato la cosca di Cutro guidata da Nicolino Grande Aracri, infiltratasi in Emilia-Romagna e Lombardia, fra Mantova e Cremona, soprattutto nel settore della ricostruzione post sisma. Si è concluso con decine di condanne in Cassazione e con lo scioglimento per infiltrazioni mafiose del Comune di Brescello, in provincia di Reggio Emilia.
L’Operazione Insubria, invece, ha messo in evidenza un capillare controllo del territorio da parte della ‘ndrangheta fra Como, Varese e la Svizzera Italiana, con un sistema di estorsioni a imprenditori e commercianti locali, ma anche una rete di colletti bianchi in grado di aggirare i controlli antimafia nei settori dei trasporti, della ristorazione e dell’edilizia.
Nel luglio scorso, un’operazione di Polizia e Carabinieri a Reggio Calabria ha colpito i vertici delle cosche De Stefano, Tegano e Condello, famiglie storiche della città, nel rione Archi, con 79 ordinanze di custodia cautelare per infiltrazioni nel settore degli appalti per la manutenzione e pulizia dei treni e degli impianti industriali nel Reggino, oltre che per i più “classici” reati di stampo mafioso come l’estorsione e il traffico d’armi e di stupefacenti.
Un’altra indagine della quale si è avuta notizia pochi giorni fa riguarda gli esponenti di ‘ndrangheta di Melicucco e la ‘ndrina La Rosa di Tropea, che avrebbero commesso frodi nel settore dei fondi agricoli, oltre a turbativa d’asta immobiliare, attraverso imprese intestate a prestanome.
Pensare alle vittime
Insieme alle azioni investigative e giudiziarie contro la ‘ndrangheta e tutte le altre mafie, nel corso degli anni sono stati istituiti e normati dei percorsi protetti a tutela di chi vive sotto minaccia della mafia perché si è rivelato una voce scomoda. Il testimone di giustizia nasce con la legge 6 del 2018 che istituisce una netta distinzione con il collaboratore di giustizia, riguardando coloro che pur essendo estranei ad ambienti criminali, possano aver assistito o subito un reato e si trovino a denunciarlo come vittima o persona informata dei fatti.
La votazione in Senato del 15 luglio scorso ha trasformato in legge anche il protocollo Liberi di Scegliere, nato nel 2012 dal Lavoro del giudice minorile di Reggio Calabria, ora a Catania, Roberto Di Bella, per aiutare donne con figli minori o under 25 che decidano di recidere I legami con la criminalità organizzata. In 14 anni sono state 34 che madri che hanno chiesto aiuto, e circa 200 i bambini e I ragazzi messi sotto protezione. 7 delle donne coinvolte sono successivamente diventate testimoni o collaboratrici di giustizia.