Venti, dodici e settantatré. Sono i numeri che scandiscono l’impresa storica di Kimi Antonelli in Formula Uno. Col terzo posto nel Gran Premio del Messico, il bolognese è diventato, ad appena vent’anni, il più giovane campione del mondo nella classe regina della velocità. Un’impresa costruita con nove vittorie su 19 Gran Premi disputati, quando ne mancano ancora 4 per chiudere la stagione. Un’impresa straordinaria solo all’inizio, quando il campione italiano, partendo come “seconda guida” della Mercedes, dietro al britannico George Russell, ha inanellato una serie di vittorie (cinque consecutive tra marzo e giugno) che hanno finito per ribaltare le gerarchie.
Poi il talento e la continuità di Kimi hanno progressivamente dissolto l’effetto sorpresa, rendendo la vittoria finale solo una questione di tempo. E qui entra in gioco il secondo numero magico di questa storia: il 12, quello che Antonelli ha sul muso della sua Mercedes, scelto in omaggio all’idolo che lo accompagna, virtualmente, fin da bambino. “Ho deciso di correre guardando Ayrton Senna”, ha più volte dichiarato Kimi. Lo hanno ispirato i filmati del grande pilota brasiliano, morto tragicamente il 1° maggio del 1994 a Imola, a due passi dalla città di Kimi, quando il ragazzo non era forse nemmeno nei piani del destino. Con Senna Antonelli condivide alcuni tratti del percorso di vita: l’origine borghese, il cammino da outsider, il padre che scopre quasi per caso il suo talento per la velocità e gli permette di assecondarlo nonostante le difficoltà e la paura. Ancora più di Senna Antonelli è un predestinato: nato in Emilia, la patria della Ferrari e della velocità made in Italy, subito notato e “nutrito” dalla Mercedes, messo sotto contratto a 12 anni e lanciato in Formula Uno ad appena 18, per volontà del team principal Toto Wolff e in sostituzione nientemeno che del sette volte campione del mondo Lewis Hamilton.
Oggi la scommessa può dirsi ripagata, ma non era scontato. Ancora alla fine del 2025, dopo la prima stagione in Formula Uno, in molti si interrogavano sulla maturità di Kimi, mettevano in dubbio la sua tenuta psicologica. Trascuravano il “fattore Senna”: la potenza dell’immedesimazione che porta Antonelli a replicare l’attitudine, il look e perfino alcuni gesti del campione brasiliano, che lo ha indotto a non “sedersi” sul suo talento ma a integrarlo e alimentarlo con una dedizione assoluta, al tempo stesso calma e feroce. Kimi ha sopportato il peso delle aspettative e l’attenzione mediatica senza nemmeno farlo sembrare uno sforzo, dall’alto della stessa naturalezza con cui affronta le curve e sorpassa gli avversari.
Campione di maturità a vent’anni, campione di genuinità, scortato da una famiglia serena e protettiva, la sorellina Maggie come damigella: campione e basta, da Monza a Montecarlo, dagli Stati Uniti alla Cina, attraverso una cavalcata trionfale che lo ha portato a frantumare ogni record di precocità. Guida la macchina più forte, certo, ma lo fa con uno stile, una precisione e una cura che sorprendono e conquistano, sotto l’ala protettiva di un numero-amuleto, il 12, che conserverà anche da campione del mondo, per onorare un’ispirazione e perpetuare un incantesimo.
“Sarà perché ti amo”, dice la canzone dei Ricchi e Poveri diventata la colonna sonora dei suoi successi: gli Italiani lo amano e sognano il binomio con la Ferrari, lui ribadisce amore e gratitudine alla Mercedes. Ma intanto si avvolge nel tricolore su ogni podio, lo porta impresso sul casco, canta l’Inno di Mameli con la mano sul cuore e per l’Italia ha fermato sul numero 73 il tempo dell’attesa. Settantatre anni dopo Alberto Ascari, asso con l’elmetto e gli occhialoni, campione del mondo di Formula Uno nel 1952 e nel 1953, un pilota italiano è tornato ad essere il più veloce di tutti.