«Ho assistito agli ultimi istanti delle Torri Gemelle… Riuscivo a vedere il fumo». La mattina dell’11 settembre 2001, Paul McCartney era all’aeroporto JFK di New York, seduto su un aereo in fase di decollo. Passeggeri, piloti e personale di terra videro a 21 km di distanza lo skyline di Manhattan oscurato dal fumo nero dell’enorme colonna che si alzava dai grattacieli distrutti, mentre lo spazio aereo veniva completamente chiuso. Paul resta a New York una settimana, cammina per le strade vuote, parla con i pompieri, visita Ground Zero sotto la pioggia.
McCartney sente di dover fare qualcosa, così si impegna a organizzare il “Concert for New York City”. Il 20 ottobre, al Madison Square Garden, riunisce per un evento-simbolo della risposta artistica alla tragedia, personaggi del calibro di The Who, David Bowie, Elton John, Bon Jovi, Mick Jagger, Keith Richards, Billy Joel e vari altri; per l’occasione lo stesso McCartney scrive e canta due volte Freedom, una canzone semplice, diretta, quasi ingenua, un inno rock sul valore universale della libertà.
Furono raccolti oltre 35 milioni di dollari, poi devoluti al Robin Hood Relief Fund, il fondo istituito per l’assistenza alle vittime più fragili e invisibili della tragedia.
Solo allora, l’11 settembre divenne per i Beatles un punto di contatto tra la loro storia e la memoria collettiva di tutti. Durante gli anni in cui la band più importante del XX secolo rimase unita – dal 1962 al 1970 -, questa data rappresentava una pagina del calendario dedicata a lavoro, viaggi, musica. Eppure, quella giornata ‘qualsiasi’ segnò in maniera importante la storia dei quattro “scarafaggi”.
L’11 settembre 1962 è un giorno di pioggia a Londra. I Beatles entrano negli studi di Abbey Road con la timidezza di chi è al suo debutto in una sala di registrazione prestigiosa. Il grande produttore George Martin li osserva, li ascolta, li corregge, impone l’uso del batterista professionista Andy White, relegando Ringo Starr – appena entrato nel gruppo – a suonare il tamburello. Quel giorno registrano Love Me Do, P.S. I Love You, una prima versione di Please Please Me. È solo una sessione, ma è lì che il loro suono comincia a prendere forma, è il vero avvio della loro carriera discografica.
Un anno dopo, l’11 settembre 1963, tornano negli stessi studi. Sono già famosi, ma non ancora icone immortali. Lavorano a cinque brani che finiranno sull’album With The Beatles. È una giornata tranquilla, di musica suonata in relax: tè, microfoni, prove, battute, qualche tensione. John Lennon è tagliente come al solito, Paul è il perfezionista cui tutti guardano, George Harrison – sempre di poche parole – è concentrato sulla sei corde, Ringo rilassato e scherzoso. Non pensano al futuro, né tantomeno ipotizzano di fare la storia della musica.
L’11 settembre 1964 è una data importante per la lotta alla segregazione razziale. È il giorno in cui i Beatles, ora famosissimi e riferimento totale per i giovani, dopo aver scoperto che al loro concerto di Jacksonville, negli Stati Uniti, sono previsti posti separati per il pubblico bianco e quello di colore, dicono con forza: «Non ci esibiamo da nessuna parte dove vi sia segregazione». La Florida è sconvolta dall’uragano Dora, il vento strappa i cartelli, la pioggia cade violenta, il concerto rischia di saltare. Ma i Beatles arrivano, parlano con i giornalisti, con le radio, e ottengono l’integrazione totale del pubblico. Quell’11 settembre resta negli annali come il giorno in cui quattro ragazzi inglesi attestano forever (per sempre, n.d.r.) che la musica non può essere complice dell’ingiustizia.
Passano tre anni e siamo in piena era “hippie”. La “Summer of love” attira a San Francisco oltre 100mila coloratissimi “figli dei fiori” e i Beatles sono reduci dal capolavoro Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, il miglior LP del secolo scorso. Eppure, l’11 settembre 1967 segna l’inizio di quello che farà loro ottenere il primo pollice verso da parte della critica e del pubblico, il surreale film tv Magical Mistery Tour. È il giorno della partenza da Londra e dell’inizio delle riprese del viaggio di un gruppo di persone bizzarre su un bus psichedelico nel sud dell’Inghilterra. Il pullman è in ritardo, Paul compra uniformi per le comparse, John scherza con i fan. La sera giungono a Teignmouth, dove li aspettano in centinaia sotto la pioggia battente. È un giorno che ha il sapore dell’avventura e della libertà totale.
Le cronologie non riportano eventi significativi negli anni successivi fino allo scioglimento del gruppo. E fino al drammatico 11 settembre 2001, quando, oltre a Paul, anche Ringo rilasciò dichiarazioni brevi e sobrie, esprimendo cordoglio e solidarietà. George, gravemente malato (morì il 29 novembre), non intervenne pubblicamente, mentre l’artista giapponese Yoko Ono, sempre in perfetta sintonia con il compianto marito John Lennon, nei mesi successivi all’attentato fece affiggere grandi manifesti a New York, Tokyo e Londra con la frase: “Imagine all the people living life in peace” (“immagina che la gente viva la loro vita in pace”, n.d.r.).
Tutte le volte che i Beatles hanno cambiato la storia l’11 settembre
Dalle prime registrazioni al rifiuto di suonare per un pubblico segregato, fino al tributo di Sir Paul dopo l’attacco alle Torri Gemelle: le incredibili coincidenze che legano i Fab Four alla data simbolo della storia moderna
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