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Il filo spezzato dello sport: la speranza di Roma ’60 e il terrore a Monaco ’72

Dai piedi scalzi di Abebe Bikila alla tragedia dell’attacco terroristico contro gli atleti israeliani: due chiusure olimpiche l’11 settembre, tra il sogno di rinascita e l’inizio dell’ansia globale

Il filo spezzato dello sport: la speranza di Roma ’60 e il terrore a Monaco ’72
Sante Lay|01 settembre 2026|15:28

La fiamma si spegne lentamente nel braciere, mentre la folla che riempie le tribune del nuovo Stadio Olimpico applaude contenta. C’era aria di festa per lo spettacolo visto e per il futuro che verrà, carico di sogni e speranze. È l’11 settembre 1960 e a Roma si celebra la cerimonia di chiusura delle XVII olimpiadi estive.

Monaco, 11 settembre 1972, festa, si fa per dire, per la fine della XX edizione dei giochi olimpici. In quel “settembre nero” il sogno viene spezzato dall’irruzione di un gruppo di terroristi che semina morte nel villaggio olimpico e il futuro si carica d’improvviso di angoscia, mentre lo sport perde per sempre la sua innocenza. Due fuochi che si spengono, due 11 settembre così uguali, così diversi.

Le Olimpiadi di Roma del 1960 rappresentarono il battesimo dell’Italia moderna sulla scena internazionale. In piena epoca di “boom economico”, il Paese intero si fece palcoscenico di un evento che tenne insieme le vestigia della classicità millenaria e le più moderne conquiste architettoniche e tecnologiche, firmate da maestri come Pier Luigi Nervi, Enrico Del Debbio e Annibale Vitellozzi che, con le loro opere e i loro interventi, cambiarono completamente l’aspetto di alcune zone della Capitale e influenzarono lo sviluppo della città nei decenni successivi. Interi quartieri, basti pensare al Villaggio Olimpico nato per ospitare gli atleti, edifici, strutture sportive e strade, portarono Roma verso il futuro. L’apertura, il 20 agosto 1960, dell’aeroporto di Fiumicino collocò ancora di più la Città Eterna al centro del mondo. Roma avrebbe dovuto ospitare le olimpiadi del 1908, ma l’eruzione del Vesuvio del 1906 obbligò il governo a rinunciare all’organizzazione per destinare i fondi stanziati per i Giochi alla ricostruzione delle zone colpite dal tragico evento. Ci riprovò alcuni decenni dopo Benito Mussolini, pronto a organizzare le Olimpiadi del 1944 sulla scia di quelle svolte a Berlino nel 1936 che avevano glorificato la Germania nazista. Il Duce fece costruire alcune opere in vista delle gare, tra cui lo stadio Olimpico, ma la guerra bloccò tutto. L’Italia uscì da quel conflitto con le ossa rotte, ma gli Anni ’50 furono un vero e proprio trampolino per un avvenire ricco di speranze e serenità.

Roma 1960 fu la prima vera olimpiade dell’era televisiva moderna. L’Eurovisione permise a milioni di europei di seguire le gare in diretta, accorciando le distanze geografiche e culturali. Anche Canada, Stati Uniti e Giappone seguirono le sfide olimpiche, sia pure non in diretta. Quarantaquattro agenzie internazionali di stampa e testate giornalistiche provenienti da sessantaquattro nazioni raccontarono le gare consacrando la XVII edizione delle Olimpiadi allo sport globale.

L’immagine consacrata alla storia di quell’estate del 1960 è quella dall’etiope Abebe Bikila, vincitore dalla maratona corsa a piedi scalzi sotto l’Arco di Costantino. Dai suoi piedi nudi che si muovono agili sulle pietre dell’Appia Antica e lungo tutti i 42,195 km, c’è tutto il riscatto dell’Africa post-coloniale.

Un’altra fotografia indelebile è quella di un giovane campione la cui stella cominciò a brillare proprio da Roma: Cassius Marcellus Clay, che anni dopo cambiò il suo nome in Muhammad Ali. Aveva 18 anni e da lì a poco avrebbe rivoluzionato l’arte della boxe e non solo. Per rimanere al pugilato, gli italiani furono orgogliosi dell’impresa di Nino Benvenuti e impazzirono di gioia per la cavalcata trionfale di Livio Berruti, morto il mese scorso a 87 anni, che nell’atletica tagliò per primo il filo del traguardo dei 200 metri.

Monaco di Baviera 1972 nacque sotto il segno della distensione e della rinascita. Seppure si fosse in piena Guerra Fredda, la Germania Ovest voleva mostrare al mondo un volto pacifico, democratico e tecnologicamente avanzato cancellando definitivamente le ombre del 1936, quando si gareggiò sotto lo sguardo attento e fiero di Hitler. Il villaggio olimpico era aperto, colorato, pensato per favorire l’incontro tra i popoli, ma all’alba del 5 settembre un commando di otto uomini del gruppo armato palestinese “Settembre Nero”, forse agevolato da mai accertate complicità interne, fece irruzione nella palazzina degli atleti israeliani, uccidendone due e sequestrando nove persone. I terroristi chiesero la liberazione di 234 prigionieri palestinesi detenuti in Israele, di due tedeschi detenuti in Germania e tre aerei per partire verso un paese arabo amico. Dopo lunghe trattative, il governo tedesco organizzò un tentativo di liberazione all’aeroporto di Fürstenfeldbruck la notte tra il 5 e il 6 settembre. Morirono tutti gli ostaggi, cinque degli otto sequestratori e un poliziotto. I Giochi olimpici furono sospesi per un giorno per permettere lo svolgimento di una cerimonia di commemorazione allo Stadio Olimpico. Mentre si onoravano le vittime, il Comitato Internazionale doveva trovare una soluzione: fermare definitivamente le gare oppure continuare per non cedere al ricatto terroristico. Dopo ore difficili di riflessioni e polemiche, arrivò la decisione di non fermarsi, di non consegnare lo sport alla violenza. Come nell’antica arte giapponese del “kintsugi” che ripara gli oggetti di ceramica rotti usando una lacca mista a polvere d’oro, d’argento o platino, si decise di non nascondere le ferite e le cicatrici, ma di mettere queste in risalto, trasformando i segni della rottura in elementi di bellezza. Monaco ’72 diventò così un simbolo di resilienza e l’idea che da un evento doloroso si possa rinascere più forti.

Fra i protagonisti assoluti di questa Olimpiade ci fu senza dubbio il nuotatore californiano Mark Spitz, vincitore di sette medaglie d’oro. Tra gli italiani si registrarono le medaglie di Novella Calligaris, di un giovane Pietro Mennea e di Paola Cacchi Pigni nei 1.500 m, oltre all’esordio olimpico nel salto in alto di Sara Simeoni.

Roma fu la festa dell’ottimismo e per gli italiani il momento in cui l’identità nazionale uscì dai confini domestici. La gioventù dell’epoca si specchiò in un clima di ottimismo, spensieratezza e fiducia nel futuro, anticipando i fermenti culturali del decennio successivo; Monaco 1972 invece, segnò la fine dell’innocenza olimpica. Il terrorismo internazionale irrompeva nello spazio sacro dello sport, dimostrando che nessun evento poteva dirsi al sicuro dalle tensioni geopolitiche globali. Da allora si trasformò il volto delle Olimpiadi: più controlli di sicurezza e contatto tra gli atleti e il pubblico sempre più distante. Ma in quei due 11 settembre, quel filo lungo dodici anni ha legato per sempre speranza e voglia di non arrendersi.

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