L’11 settembre 1973 è il giorno in cui l’esperimento di marxismo costituzionale voluto da Salvador Allende è messo a ferro e fuoco dai suoi stessi generali. Il giorno in cui i cileni impararono a riconoscere dietro gli occhiali lo sguardo gelido del generale Augusto Pinochet, fino ad allora fedele difensore della Costituzione. L’uomo che, dopo aver messo fine all’esperienza dell’Unidad Popular di Allende – il presidente democraticamente eletto -, diede inizio ad una dittatura tra le più dure del continente americano. Si interruppe così per sempre l’idea di una trasformazione socialista all’interno della cornice democratica prevista dalla coalizione, garante – accanto alla nazionalizzazione delle risorse e alla riforma agraria – delle libertà politiche e di stampa, dei diritti d’opposizione e dell’alternanza.
L’ascesa di Allende nel 1970 aveva suscitato speranze e timori tra chi intravedeva nella “via cilena al socialismo” un modello possibile di emancipazione e chi considerava quell’esperimento una minaccia all’ordine e agli equilibri della guerra fredda. Ben presto intorno al governo si addensarono le resistenze delle classi conservatrici, delle élite economiche, di settori militari sempre più insofferenti e, sullo sfondo, degli Stati Uniti, ostili a un’esperienza politica giudicata pericolosa. Solo due mesi e mezzo prima, il 29 giugno, le forze armate avevano represso un primo tentativo di golpe. Quel giorno un reggimento blindato, guidato dal tenente colonnello Roberto Souper e sostenuto dall’organizzazione di estrema destra Patria y Libertad, aveva aperto il fuoco provocando 22 morti e 32 feriti. Lo aveva fermato il comandante in capo dell’Esercito, il generale Carlos Prats, che con la sua autorità aveva convinto i soldati a deporre le armi. In quella circostanza, il suo uomo di fiducia, il generale Augusto Pinochet, si era schierato con lui. Per Allende e lo stesso Prats, parve una vittoria della legalità. Il presidente, la sera stessa, ringraziò pubblicamente i generali che avevano difeso la democrazia.
Fu un grave errore di sottovalutazione. I cospiratori avevano compreso che un colpo di Stato per riuscire doveva necessariamente coinvolgere l’alto comando delle Forze Armate, mentre il governo non colse appieno il pericolo che veniva dalle caserme. Nei mesi successivi Prats, bersaglio di una campagna di delegittimazione, fu pesantemente contestato e il 23 agosto 1973 si dimise da comandante in capo dell’Esercito. Prima, però, consigliò ad Allende di nominare al suo posto Pinochet, che riteneva un ufficiale leale. Una fiducia che si rivelò malriposta appena tre settimane dopo, l’11 settembre.
Quella mattina, con il coordinamento occulto dello stesso Pinochet, il generale Javier Palacios ordina a un reparto di carri armati di dirigersi verso il palazzo presidenziale La Moneda, mentre Allende, informato che la Marina si era impadronita di Valparaíso, e all’oscuro del tradimento del suo comandante in capo, comunica alla Nazione che era in atto una sollevazione. Alle 10:15 parla per l’ultima volta alla radio, elmetto in testa e un fucile d’assalto AK-47 a tracolla regalatogli tempo prima da Fidel Castro: «Non mi dimetterò. Pagherò con la vita la lealtà del popolo». Le sue ultime parole. Poco prima di mezzogiorno inizia il bombardamento da terra e dal cielo. Sono gli ultimi drammatici momenti. Alle 14.38, Palacios dichiara: «Missione compiuta, Moneda presa, presidente morto». Allende si era sparato al mento.
Sulla vicenda si addensa l’ombra degli Stati Uniti. Nell’agosto 2023 vengono derubricati due rapporti dettagliati della CIA destinati al presidente Richard Nixon – datati 8 e 11 settembre 1973 – che riferiscono circa la possibilità di un imminente colpo di Stato nel Paese. Sebbene non emergano prove di un coinvolgimento diretto, i documenti confermano che l’amministrazione era informata e che la strategia di destabilizzazione, iniziata nel 1970, aveva creato le condizioni favorevoli per l’ascesa di Pinochet.
La dittatura si consolidò attraverso una repressione sistematica: arresti, torture, sparizioni, esilio, censura.
Il totale delle persone uccise o scomparse ufficialmente riconosciute dallo Stato cileno è oggi di 3.216 vittime. Un dato ufficiale, distinto da quello – molto più ampio – relativo ai torturati e ai prigionieri politici.
Dopo la censura e la messa al bando del Parlamento, il Cile divenne il primo laboratorio al mondo del neoliberismo sregolato. Il regime privatizzò sanità, pensioni, istruzione e imprese statali, liberalizzando i mercati, con conseguenze ambivalenti che accompagnarono la crescita del Pil ad un ampliamento della forbice sociale.
La dittatura militare si è conclusa nel 1990, ma l’ombra di “El Tata” non ha lasciato il Paese. Neanche dopo le manifestazioni e l’arresto, a luglio di quest’anno, del latitante Haasa Mazzei, l’ex colonnello condannato per l’omicidio del cantautore Victor Jara.
Un episodio basta a rendere l’atmosfera da orgia di potere di quegli anni. Dopo il golpe lo stadio, Nacional di Santiago era stato trasformato in un campo di concentramento per gli oppositori, un luogo di esecuzioni e torture, tanto che i sovietici si rifiutarono di giocare lo spareggio per l’accesso ai mondiali del 1974. Il Cile, sceso in campo senza avversari, segnò il surreale gol a porta vuota che gli garantì il passaggio. Ecco, quella partita fantasma rimane il simbolo di come il regime abbia trasformato un’intera Nazione nel teatro dell’assurdo. Il momento in cui il pallone – strumento di propaganda – aveva contribuito a rivelare il lato più grottesco di un sistema di morte.
Il cinema e la letteratura sono divenuti un dossier vivente degli anni più duri, provando a metabolizzare i lutti attraverso racconti e testimonianze. Isabel Allende, nipote del presidente Salvador Allende, nel 1982 pubblicò La casa degli spiriti, come un atto di liberazione personale che, attraverso le vicende della famiglia Trueba, denuncia i drammatici effetti del terrore di stato sulla vita personale. Il cinema cileno scelse la strada della denuncia. Con La battaglia del Cile (1975-1979), girata da Patricio Guzmán in condizioni di clandestinità ed esilio, il regista cileno ha firmato quello che molti critici considerano uno dei massimi capolavori del documentario politico. Con Missing (1982), Costa-Gavras trasformò la scomparsa del giornalista americano Charles Horman dopo il golpe cileno in un racconto di forte tensione civile, allargando lo sguardo sulle responsabilità statunitensi. L’arte come riscatto, dunque, come mezzo per realizzare ciò che Allende disse nel suo ultimo discorso alla radio, l’11 settembre 1973: «Più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero».
Il golpe in Cile: Pinochet spezza la “via al socialismo” di Allende
Dal tradimento del generale e il bombardamento de La Moneda agli anni del terrore e delle privatizzazioni. Storia della dittatura che ha segnato il Paese e trasformato il riscatto nell’arte di resistere
@ Riproduzione riservata