La mattina dell’11 settembre 1599 Roma si sveglia sotto un sole più pesante del solito. Una folla immensa si è già riversata a Castel Sant’Angelo per essere certa di assistere a uno degli spettacoli più cruenti e discussi della storia cittadina. Sul patibolo, Beatrice Cenci, ventidue anni, accusata con la matrigna e i fratelli dell’uccisione del padre Francesco.
La sua vicenda, cominciata in una delle famiglie più influenti di Roma, l’aveva portata a morire per un’accusa terribile, quella di parricidio. Ma forse oggi la storia avrebbe avuto un finale diverso. Nata il 6 febbraio 1577, Beatrice è figlia del conte Francesco Cenci, uomo focoso, sensuale e violento, che in giovane età ha sposato Ersilla Santacroce, madre dei suoi figli: Giacomo, Rocco, Cristoforo, Antonina, Beatrice, Bernardo e Paolo. Il conte non è un uomo qualunque: è famoso per l’avidità, i debiti e una condotta morale che lo ha portato più volte davanti ai tribunali pontifici. Il carattere tirannico e violento ha spinto alla ribellione Giacomo, Cristoforo e Paolo: esasperati perché gli nega i soldi, nel 1594 gli fanno causa, vincendola.
Sposata Antonina, Francesco Cenci, dopo un processo per vitio nefando (vizio indicibile, n.d.r.) in cui rischiò il rogo (pare per lo zampino del figlio Giacomo), manda i due maschi più piccoli, Bernardo e Paolo, presso un prete, e nel 1595 rinchiude Beatrice, la figlia nubile rimasta, assieme alla seconda moglie Lucrezia Petroni, nella rocca di Petrella Salto, per evitare un possibile matrimonio e ulteriori fuoriuscite di denaro. Non contento, limita sempre più i loro movimenti chiudendole in un appartamento della rocca con finestre e porte sprangate. Impedendole persino di uscire per la Messa: il cibo lo passano attraverso uno sportellino i servi, costretti a fare da carcerieri. Beatrice, disperata, scrive lettere ai parenti e al papa Clemente VIII, ma le suppliche cadono nel vuoto. Anzi, una di queste, intercettata dal padre, le costa brutali percosse e una vita d’inferno. Francesco, sempre a letto a causa della gotta, la tormenta, la costringe a fare le pulizie per lui e a servirlo a tavola.
Esasperata, trova un alleato in Olimpio Calvetti, l’amministratore del castello, e la notte del 9 settembre 1598, malgrado l’esitazione della matrigna, fa uccidere il padre a martellate da due sicari, Olimpio stesso e un contadino, Marzio il Catalano, che gettano il corpo da una finestra per simulare un incidente. Il giorno dopo i figli Giacomo e Bernardo sostano brevemente alla rocca per poi ripartire in tutta fretta insieme a Beatrice e a Lucrezia, accompagnati da Marzio e Olimpio. Ben presto però le voci cominciano a circolare. Una lavandaia racconta che Beatrice le aveva chiesto di lavare delle lenzuola intrise di sangue. Finché l’arrivo di un commissario incaricato di aprire le indagini fa precipitare tutto. Disseppellito il cadavere si scopre anche che le ferite non sono compatibili con una morte accidentale. Viene emesso un mandato di cattura per i fratelli Cenci, la matrigna e i due sicari: Olimpio, testimone scomodo, viene fatto uccidere da Giacomo mentre Marzio muore per le torture in carcere.
I quattro Cenci – Beatrice, Lucrezia, Giacomo e Bernardo -, nonostante il titolo nobiliare, per espresso ordine del papa sono sottoposti al tormento della corda. Beatrice fa resistenza: inizialmente nega, ma alla fine cede e confessa. La sua difesa è affidata all’avvocato Prospero Farinacci, penalista di grande fama, che per mitigare la colpa, getta sulla rea di parricidio l’ombra dell’incesto. Una versione peraltro mai confermata dalla ragazza. Farinacci allora insiste sulla legittima difesa, ma il tribunale, spinto da Clemente VIII, non accoglie le richieste di clemenza. Anzi, la Camera apostolica confisca tutti i beni della famiglia Cenci e li mette all’asta prima ancora della fine del processo. Un nipote del papa li acquista per una cifra bassissima, generando altro scandalo e malcontento popolare.
L’11 settembre 1599, i condannati sono portati a Castel Sant’Angelo per l’esecuzione. Giacomo è tormentato con tenaglie roventi e poi squartato davanti al giovane Bernardo, condannato a remare sulle galere pontificie. Lucrezia e Beatrice sono decapitate con la spada. La gente accorsa è come un mare: la calca è tale che alcuni muoiono calpestati o annegano nel Tevere. Tra gli spettatori ci sarebbero anche Caravaggio e Artemisia Gentileschi. Si racconta che l’immagine di quella giovane donna che si accomoda da sola sul ceppo abbia ispirato quest’ultima per la sua Giuditta che decapita Oloferne.
La vicenda divide Roma. Da un lato il popolo, che in Beatrice vede la vittima che aveva osato ribellarsi a un padre violento. La sua esecuzione è vissuta come un abuso di potere da parte di un papa interessato più al denaro che alla giustizia. Dall’altro lato le autorità ecclesiastiche e la nobiltà conservatrice, per le quali il parricidio resta un crimine atroce che mina le fondamenta dell’ordine sociale. Tanto che il corpo viene sepolto nella chiesa di San Pietro in Montorio, con una lapide senza nome.
Alla sua tragica figura si sono ispirati scrittori come Shelley, Stendhal, Dumas e in tempi più recenti, Moravia. Ognuno con la sua chiave di lettura.
Perché comunque la si consideri, emblema femminista, vittima o ribelle, Beatrice fu costretta a vivere un’esistenza silenziosa e insignificante, lontana dalle sue aspirazioni, in balia di un genitore paranoico e violento. Una vita fatta di soprusi e insofferenza fino al finale tragico, degno del più cupo dei noir.
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