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La cultura che batte la camorra. L’esperienza del rione Sanità

«In via Montesilvano abbiamo trasformato i balconi delle case in teatro, non avendo una struttura apposita le persone ci prestano le proprie abitazioni per condividere quella che è diventata un’esperienza immersiva»

La cultura che batte la camorra. L’esperienza del rione Sanità
Ilaria Romano|09 settembre 2026|08:31

Rigenerare i quartieri più vulnerabili attraverso la cultura, l’inclusione e la scoperta delle proprie radici. Succede a Napoli, fra i vicoli del rione Sanità e del centro storico, dove l’associazione Vicolo della Cultura ha dato vita a un progetto di cittadinanza attiva che parla di legalità, arte, inclusione.

«Siamo nati poco prima della pandemia vincendo un bando comunale per la gestione di due beni confiscati alla camorra, due piccoli bassi soppalcati e separati fra loro da un muro, in via Montesilvano al rione Sanità – ricorda Davide Derrico, uno dei fondatori -. Dato che erano in condizioni disastrose, decidiamo di lanciare una campagna di finanziamento, chiamata “Due euro a piacere contro la camorra”, in cui racconto la storia di mio nonno, vittima innocente delle mafie».

Cosa succede allora?

Andavo già nelle scuole a parlare di mio nonno, ucciso dai camorristi quando avevo due anni, perché si era rifiutato di pagare il pizzo. A quel punto comincio a parlarne pubblicamente, e alle persone che ascoltano chiediamo due euro, perché vogliamo arrivare ad avere tanti piccoli donatori piuttosto che un unico finanziatore. L’iniziativa ha successo nonostante l’iniziale diffidenza del territorio, dato che nessuno di noi era del quartiere. La svolta arriva quando un artista di street art, Mario Schiano, decide di donarci una sua opera dedicata a Totò, che realizza sul muro esterno di questi due beni confiscati: le persone cominciano subito a fermarci per strada e a condividere i loro ricordi e le loro emozioni legate a quel simbolo immortale della cultura italiana e napoletana, che al rione Sanità c’era nato.

Una volta creato il contatto con il territorio, come avete coinvolto gli abitanti?

Mentre si avviavano i progetti abbiamo intrapreso una serie di laboratori gratuiti per bambini, abbiamo attivato un doposcuola, uno sportello di ascolto, uno sportello legale. E, nel frattempo, abbiamo capito che dovevamo uscire fuori dai locali ed essere più presenti nelle strade.

Set26 10 -

Uno dei vostri progetti, di grande impatto, è quello delle edicole votive rilette in chiave moderna: come è nata questa intuizione?

Dalla scoperta che le edicole votive del Settecento erano nate per illuminare i vicoli di Napoli, dove i ladri approfittavano del buio per piazzare una fune da un lato all’altro delle strade e far inciampare i passanti per derubarli. Un prete ebbe l’idea di mettere, insieme alle lampade ad olio che venivano puntualmente sottratte, anche le immagini dei santi; a quel punto, nessuno più osava toccarle, chi per devozione, chi per paura. L’idea piacque ai residenti che cominciarono a competere per l’edicola più bella, luminosa, addobbata. La nostra rivisitazione prevede, al posto delle figure sacre, i personaggi della cultura, oltre ad uno spazio dedicato ai libri e al book sharing.

Chi sono i personaggi che scegliete di rappresentare?

Oggi è in corso la realizzazione di un nuovo vicolo a Ottaviano, il primo fuori dal comune di Napoli, e un tempo epicentro della nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo: qui stiamo recuperando le saracinesche dei negozi con elementi floreali che ricordano la primavera, simbolo del 21 marzo, la Giornata nazionale della memoria e dell’impegno contro le mafie. Il personaggio dell’edicola votiva è l’avvocato Pasquale Cappuccio, una delle prime vittime della camorra cutoliana nel 1978. Nel centro storico, nel vicoletto Donna Regina, ci sono due edicole dedicate alle donne che hanno segnato l’immaginario della resilienza femminile: Guerriera Guerrieri, che fu direttrice della Biblioteca di Palazzo Reale e ne salvò i libri dai bombardamenti nel 1942, ma anche Frida Kahlo, pittrice e poetessa rivoluzionaria del Novecento, e Artemisia Gentileschi, pittrice del Seicento, rappresentate nella street art di Triscia Palma.

Set26 09 -

Qual è il valore aggiunto di lavorare con i territori?

L’idea che ogni territorio ha una sua identità, una vocazione esplicita, diventa un elemento di forza e di rinascita. In via Montesilvano abbiamo trasformato i balconi delle case in teatro, non avendo una struttura apposita: le persone ci prestano le proprie abitazioni per condividere quella che è diventata un’esperienza immersiva.

Prossimo obiettivo?

Stiamo partecipando a un nuovo progetto con Fondazione per il Sud per trasformare i beni confiscati alla camorra in una sorta di salotto urbano sul modello delle capitali europee, ma in chiave partenopea. Finora abbiamo coinvolto circa 80 bambini e ragazzi per ogni anno di attività, e a coloro che diventano maggiorenni chiediamo di entrare in un comitato under 25 che li renda protagonisti di azioni di rigenerazione urbana, e non più solo fruitori di un servizio. Puntiamo a trasformare l’associazione in impresa sociale, per arrivare a creare una sostenibilità economica e trasformare la nostra idea in una possibilità concreta di futuro, anche lavorativo, per le persone del territorio.

Foto: Sara Corno, Anna Abet

@ Riproduzione riservata

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