A Roma ha vissuto fino alla fine degli anni Sessanta, «una grazia incommensurabile, a contatto diretto con il senso del passato dell’umanità». Così l’italiano per lei è stato e continua ad essere «la lingua delle emozioni», poi il francese, imparato a diciotto anni studiando alla Sorbona, «la lingua della ragione». Infine, trasferitasi in America, Jorie Graham è diventata negli anni (ora ha ne ha sessantadue) la maggiore poetessa della generazione post-bellica, premio Pulitzer nel 1996, prima donna nella cattedra di Retorica e Oratoria ad Harvard, già occupata da Heaney. «Campionessa mondiale nel lancio delle grandi domande», che «coinvolge il lettore come in un confessionale», è in grado come nessun altro (ha scritto David Baker) «di utilizzare in modo fruttuoso i diversi sistemi di filosofia, scienza e storia», esplorando le dualità della vita, le tensioni creatrici e distruttrici tra verità e mito, immobilità e movimento, vita intima ed esterna. Attraverso dodici libri (un’ottima antologia in italiano è uscita da Luca Sossella editore, L’angelo custode della piccola utopia, a cura di Antonella Francini), i suoi versi si pongono sempre in un punto di fuga, qualcosa che spiazza il senso dell’ovvio, del banale, di tutto ciò che è comune. «La poesia – dice la Graham – vuole essere un contagio. Non vuole persuadere il lettore ad essere d’accordo. Vuole andare di corpo in corpo. Ha incorporata l’idea che tale comunità potrebbe salvare il mondo». Alla Graham, che ha appena pubblicato da Crocetti editore il suo nuovo libro 2040, abbiamo rivolto alcune domande sulla condizione del poeta contemporaneo.
Sartre separava poesia e prosa, la prima inutile, apolitica, l’altra attiva, produttiva. Non penso sia d’accordo.
La poesia chiede al lettore di attivare molti elementi della propria sensibilità allo stesso tempo, di usare orecchio, sensi, capacità di visualizzare immagini e abilità intuitive per poter apprendere analogicamente. Tutto questo molto prima che sia chiesto all’intelletto di concentrarsi sul contenuto. Di solito ci si avvicina alla prosa cercando un’interpretazione. La poesia, quasi sempre, anche quando appare chiara, richiede, a causa della sua forma, di trattenere l’impulso verso l’“informazione” e il “significato” e di protrarre il momento della non-conoscenza. In quella fase una parte fondamentale della mente – l’intuizione, la presa di coscienza sensoriale della verità piuttosto che quella logica – si risveglia. Non è da poco come potrebbe sembrare perché così si risveglia una parte di noi che la cultura contemporanea vuole per lo più annientare. Una mente vigile è un cittadino del mondo, un genitore o un amante diverso – una creatura diversa fra le creature. Risvegliare una persona è un atto immenso. A mio avviso è un atto politico.
Per troppi lettori leggere una poesia è impresa faticosa.
Essere vigili stanca. Ma è anche fonte di energie che non sapevamo di avere. Quando ci si rende conto di quanto si sia liberi davanti a una poesia – che non esiste nessuna paura, che i sensi sono attrezzati per il lavoro che essa richiede -, la fatica scompare. La fatica deriva dal non sapere che fare di quella cosa fatta di parole sulla pagina. Leggila a voce alta. Memorizzala e recitala. Falla entrare in te. Il risultato è assicurato.
Si può insegnare a diventare poeta? Lei insegna all’università. Quali consigli per i suoi allievi?
Scrivere poesie che, tirate fuori dalla sabbia o dalle macerie, diranno a coloro che verranno dopo di noi chi eravamo. Dico loro di raccontare i nostri sentimenti a chi dovrà vivere senza acqua, a chi lotterà per accaparrarsi le poche risorse in un mondo dove gli alberi saranno rari e le città abbandonate. Che facciano vedere cosa l’occhio umano vedeva, cosa significhi scegliere, amare, provare vergogna o stupore. Una persona che ride. Forse a quelle generazioni future suonerà altrettanto strano del rumore dell’acqua.
La poesia può allora svolgere un qualche ruolo nel cambiare le menti, ad esempio, rispetto alle questioni ambientali?
Gli scienziati chiedono agli artisti di usare l’immaginazione per “rendere reali” gli scenari che abbiamo di fronte, sempre più percepiti come irreali o fantascientifici. Bisogna riuscire a immaginare il futuro per essere in grado di prendere iniziative. La lingua della scienza ci dà i fatti. L’immaginazione è quanto abbiamo per rendere il futuro una realtà, e poterci svegliare e agire.
Esiste una generazione approdata alla poesia attraverso Internet. Cosa pensa di e-mail, blog, laboratori di poesia?
Uno strumento fantastico. Con un tweet si inviano link a siti di poesia e citazioni a centinaia di migliaia, addirittura milioni di persone, che usano la poesia per inviarsi messaggi pieni di vita tramite la poesia. Nel movimento Occupy Wall Street, in Egitto, a Teheran, in Palestina, versi vengono trasmessi tramite i social media come segnali a estranei. Vanno nel pianeta. L’ispirazione è uno strumento molto potente. Non è forse questo quel che è la poesia? Un messaggio spedito nel tempo a un estraneo in un luogo sconosciuto, come fosse tirato fuori da una bottiglia, solo che adesso va come la luce, arriva ovunque. Ricevo ancora messaggi da Petrarca e Catullo!
Che importanza ha avuto il suo rapporto con l’Italia e la sua cultura nella sua formazione?
È stato tutto per me. Da quando avevo pochi mesi fino a 17 anni sono stata completamente italiana. E Roma è ancora l’unico luogo dove, quando mi sveglio la mattina, il mio primo pensiero non è “dove sono?”. So sempre dove sono: sono a casa. Me lo dice la luce. Quel che è strano per me è che sono anche potuta diventare americana.
Foto: Jeanette Montgomery Barron