Il 12 ottobre di 534 anni fa due mondi totalmente diversi si incontrarono per la prima volta ma quel giorno non concluse la grande avventura di Cristoforo Colombo, che ancora oggi nasconde un vero e proprio giallo archeologico. L’enigma di quel primo viaggio dell’Ammiraglio al soldo dei Reali di Spagna inizia quasi due mesi dopo, la notte di Natale del 1492, quando la Santa María si incaglia su una barriera corallina al largo di Hispaniola.
Oltre cinque secoli dopo, né il forte costruito con le sue assi né il relitto della nave sono stati ritrovati con certezza. La domanda su cosa sia realmente accaduto a La Navidad resta dunque aperta. E il dibattito sul Columbus Day e il termine “scoperta” – sempre più contestato in favore di formule come “incontro tra mondi” o “colonizzazione” – non cancella l’interesse degli appassionati di archeolgia verso una storia che non è ancora stata scritta.
Cosa accadde la notte di Natale del 1492
Alle 23 di quel 24 dicembre, Cristoforo Colombo andò a dormire registrando sul diario di bordo che il mare era, “calmo come una scodella”. Tanto che il timoniere di guardia affidò il timone a un mozzo. La Santa María, in mani poco esperte, si incagliò lentamente e quasi senza far rumore su un banco corallino vicino all’attuale baia di Cap-Haïtien, e lo scafo si squarciò.
L’urto fu così lieve che quasi nessuno se ne accorse. Colombo ordinò di tagliare l’albero maestro per alleggerire la nave e mandò Juan De la Cosa, proprietario della caravella, a portare un’ancora con lo schifo. Nella confusione De la Cosa non obbedì: raggiunse la Niña e abbandonò la Santa María alla deriva. Quando l’alba arrivò, la caravella era irrecuperabile.
Perché La Navidad è ancora un mistero
Con le assi e i chiodi della nave, Cristoforo Colombo fece costruire un forte in grado di ospitare 39 uomini, battezzato La Navidad in ricordo del naufragio. Il cacicco taíno Guacanagarí aiutò a scaricare la caravella e il 30 dicembre accolse gli spagnoli con un trono di foglie di palma. Colombo fece sparare l’artiglieria contro i resti dello scafo perché i taíno potessero vedere la potenza dei nuovi arrivati sctivendo ai sovrani che non credeva esistessero gente migliore né terra migliore.
I 39 uomini sorteggiati per rimanere al forte mentre Cristoforo Colombo riprendeva il mare rimasero agli ordini di Diego de Arana, esperto uomo d’arme. Fra loro c’erano il dispensiere del re Pero Gutiérrez, Rodrigo de Escobedo, un chirurgo, tre artigiani, un artigliere e un sarto. Il loro compito era commerciare con i taíno e scoprire dove si trovasse la miniera. La Niña col resto dell’equipaggio salpò all’inizio del 1493.
Quando Cristoforo Colombo tornò il 27 novembre 1493 con 17 navi e 1.500 uomini, trovò il forte bruciato e i 39 uomini uccisi, molti con i corpi mutilati. Guacanagarí attribuì l’attacco a una tribù ostile, ma a tutt’oggi questa versione non è certa.. Gli spagnoli comunque non ricostruirono La Navidad ma fondarono La Isabela in un punto diverso dell’isola.
Oggi nessuno sa con precisione dove sorgesse quel forte. L’ipotesi più accreditata è il sito di En Bas Saline, nel nord di Haiti, individuato nel 1977 dal medico missionario William Hodges. Gli scavi del Museo di Storia Naturale della Florida tra il 1983 e il 1988, e poi nel 2003, hanno portato all’esplorazione di 276 metri quadrati. La campagna del 2003 confermò che il rialzo centrale era una grande struttura bruciata alla fine del XV secolo.
Gli studiosi identificarono En Bas Saline con il villaggio di Guacanagarí e con il probabile sito di La Navidad. Tra i resti animali è emersa la prima traccia del ratto nero del Vecchio Mondo sull’isola. Ma la prova definitiva manca ancora: del legname del forte non è stato identificato alcun frammento in modo inequivocabile.
Che fine ha fatto il relitto della Santa María
L’altra metà dell’enigma riguarda la nave di Cristoforo Colombo. Nel 2014 l’esploratore subacqueo Barry Clifford annunciò di aver trovato la Santa María nelle acque del nord di Haiti. La ministra della Cultura haitiana Monique Rocourt dichiarò allora che le prove esaminate indicavano il contrario. Il direttore dell’Ufficio Nazionale di Etnologia di Haiti, Erol Josué, ricordò che la caravella non poteva trovarsi sul fondo del mare, perché le sue tavole erano state utilizzate per costruire il forte.
La storica María Luisa Cazorla avanza un’altra ipotesi. La linea di costa si è spostata in avanti per effetto dei sedimenti fluviali e i resti della Santa María si troverebbero oggi sulla terraferma, sotto circa sei metri di depositi. Secondo la sua tesi, il relitto potrebbe essere individuato in un raggio di poche centinaia di metri grazie a indagini geofisiche. Ma ufficialmente si continua a parlare del relitto di Haiti come di un presunto ritrovamento. Per ora, né la caravella né il forte costruito con il suo legname sono stati ritrovati.
La missione Unesco a La Isabela
Mentre gli archeologi cercano ancora La Navidad, un altro fronte si è aperto a La Isabela, a Puerto Plata in Repubblica Dominicana, sull’isola di Hispaniola. Qui Cristoforo Colombo fondò nel 1493 il primo insediamento europeo nel Nuovo Mondo, dopo che il forte lasciato nel corso del primo viaggio era stato distrutto e i suoi abitanti uccisi dai nativi. Anche qui, come a Genova, c’è una casa di Colombo. E nelle acque del suo mare ci si aspetta di trovare i relitti di alcuni dei galeoni delle spedizioni di Cristoforo Colombo o degli anni appena successivi: all’epoca furono diverse le navi affondate da uragani.
Le sta cercando l’Unesco, che nel 2024 e nella primavera 2026 ha coordinato due campagne di indagini dai risultati molto promettenti. Se nella prima sono stati identificati dieci contesti riconducibili al Sette e all’Ottocento, questa seconda fase si è basata sulla raccolta di campioni attraverso varie tecniche, dalle carote di sedimenti allo studio del profilo costiero dell’epoca, alla prospezione geofisica e profilazione del fondo marino mediante telerilevamento.
Il risultato è stato l’individuazione di più di quaranta “anomalie sottomarine”, la cui natura e importanza archeologica andranno approfondite. La missione internazionale andrà avanti nel 2027, con l’obiettivo non solo di trovare tracce associate alle spedizioni di Cristoforo Colombo, ma anche di valutare rischi ed effetti dei cambiamenti climatici. Un doppio binario, quello tra archeologia e clima, che dimostra come la storia del primo incontro tra Europa e America continui a parlare al presente.