In una notte gelida la porta dell’orfanotrofio Casa Pony si apre per far entrare due neonate abbandonate nella neve. Inizia così, come un feuilleton ottocentesco, un fenomeno televisivo contemporaneo che avrebbe attraversato i continenti e le generazioni, sbarcando nel nostro paese sulle tv locali prima e sulle reti Mediaset poi: Candy Candy.
Tutto inizia il 1° ottobre 1976, quando in Giappone va in onda la prima puntata di un anime che in Italia arriverà il 2 marzo 1980 e resterà in onda, tra prime visioni e repliche, fino al 1997: diciassette anni di presenze televisive che lo trasformano nel rito pomeridiano di intere generazioni.
La ragazzina solare e resiliente è un manga del genere shōjo, indirizzato principalmente ad un pubblico femminile adolescente appassionato del filone drammatico\sentimentale e romantico. In realtà – come sanno i detrattori del genere che lo accusano di melensaggine -, proprio come le altre eroine prima e dopo di lei (Heidi, La Principessa Zaffiro e Lady Oscar), Candy – un’orfana testarda e generosa che attraversa lutti, amori infelici e rinunce senza mai smettere di sperare – ha tenuto incollate allo schermo mamme e figlie, catturate dall’ottimismo contagioso e dalla forza d’animo di un’eroina che cade ma non si arrende.
Attorno a lei ruotano personaggi iconici. Anthony, il primo amore, biondo e gentile, che muore in un incidente a cavallo. Terry, l’attore ribelle e passionale, con cui Candy vive una relazione intensa, fatta di gelosie, incomprensioni e di un finale che ancora divide il pubblico. Archie, l’innamorato segreto, sensibile e leale, e Stear, l’amico fraterno destinato a una fine tragica. E poi c’è Albert, il vagabondo bohémien che si rivela il vero ‘principe della collina’, colui che ha vegliato su Candy fin dall’inizio e che per molti fan è il destino ultimo della protagonista. Fin troppo facile notare che ognuno di loro, in fondo, rappresenta un archetipo maschile ben radicato nell’immaginario femminile di ogni fascia d’età.
In Italia Candy è stata molto più di un cartone. La sigla di Cristina D’Avena è una di quelle che ti bastano i primi secondi per rivivere immagini, emozioni e merende davanti alla tv. Il merchandising ha invaso edicole e cartolerie: album di figurine, quaderni, diari, astucci, e quella bambola con i codini biondi che in tante hanno voluto a tutti i costi.
Per anni è stato normale vedere ragazze che crescevano con Candy e poi, diventate madri, la facevano conoscere alle figlie, creando un filo emotivo tra generazioni. Finché, improvvisamente, quel mondo sparisce bruscamente per non tornare mai più. Una scomparsa che per molti fan ha il sapore del lutto e che si intreccia con una lunga vicenda giudiziaria. Dal 1997, infatti, la serie non va più in onda: niente repliche, niente nuove edizioni, niente merchandising autorizzato. La causa è una disputa – di fatto mai conclusa – tra le due creatrici, la sceneggiatrice Kyoko Mizuki (vero nome Keiko Nagita) e la disegnatrice Yumiko Igarashi. Il nodo della vicenda sono i diritti sui personaggi: la prima rivendica la paternità della storia e dei caratteri, l’altra quella del design e delle illustrazioni.
La questione esplode quando Igarashi comincia a commercializzare prodotti con l’immagine di Candy senza il consenso di Nagita. La sceneggiatrice reagisce e la vicenda finisce in tribunale. Dopo vari gradi di giudizio, nel 2001 la Corte Suprema giapponese stabilisce che sono co-titolari dei diritti e ogni operazione commerciale richiede l’accordo di entrambe. Ma è un vicolo cieco, perché tra le due non si crea mai un’intesa sufficiente a sbloccare nuove edizioni o trasmissioni.
In un’intervista al Salone del Libro di Parigi, nel marzo 2019, Nagita ha raccontato il piacere di tornare a parlare di Candy dopo decenni. “È come un sogno essere edita in Francia”, ha dichiarato, aggiungendo di essere “molto, molto felice” nel vedere che, ancora oggi, “tante persone hanno tanto amore per Candy Candy”.
Intanto Igarashi continua a sostenere che il fumetto sia sostanzialmente opera sua e che l’altra contendente sia solo la soggettista, non la sceneggiatrice, rivendicando così lo sfruttamento commerciale al 100%. La frattura personale tra le due donne rende impossibile qualsiasi compromesso e il risultato è che Candy Candy resta ’congelata’, lasciando solo il ricordo e un mercato di oggetti vintage che tiene viva la nostalgia.
In questo vuoto, le community online sono diventate il vero presidio della memoria. Basta fare un giro su internet per trovare siti dedicati, forum e pagine social, dove i fan continuano a discutere del finale, a ricostruire la cronologia delle messe in onda nei vari Paesi e a scambiarsi curiosità sul doppiaggio (a proposito, le voci di Candy sono di Emanuela Rossi nel primo doppiaggio storico, e di Roberta Gallina Laurenti nel doppiaggio degli Anni ’90).
Un altro grande tema di discussione è il finale. L’episodio 115 svela che Albert è lo zio William e il ‘principe della collina’, ma nel romanzo Candy Candy Final Story scritto da Nagita l’epilogo lascia nell’ombra l’identità del ‘lui’ che abbraccia una ormai trentacinquenne Candy sul far della sera. C’è chi giura che sia Terry, chi punta tutto su Albert. La stessa Nagita confessa di aver lasciato volutamente l’arcano insoluto. Del resto, il dibattito ancora aperto fa parte del fascino stesso dell’opera: un finale che non chiude, ma lascia spazio all’immaginazione. Come in ogni storia romantica che si rispetti.
(dal numero della rivista 50&Più Ottobre)
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