Henri Matisse (1869-1954) ha dipinto spesso i suoi atelier. Il primo studio parigino, all’inizio del Novecento, un sottotetto spoglio dal sapore bohémien con una grande finestra luminosa, poi quello ben più sontuoso di Issy-les-Moulineaux, le stanze di Nizza e l’ultimo di Villa Le Rêve, a Vence. Tutti ambienti accomunati da finestre aperte sul paesaggio. «Se ho potuto riunire nel mio quadro quello che sta all’esterno – ad esempio, il mare – e l’interno, è perché l’atmosfera del paesaggio e quella della mia camera sono una cosa sola», scriveva. Attraverso il proprio ambiente di lavoro, l’artista raccontava di sé cose che altri soggetti non gli permettevano, trasformando la pittura in una metafora della propria esistenza.
Nei suoi studi, Matisse collezionava oggetti, tessuti e cimeli provenienti da ogni angolo del mondo, trasformando lo spazio fisico della stanza in un crocevia di tradizioni lontane. Così racconta la mostra Matisse. Il mondo in una stanza al Mudec di Milano: circa 100 opere tra dipinti, lavori su carta e sculture provenienti da prestigiosi istituti internazionali, poste in dialogo con oggetti africani, islamici, russi, polinesiani e cinesi che egli studiò sempre con grande attenzione. La mostra e il catalogo esplorano l’impatto cruciale, seppur non sempre immediato, dei viaggi di Matisse: in Andalusia e in Russia, in Marocco e a Tahiti. Al rientro in Francia, gli oggetti visti e acquistati divennero strumenti per rielaborare queste esperienze e contribuirono a generare l’atmosfera multisensoriale dei suoi atelier, dove una finestra metaforica rimaneva aperta sul mondo.
«L’arte africana, islamica, cinese, russa e del Pacifico non ha rappresentato una semplice curiosità esotica, ma ha plasmato dall’interno il linguaggio visivo dell’artista, portandolo a superare la prospettiva e la mimesi occidentale in favore della bidimensionalità e della sintesi», spiega Chiara Gatti, curatrice della mostra insieme a Ellen McBreen, che abbiamo incontrato.
Chiara Gatti, quella del titolo della mostra è una stanza fisica e ideale…
È una stanza fisica perché parliamo realmente delle sue camere-atelier, luoghi dove ha lavorato e all’interno dei quali creava come dei piccoli teatri sincretici con opere d’arte di altri paesi, artisti e culture mescolate anche alle sue e a oggetti collezionati. Stanze ideali perché idealmente Matisse riuniva in un unico luogo tutte le culture del mondo, dal Marocco al Medio Oriente, dalla Cina alle culture della Polinesia, di Tahiti soprattutto. Geografie che idealmente per lui rappresentavano una mappa, uno sguardo universale.
Stanze con finestre aperte sul mondo…
Le sue finestre che si aprono su Parigi o sul mare di Nizza, quelle di Tahiti spalancate sulle mangrovie e sulla vegetazione tropicale, sono come degli affacci, delle prospettive ideali dalle quali l’artista osserva quello che accade fuori. Interno ed esterno si fondono in un passaggio osmotico fra la sua cultura classica e le culture del mondo a cui Matisse guarda. Nei suoi dipinti le finestre sono spesso circondate da tendaggi o tappezzerie punteggiate da motivi arabescati, come nella cultura islamica che lui molto amava. Matisse porta con sé le finestre della sua vita, luogo ideale dove si manifesta l’alterità.
L’Oriente ci ha salvati, ripeteva spesso Matisse nei suoi diari. Cosa intendeva?
L’Oriente è un’invenzione dell’Occidente, come sottolinea la storiografia contemporanea. Un concetto nato nell’Europa dell’Ottocento, quando il mondo veniva concepito e descritto in termini binari, per intendere un luogo denso di nuovi immaginari e fantasie esotiche, alludendo a un’area geografica incredibilmente vasta, estesa sulle mappe ben oltre i confini extraeuropei del Mediterraneo. Parole che oggi utilizziamo in punta di piedi, perché mettono il nostro mondo, l’Europa, al centro. L’invenzione dell’Oriente è quella di un approdo lontano e denso di misteri, di fascinazioni e visioni mitiche, tanto inebrianti quanto artificiali, che avevano inondato un nuovo immaginario e una narrativa che dalla poesia alla letteratura alla pittura era diventato protagonista assoluto. In quei luoghi Matisse aveva scoperto un’alternativa ai canoni dell’arte occidentale (la prospettiva, il naturalismo, l’anatomia classica) – vissuti dagli artisti delle avanguardie come desueti – e aveva trovato valori come la bidimensionalità, la linea assoluta, il senso del vuoto, le anatomie distorte (o anatomie inventive, come titola una sezione della nostra mostra) che potevano portare nuovi modi e nuovi canoni per rinvigorire l’estetica tradizionale.
Un focus specifico è dedicato in mostra ai progetti decorativi e ai libri d’artista, come il dittico monumentale Océanie, le Poésies di Mallarmé, Pasiphaé di Montherlant, i disegni della Cappella del Rosario a Vence, e le celebri tavole di Jazz, considerate una summa delle riflessioni di Matisse. In Jazz, libro edito da Tériade nel 1947 e considerato uno dei massimi vertici della grafica del Novecento, Matisse riassume mirabilmente tutto il suo immaginario, le riflessioni sull’amore, sui viaggi, sulla felicità, la natura, le lagune tahitiane, il circo (soggetto celeberrimo all’epoca da Picasso a Chagall), in una composizione basata su nuove categorie estetiche, su un’immaginazione creativa che si è nutrita di mondi lontani per costruire uno dei linguaggi visivi caratterizzato da nuovi rapporti tra linee e colore, fra primo piano e secondo piano, vuoti che sono densi di significato. Per questo lo si può considerare il suo testamento spirituale.
Matisse. Il mondo in una stanza
Milano, Mudec
fino al 21 febbraio 2027
www.mudec.it/matisse
Foto: Musée des beaux-arts La Chaux-de-Fonds