All’inizio ci sono un uomo e un covo. “Infila le chiavi nella toppa e spinge forte, aiutandosi con la spalla buona. La porta cede. Allunga una mano, preme l’interruttore, uno sfrigolio e la lampadina si accende. Si sente odore di colla e di tisana al finocchio. Sopra la madia c’è una torre di stuzzicadenti vicino a un’accozzaglia di pasta di sale dalla forma strana. Spesso lasciano qui gli oggetti che costruiscono, non li portano nel mondo fuori. […] È vecchia, la roulotte. Il tetto è pieno di rattoppi, la muffa s’è presa gli angoli, però non ha l’aria di posto abbandonato. Gli oggetti stanno tutti stretti stretti come nelle caverne magiche delle fiabe di quando era bambino. Il silicone delle finestrelle è tutto smangiucchiato, fa passare gli spifferi, e il pavimento è scorticato, ma la roulotte continua a fare il suo dovere. Non è più la stessa che gli ha affidato il custode precedente. È diventata un posto vero, ci è cresciuta dentro un’anima”.
Si presenta misterioso e affascinante fin dalle prime righe, Misurare il vuoto, il romanzo d’esordio di Caterina Villa, giovane giornalista della RAI e già autrice di pregevoli racconti su alcune delle più importanti riviste letterarie italiane. Il libro, pubblicato dalla casa editrice Lindau, parte dal mistero di una cosa, o piuttosto di un “luogo”. Una roulotte abbandonata sulle sponde del lago Trasimeno e custodita da un uomo che ha risposto ad un annuncio su un giornale per compilare il calendario delle visite e gestire il traffico di un nugolo di strani “avventori”. Sì, perché quella roulotte è in realtà una specie di zona franca, un “buen retiro”, un confessionale in cui, per quaranta minuti, clienti su prenotazione ingaggiano intensi corpo a corpo con “le bestie che si acquattano negli spazi vuoti”, si confrontano con i loro segreti e sfogano le proprie emozioni. Da soli, senza essere osservati, in un posto che sembra fuori dal mondo e che riesce, misteriosamente, a “pacificarli”. Alcuni lasciano qualcosa e le cose si accumulano dentro la roulotte come un curioso ciarpame, sensato e insieme senza criterio. Le cose lasciate da alcuni parlano ad altri in un modo imprevedibile, si instaurano dialoghi muti, a volte avvengono scoperte sorprendenti. Come i biglietti ripiegati e abbandonati da un misterioso T., che alcuni dei frequentatori della roulotte non possono fare a meno di leggere. Sono gli stessi “roulottanti” che una serie di circostanze fortuite (o forse no) portano a stabilire un rapporto più profondo di quello, elementare, dettato dagli incroci, dagli adempimenti, dalle coincidenze. Si tratta di Nicola, che combatte con un brutto male e soprattutto col ricordo tormentoso di un amore; di Ofelia, che affronta il lutto della scomparsa della madre e soffre lo strappo violento di un legame tanto crudele quanto ombelicale; di Simone, che si porta dentro un “peccato originale”, il peso di un abbandono, e cerca, oltre le spire di una dolorosa routine, il calore dell’affetto vero. Le storie di questi personaggi (e di altri minori) si intrecciano in un romanzo corale che continuamente muta le prospettive ma conserva alta la tensione: sono percorsi che hanno origini lontane tra loro, che si svolgono con modalità differenti (Nicola è il custode della roulotte, Ofelia se ne sente attratta irresistibilmente e continua a visitarla anche fuori dai “turni”, Simone la “scassina”, entrandovi furtivamente di notte) e che infine convergono in un punto, solo apparentemente rappresentato dal vecchio caravan. Qui Ofelia incontra Simone a prim’alba, mentre scappa stravolto dopo una delle sue incursioni fraudolente; qui Nicola lo sorprende addormentato dopo un’altra irruzione notturna; qui Simone spia Ofelia, dall’esterno, e poi entra a leggere di nascosto le lettere che scrive alla madre durante ogni “soggiorno”. Mentre la confidenza, e i legami, tra i tre protagonisti crescono, un imprevisto sconvolge e accelera il processo: un avviso di rimozione colpisce la roulotte, che occupa abusivamente suolo pubblico; solo il proprietario può regolarizzare la situazione, ma nessuno sembra sapere chi sia. Un nuovo mistero si infiltra nel romanzo, investe i protagonisti, li salda in una sfida comune e al tempo stesso li costringe a rivivere, e a svelare pienamente, il passato che li tormenta. Alla fine anche il mistero dei biglietti di T. sarà rivelato.
Crudo e delicato, poetico e carnale, Misurare il vuoto si snoda attraverso enigmi che si stratificano e continue, parziali rivelazioni, in un meccanismo di incastri, di indizi e rimandi che si chiariscono solo alla fine, e intanto turbano e avvincono il lettore. Lo alimenta una scrittura rapida e al tempo stesso minuziosa. Che non indugia ma tratteggia, con poche pennellate accurate ed efficaci, mondi esterni e interiori. Che riesce a dare corpo alle emozioni. Tanta abilità è al servizio di un originale “realismo magico” in cui non fa capolino, però, nessun elemento soprannaturale. La magia scaturisce dalla capacità, e dalla possibilità, di fare i conti con sé stessi, di ripiegarsi in sé e affrontare la propria verità, lontano dagli ingranaggi, dalle aspettative, dalle convenzioni della vita sociale. Guarire, sembra suggerire l’autrice, cioè “misurare il vuoto”, non è un affare di scienza o di dottrina, di percorsi confezionati e prestabiliti. Dipende invece da uno stato d’animo, questo sì miracoloso, che si nutre di una casualità non casuale, di incontri inattesi e rivelatori con luoghi, cose e persone “speciali”. Sono la “famiglia dell’anima” a cui Caterina Villa giustamente dedica il libro.
Foto: Caterina Villa