La decisione di sospendere la protesta arriva dopo il Consiglio dei Ministri di ieri, che ha approvato un pacchetto di aiuti da 175 milioni di euro, dei quali 66,4 milioni di euro per coprire le domande degli acquisti di carburante effettuati fra marzo e agosto 2026, e altri 60 milioni per il rifinanziamento del credito d’imposta destinato agli acquisti effettuati da settembre all’inizio di ottobre. Per le imprese di autotrasporto è stata anche prevista la sospensione dei canoni di leasing senza l’applicazione di penali o la risoluzione del contratto; viene poi introdotta la facoltà di conferire l’extracosto del carburante sul committente, e per i comparti di agricoltura e pesca arriva rispettivamente il “ristoro” a fondo perduto di 45 centesimi a litro per l’acquisto del gasolio agricolo e 10 milioni di euro a compensazione dei costi di carburante della flotta.
“Non si tratta di problemi nati a settembre, e il caro carburanti ha solo esacerbato la situazione, ci ha dato il colpo di grazia – spiega Michele Perrotti, autotrasportatore di Lucera, in provincia di Foggia, con una flotta di dieci veicoli – sono anni che non sono mai state adeguate le tariffe, e naturalmente quando ci sono rincari come questi, da 70 centesimi sul prezzo del gasolio in pochissimo tempo, saltano tutti gli equilibri. Il serbatoio di uno dei nostri veicoli contiene dai 700 ai 1000 litri di gasolio: un pieno oggi costa 2.300 euro, prima ne bastavano 1.600. Mensilmente si consumano dai 5mila agli 8mila litri, e in pratica ci siamo ritrovati a sostenere una spesa mensile di 5 mila euro in più per ogni camion. Se aggiungiamo i costi di autostrada non copriamo più le spese, e arriviamo al 100% del fatturato. In pratica non riusciamo più ad andare avanti, e per questo abbiamo chiesto aiuto allo Stato. I fondi che hanno sbloccato erano già stati previsti e mai erogati. Ora aspettiamo il Tavolo del 27 ottobre con il Ministero dei Trasporti.”
Perché è stato il Sud Italia a mobilitarsi?
Puglia, Sicilia, Calabria e Campania sono state le prime regioni a mobilitarsi, ora si son unite anche l’Abruzzo e il Lazio. Diciamo che nel Meridione siamo più penalizzati per ragioni di costi: mediamente per far muovere un veicolo qui abbiamo bisogno di almeno 15 mila euro di investimenti mensili, al Nord con 5 mila ce la fanno. Quindi riescono ancora a fronteggiare la situazione, ma sarebbe bello essere più compatti nella mobilitazione, perché il problema è di tutti.
In questi giorni siete stati affiancati dagli agricoltori, come vi siete coordinati?
Gli agricoltori si sono uniti a noi perché facciamo parte della stessa filiera, e senza il trasporto la materia prima non va da nessuna parte. Avremmo voluto più supporto da parte dei cittadini, di quelli che si sono lamentati per gli scaffali vuoti. Ma calcolate che con 5 kg di legumi, 5 litri di salsa e 20 kg di pasta una famiglia potrebbe mangiare per un mese. Il troppo benessere ci ha portato a non riuscire più a vedere i problemi reali, nemmeno quando ci toccano da vicino. E piuttosto che lamentarci dovremmo essere solidali e fare ognuno la propria parte.”
Gli agricoltori lamentano che ormai il ricavo per il proprio prodotto è talmente irrisorio da non coprire più nemmeno le spese minime per mandare avanti l’attività.
“Il caro carburante è quasi il male minore – commenta Antonio De Rosa, titolare di un’azienda agricola nel foggiano – è tutto il contesto che non va bene. A me il pomodoro viene pagato 15 centesimi al kg. Nella mia azienda lavorano dieci persone, e stanno rischiando tutte di andare a casa. Le istituzioni hanno promesso di ascoltarci, ma già nel 2024 eravamo scesi in piazza con la protesta dei trattori, io stesso sono stato a Roma a manifestare, e non è mai cambiato nulla nel sistema. Anzi, oggi stanno lavorando su come inasprire le sanzioni per chi continua a manifestare, e non è accettabile in un paese democratico. Anche bloccare un’azienda, dei mezzi, ha dei costi, fermarci non è facile ma non abbiamo più scelta.”
Fra i coltivatori la mobilitazione è cresciuta soprattutto attraverso le pagine social, i video e i reel rilanciati da un presidio all’altro. Salvatore Sicuro, nell’agricoltura come contoterzista in Salento, è da poco tornato dalla Calabria dove si è unito ai presidi di questi giorni, e che nel frattempo sta organizzando una nuova manifestazione per domani, 24 ottobre, a Maglie, in provincia di Lecce, che metta insieme agricoltori, studenti e cittadini. “Abbiamo partecipato ai presidi in Calabria dove abbiamo visto la gente scendere in strada a fianco di agricoltori e trasportatori – spiega – perché il caro vita riguarda tutti. Dai tavoli istituzionali arrivano nuove promesse e si sbloccano fondi che erano già stati previsti in passato ma che mai erano stati erogati. Ma c’è un punto ancora più importante che ci porta a manifestare, ed è la questione della sovranità alimentare, di quello che portiamo sulle nostre tavole che spesso viene spacciato come Made in Italy, eppure non lo è. Negli ultimi vent’anni chi ha un’azienda agricola è stato paradossalmente incentivato a non produrre: la Comunità Europea stanzia un contributo più alto per la semina su sodo, quella senza il trattamento preliminare del terreno, e non finanzia tutte le lavorazioni che consentono di ottenere un prodotto di eccellenza. In pratica stiamo sostenendo la semina di abbandono, penalizzando il lavoro. Oppure finanzia la semina delle mellifere, piuttosto che supportare chi produce il grano che oggi a noi costa più di 40 centesimi al kg, e che rivendiamo a 20 centesimi. Stiamo assistendo ad un progressivo impoverimento del territorio a favore delle importazioni, e anche alla fine di un indotto. Faccio un esempio: cerchiamo di incrementare un prodotto di alta qualità come l’olio locale, ma le nostre cisterne restano piene, mentre si lavorano gli oli esteri che alla fine vengono esportati e venduti come prodotti italiani, perché la lavorazione avviene in Italia. Ma da dove arriva la materia prima? Lo stesso accade con il vino.”
Quali potrebbero essere le soluzioni?
Tornare a valorizzare il lavoro dei produttori locali. In zone come il Salento non ci sono vasti appezzamenti in mano a grandi imprenditori, perché i terreni agricoli sono fatti da piccoli proprietari che magari hanno solo uno o due ettari. Chi, per esempio, aveva degli ulivi che sono stati colpiti dalla Xylella non ha la forza economica per provvedere all’espianto e alla ripiantumazione. Nel 2010 la Regione Puglia aveva emanato un Decreto ministeriale per il ripristino del produttivo danneggiato, ma su 11 mila domande presentate ne sono state accettate solo 3 mila. Oggi si riapre a un nuovo bando, ma nel frattempo sono trascorsi anni di abbandono, di terreni a rischio incendi, e di alberi secchi. Parliamo tanto di riconversione green, ma prima di dare gli incentivi all’acquisto delle macchine elettriche bisognerebbe ripensare alla piantumazione degli alberi, ed evitare che le nostre terre finiscano col desertificarsi totalmente. Gli agricoltori sono i custodi del territorio, e preservare il loro lavoro significa salvare il futuro e la salute di tutti.”