Nel World University Ranking del «Times Higher Education», le migliori università italiane conquistano 58 posizioni in classifica, quattro in più rispetto all’anno precedente, e confermano il Paese come terzo più rappresentato nell’Unione europea. A guidare la classifica nazionale è l’Università di Bologna, che guadagna 19 posizioni e raggiunge il 111° posto mondiale. Un testa a testa con l’ateneo svizzero di Basilea.
Il poker nella top delle migliori università italiane si completa con Roma Sapienza, la Scuola Superiore Normale di Pisa e il Politecnico di Milano. La prima passa da 170esima a 147esima, in condivisione di posizione con la Normale, che nell’edizione precedente era 137esima e dunque arretra di dieci posizioni. Il Politecnico di Milano entra per la prima volta tra le prime 200 università al mondo, posizionandosi al 157° posto, alla pari con atenei britannici come Durham, Exeter e Nottingham. Per le migliori università italiane è il risultato più solido degli ultimi anni.
Bologna, il primato italiano
Per il settimo anno consecutivo, l’Università bolognese è il primo ateneo italiano nel ranking THE. Dopo essere salita dal 146° al 130° posto nell’edizione 2026, nel 2027 l’Alma Mater prosegue la scalata fino al 111° posto, consolidando il ruolo di «vetrina» dell’università italiana in una classifica che include 2.297 atenei in 118 Paesi.
Tra i fattori che spiegano la tenuta di Bologna ci sono la qualità della didattica e la reputazione dell’ambiente di ricerca, indicatori su cui l’ateneo emiliano ha mostrato progressi costanti nelle ultime edizioni. Il rettore Molari ha definito il risultato un «riconoscimento importante», sottolineando come il posizionamento rifletta investimenti continui su ricerca, dottorati e internazionalizzazione. Un modello che tutte le migliori università italiane guardano con attenzione.
Sapienza e Normale: due volti dello stesso top
Sapienza è l’ateneo con la crescita più marcata in questa edizione: da 170esima a 147esima, un avanzamento che la porta a condividere la posizione con la Normale di Pisa. La Normale, pur restando nella top 200, registra un lieve arretramento rispetto all’anno precedente, ma rimane un caso peculiare per la sua dimensione ridotta e l’eccellenza concentrata in ambiti umanistici e scientifici di nicchia.
In termini di immagine, Sapienza beneficia anche di risultati settoriali di rilievo: nel ranking THE per materia, era prima in Italia e 33esima al mondo in Arts and Humanities. Il confronto tra i due atenei racconta due modelli di eccellenza: da un lato il grande ateneo generalista metropolitano, dall’altro la piccola scuola di altissima formazione e ricerca selettiva.
Il Polimi entra nel club
Il Politecnico di Milano è il grande nuovo entrante della top 200: dopo essere stato nella fascia 201–250 nell’edizione precedente, ora si colloca al 157° posto. Questo ingresso segna un traguardo simbolico per l’ateneo milanese, già percepito come punta di lancia dell’ingegneria e del design italiani, e lo mette alla pari con atenei britannici storicamente forti come Durham, Exeter e Nottingham.
Per un ateneo tecnico-scientifico, il ranking THE premia in modo significativo il trasferimento tecnologico, i brevetti e i legami con l’industria, ambiti in cui il Polimi ha costruito negli anni un vantaggio competitivo. Non a caso, nell’indicatore «Industry» il Politecnico registra un punteggio di 98 su 100, tra i più alti al mondo. Un risultato che spinge le migliori università italiane a guardare con più attenzione al trasferimento tecnologico.
Come funziona il ranking: i cinque pilastri del THE
Il ranking THE si basa su 18 indicatori raggruppati in cinque macro-aree: insegnamento, ambiente della ricerca, qualità della ricerca, prospettiva internazionale e reddito da industria e innovazione. La qualità della ricerca pesa per il 30%, il valore più alto tra le singole categorie, e misura l’impatto delle citazioni, la forza scientifica e l’eccellenza della produzione accademica.
L’insegnamento vale il 29,5% e valuta la reputazione didattica, il rapporto studenti/docenti e la proporzione di dottorati. L’ambiente della ricerca pesa per il 29% e considera volume, finanziamenti e reputazione. L’internazionalizzazione si ferma al 7,5%, ma resta un indicatore sensibile per gli atenei italiani, tradizionalmente meno attratti da studenti e docenti stranieri. Chiude l’industria, con il 4%, che misura redditi da partnership e brevetti.
I dati forniti dagli atenei sono integrati con un’indagine reputazionale internazionale e con l’analisi delle pubblicazioni su Scopus, il che dà al ranking una solida base quantitativa, pur con i limiti intrinseci di ogni classifica.
Il contesto italiano: 58 atenei in classifica
Con 58 atenei nella classifica delle migliori università italiane a livello mondiale, il Paese rafforza la propria presenza europea, ma resta ancora distante dalla vetta mondiale, dominata da Oxford, MIT e altre grandi università anglosassoni e nordamericane. Dietro il poker di testa, altri atenei italiani si avvicinano o consolidano posizioni di rilievo: l’Università Vita-Salute San Raffaele raggiunge il 247° posto e tocca il quinto posto al mondo nell’indicatore «Research Quality», Padova resta nella fascia 201–250, Firenze e altri ancora segnano il passo. C’è un «plotone» che spinge, non solo un’élite isolata.
Perché le migliori università italiane stanno salendo
La crescita degli atenei italiani nel ranking THE riflette, in parte, miglioramenti in indicatori di reputazione accademica e impatto della ricerca, oltre a una maggiore internazionalizzazione. Investimenti legati al PNRR e ai fondi europei per la ricerca hanno finanziato laboratori, assunzioni, dottorati e infrastrutture che cominciano a riflettersi sui ranking.
Il Ministero dell’Università e della Ricerca ha finanziato con 60,7 milioni di euro l’assunzione di 2.000 ricercatori, di cui oltre mille provenienti dai progetti PNRR, per rendere strutturali competenze altrimenti destinate a disperdersi. L’internazionalizzazione pesa direttamente sul pilastro «International outlook»: più studenti e docenti stranieri, più co-pubblicazioni internazionali, più visibilità. Per atenei tecnico-scientifici come il Politecnico, i redditi da partnership e brevetti sono un fattore chiave, che spiega in parte il balzo nella top 200.
Limiti e criticità: i ranking non sono tutto
La metodologia del THE premia certi modelli: grandi atenei research-intensive, anglofoni, con alti volumi di pubblicazioni. Realtà più piccole o orientate alla didattica possono risultare penalizzate, pur esprimendo eccellenze di nicchia. Il caso della Normale contro La Sapienza, stessa posizione e modelli opposti, è perfetto per mostrare che un numero non racconta tutta la storia.
C’è anche il rischio di “giocare” il ranking: atenei che ottimizzano gli indicatori più che la missione educativa e sociale. I ranking sono strumenti utili, ma vanno letti con spirito critico. E c’è un tema di sostenibilità: il Rapporto ANVUR 2026 segnala che, esaurita la spinta del PNRR, il sistema rischia una «ricaduta» se non si attiveranno meccanismi capaci di consolidare nel tempo gli investimenti in ricerca e sviluppo.
Cosa cambia per studenti e ricercatori
Per uno studente, un titolo preso in una delle migliori università italiane nel mondo può significare più opportunità di mobilità, tirocini internazionali e riconoscimento del titolo all’estero. Per un ricercatore, influisce sulla capacità di attrarre fondi, collaborazioni e talenti. Per il Paese, un sistema universitario più visibile migliora la reputazione dell’Italia come hub di conoscenza e innovazione.
Dietro le posizioni della classifica ci sono borse di studio, laboratori, brevetti e la percezione dell’Italia nel mondo.Il poker italiano nella top 200 non è un punto d’arrivo. È un segnale che qualcosa si muove, in un sistema che per anni ha inseguito senza convinzione. Le migliori università italiane hanno dimostrato che si può salire. Ora la sfida è non tornare indietro.