Massacro del Circeo, a che punto siamo dopo 51 anni

I fatti di quel settembre del 1975 furono lo spartiacque che spinse l’Italia a riscrivere le leggi e la cultura sui reati di genere. Molti passi in avanti sono stati fatti ma resta ancora da stabilire il nodo del consenso

Massacro del Circeo, a che punto siamo dopo 51 anni
Milano, 8 marzo 2026: manifestazione per la giornata della donna – Luca Ponti\Shutterstock

Il 30 settembre 1975, in via Pola, quartiere Trieste a Roma, un passante sente dei lamenti provenire da un’auto parcheggiata e chiama i carabinieri. Inizia così una delle pagine più buie della cronaca nera italiana, passata alla storia come ‘il massacro del Circeo’. Un fatto così sconvolgente da diventare per sempre lo spettro usato da ogni madre italiana per convincere la figlia a non fidarsi degli sconosciuti. Soprattutto di quelli con l’aria da bravi ragazzi.

Rosaria Lopez, diciannove anni, è morta. Donatella Colasanti, diciassette, respira ancora. Ha passato la notte a fingersi cadavere, perché aveva capito che era l’unico modo per restare viva. Lei e la sua amica provenivano dalla Montagnola, un quartiere popolare e di periferia a sud della Capitale.

Si scoprì subito che i responsabili erano tre ragazzi della Roma bene, Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira. Non erano balordi di strada. Erano figli della società che ‘contava’, cresciuti con la convinzione che qualsiasi conto si potesse pagare o aggirare.

Un dettaglio che pesò non poco sull’opinione pubblica, convinta da subito che in qualche modo questo garantisse una sorta di impunità. L’indignazione sollevata dal caso impresse un’accelerazione decisiva al dibattito culturale e politico, portando prima all’abrogazione del matrimonio riparatore e del delitto d’onore e, vent’anni dopo, alla riscrittura della violenza sessuale come reato contro la persona.

Quando la violenza sulle donne era un fatto privato

In quegli anni la cultura italiana trattava la violenza sulle donne come una questione di famiglia, di passione o di cattiva reputazione. I giornali parlavano di «raptus» e di «drammi». Le aule dei tribunali chiedevano spesso alle donne cosa indossassero, con chi uscissero, perché avessero accettato un passaggio. Al tempo del massacro del Circeo il Codice Rocco inquadrava la violenza sessuale non come un crimine contro la libertà individuale, ma come un reato contro la moralità pubblica e il buon costume.

L’articolo 544 permetteva al violentatore di cancellare il reato sposando la vittima, il cosiddetto matrimonio riparatore. L’articolo 587 concedeva pene minime a chi uccideva la moglie, la figlia o la sorella per difendere l’onore. In entrambi i casi la donna restava un oggetto da riparare o da punire.

Nel 1965 una diciassettenne siciliana, Franca Viola, aveva già incrinato quel sistema. Rapita e violentata da un ex pretendente di Alcamo, rifiutò le nozze riparatrici e portò l’uomo in tribunale. Il paese la trattò da ribelle, la stampa la trasformò in un caso, ma neanche il sostegno del futuro marito bastò a cambiare la legge.

L’arringa di Lagostena Bassi

Nel 1976, durante il processo di Latina per il massacro di Rosaria Lopez e le sevizie a Donatella Colasanti, l’avvocata di parte civile della famiglia Lopez, Tina Lagostena Bassi, denunciò con forza l’arretratezza di un sistema normativo che tendeva a colpevolizzare le vittime. Il 26 aprile 1979 la Rai mandò in onda in seconda serata ‘Processo per stupro‘.

Circa tre milioni di telespettatori seguirono quel documentario che a ottobre la rete ripropose in prima serata davanti a nove milioni di persone. Per la prima volta le telecamere erano entrate in un’aula di giustizia filmando il dibattimento contro gli imputati accusati di aver violentato una ragazza diciottenne in una villa di Nettuno. Lagostena Bassi, avvocata di parte civile, smontò la strategia dei difensori, che passavano al setaccio la vita privata di Fiorella per insinuare che se l’era cercata.

Nello stesso periodo le donne dell’Udi, del Movimento di liberazione della donna e dei collettivi femministi costruirono una proposta di legge di iniziativa popolare. Avviarono la raccolta nel 1979 e nel 1980 portarono alla Camera trecentomila firme, quando ne servivano cinquantamila. Il testo chiedeva di trattare lo stupro come un reato contro la persona, di abolire la distinzione tra violenza carnale e atti di libidine e di togliere le norme che ruotavano attorno all’onore.

La fine del delitto d’onore

La prima crepa arrivò con la legge 442 del 5 agosto 1981. Il Parlamento cancellò l’articolo 587, quello sul delitto d’onore, e l’articolo 544, quello sul matrimonio riparatore. Nel giro di pochi mesi la norma che permetteva a uno stupratore di estinguere il reato con un anello sparì dai codici. Quel voto non chiuse la partita, ma spostò il confine di ciò che l’Italia accettava di scrivere nelle proprie leggi. Il massacro del Circeo aveva pesato su quella scelta più di quanto i parlamentari ammettessero. Aveva svuotato la retorica della «passione» e dell’«onore» e aveva reso difficile difendere in pubblico norme così datate.

1996: lo stupro diventa un reato contro la persona

Il cuore della riforma arrivò con la legge 66 del 15 febbraio 1996, ventun’anni dopo il massacro del Circeo e dopo cinque legislature di rinvii. Il Parlamento tolse la violenza sessuale dai delitti contro la moralità pubblica e la trasferì tra i delitti contro la libertà personale. Da quel momento il codice riconobbe che a subire il danno era una persona, non il buon costume. Fuse le vecchie categorie di violenza carnale e atti di libidine in un unico reato, il 609-bis, e introdusse la violenza sessuale di gruppo.

Il codice Rocco non sparì del tutto e resta ancora oggi la base del nostro diritto penale. Ma le sue norme più intrise di mentalità patriarcale erano cadute una dopo l’altra, e il 1996 chiuse quel ciclo. Il ritardo racconta la resistenza di un Paese che faticava a mettere in discussione un’idea antica di autorità maschile.

Un cerchio mai chiuso

Nel frattempo, la giustizia italiana era arrivata alle condanne, che furono pesantissime, ma la vicenda non finì con le sentenze. Andrea Ghira fece perdere le sue tracce per morire poi latitante in Spagna. Gianni Guido fuggì a sua volta dal carcere e rimase all’estero a lungo prima che le autorità lo riportassero in Italia. Il capitolo più amaro riguarda però Angelo Izzo.

Nel 2005, a trent’anni dal massacro del Circeo, Izzo beneficiava della semilibertà e viveva in una struttura di recupero a Campobasso. Uccise Maria Carmela Linciano e la figlia Valentina Maiorano, di quattordici anni. Il Paese si chiese come fosse possibile e il dibattito sui benefici penitenziari per chi commette reati di violenza estrema tornò acceso. Donatella Colasanti morì alla fine di quello stesso anno senza vedere la fine del cerchio.

Dal Circeo alla legge sul femminicidio

Dopo il 1996 la legislazione ha camminato in fretta, spinta dalle cronache. Nel 2009 l’Italia ha introdotto il reato di stalking, che ha dato un nome giuridico alle persecuzioni che precedono troppo spesso un omicidio. Nel 2013 il Parlamento ha ratificato la Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa e ha approvato la legge 119, quella che per la prima volta ha messo nel titolo la parola femminicidio.

Nel 2019 il cosiddetto Codice rosso ha imposto tempi rapidi per le denunce di violenza domestica e ha introdotto il reato di diffusione illecita di immagini intime. Nel 2023 la legge 168 ha rafforzato ordini di protezione e braccialetti elettronici.

Il passo più recente porta la data del 25 novembre 2025. La legge 181 del 2025, approvata in quella giornata, è entrata in vigore il 17 dicembre. Il nuovo articolo 577-bis prevede l’ergastolo per chi uccide una donna con atti di discriminazione, odio, controllo, possesso o dominio nei suoi confronti in quanto donna. Il voto della Camera è stato unanime. Cinquant’anni dopo il massacro del Circeo, il legislatore ha recepito quello che le femministe dicevano da decenni: uccidere una donna in quanto donna è un crimine con una sua fisionomia precisa.

Il nodo del consenso

Resta ancora una porta socchiusa. Il codice punisce la violenza sessuale quando c’è violenza, minaccia o abuso di autorità. Non dice che un atto sessuale senza il consenso della persona è già reato. La Convenzione di Istanbul, all’articolo 36, chiede invece di punire ogni atto sessuale non consensuale. Nella pratica la Cassazione ha allargato da tempo il perimetro, ma la lettera della norma non cambia dal 1996.

Il 19 novembre 2025 la Camera ha approvato all’unanimità, con 227 sì, la riscrittura dell’articolo 609-bis sul «consenso libero e attuale». Doveva essere una formalità al Senato, nella data simbolica del 25 novembre. Alcuni esponenti della Lega hanno però chiesto di approfondire e la legge si è fermata in commissione.

Il 27 gennaio 2026 la commissione Giustizia ha adottato come testo base la proposta della relatrice Giulia Bongiorno, che sostituisce il consenso con la «volontà contraria» all’atto sessuale. Le opposizioni, i centri antiviolenza e molte piazze hanno risposto con un no netto. La loro tesi è semplice: se manca il sì, è stupro.

In aprile la commissione ha affidato la riscrittura a un comitato ristretto e ha fatto slittare il passaggio in aula. A maggio è arrivata una nuova versione, firmata da Julia Unterberger, che il centrodestra propone come mediazione. Prevede il consenso libero e attuale, ma chiede anche che la sua assenza sia riconoscibile. Le opposizioni la giudicano un passo indietro. Il 24 giugno la commissione riprendeva le audizioni. Il consenso aspetta ancora di entrare nel codice.

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