Oggi 28 settembre ricorre la Giornata internazionale per l’accesso alle informazioni. Sembrerebbe una ricorrenza per addetti ai lavori ma non lo è. Ricorda che il diritto di sapere non è un privilegio, ma una condizione necessaria per la democrazia. Riguarda chiunque voglia capire come il governo spende i soldi pubblici, perché una decisione è stata presa, se un servizio funziona davvero.
Il legame profondo è con l’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani, che riconosce a ogni persona la libertà di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso qualsiasi mezzo e senza limiti di frontiera.
In questa edizione della Giornata per l’accesso universale alle informazioni il focus riguarda il come i cittadini esercitano quel diritto in un ecosistema dominato da intelligenza artificiale, deepfake, disinformazione e sovraccarico informativo. Il tema ufficiale è: difendere l’integrità dell’informazione nell’era digitale, usando l’accesso alle informazioni per contrastare il disordine informativo.
La Giornata internazionale per l’accesso alle informazioni: un tema che riguarda tutti
Tre fenomeni rendono oggi l’accesso universale alle informazioni più complesso che in passato. Il primo è la disinformazione. Notizie false, fuorvianti o decontestualizzate minano la capacità dei cittadini di prendere decisioni consapevoli. Il secondo è l’intelligenza artificiale. Generare testi, immagini e video credibili ma falsi è diventato facile. Servono nuovi strumenti di verifica e alfabetizzazione mediatica. Il terzo è il divario digitale. Non tutti hanno le stesse competenze, connessioni o lingue per accedere a informazioni di qualità. Le disparità sociali e politiche si accentuano.
L’UNESCO avverte: accedere ai dati non basta. Serve un’informazione trasparente, corretta ed equa, verificata e garantita a tutti. Solo così si contrastano divisioni e disuguaglianze e si assicura una partecipazione reale dei cittadini alla vita pubblica. L’integrità dell’informazione diventa così una condizione per la democrazia.
L’accesso universale alle informazioni non è un tema astratto. È parte integrante del diritto alla libertà di espressione, richiamato dall’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani e del Patto internazionale sui diritti civili e politici. L’UNESCO lo considera una leva per lo sviluppo sostenibile, la democrazia, l’uguaglianza e la costruzione di società della conoscenza inclusive.
Nessuno si fida delle notizie, ma tutti le cercano
Mentre il mondo celebra l’accesso universale alle informazioni, l’Italia offre un quadro contraddittorio. Il Digital News Report Italia 2026, realizzato dal Master di giornalismo, racconta un Paese che si allontana dalle notizie ma non smette di cercarle. Lo studio, giunto alla terza edizione, si basa su un sondaggio del Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford condotto in 48 Paesi.
L’interesse per le notizie segna un nuovo minimo storico. Solo il 34 % degli intervistati si dichiara molto o estremamente interessato, contro il 74 % del 2016. Quaranta punti in meno in dieci anni. È il calo più marcato tra i 48 Paesi sondati. L’interesse per la politica crolla ancora più in basso: 16 %, che colloca l’Italia all’ultimo posto.
Eppure gli italiani non hanno smesso di informarsi. Il %7 % consulta notizie più volte al giorno. Un dato che ci mette al secondo posto dopo la Finlandia. Il paradosso è tutto qui: l’interesse è tra i più bassi, la frequenza tra le più alte. Il pubblico non è scomparso. È più distante, più selettivo e più mediato. La sfida della Giornata internazionale per l’accesso alle informazioni è trasformare l’esposizione alle notizie in una relazione più riconoscibile e consapevole con le fonti.
Combattere la disinformazione
Meno di un intervistato su tre, il 32 %, pensa che ci si possa fidare delle notizie il più delle volte. Il dato colloca l’Italia sotto la media globale. Il calo di quattro punti rispetto all’anno scorso riflette una tendenza comune a tutti i Paesi, ma da noi pesa di più. La fiducia nelle notizie trovate sui social media scende al 1% %. Quella nei chatbot di intelligenza artificiale si ferma al 16 %.
Cresce invece la preoccupazione per la disinformazione. Il %9%degli italiani si dichiara fortemente o abbastanza preoccupato, cinque punti in più rispetto al 2024. E torna a salire la news avoidance, la tendenza a evitare intenzionalmente le notizie: il 36 % degli intervistati dichiara di farlo spesso o a volte, tre punti in più rispetto all’anno scorso.
Numeri che evidenziano come l’accesso universale alle informazioni non è solo una questione di leggi e portali, ma soprattutto una questione di fiducia. Se il pubblico non si fida delle fonti, il diritto di accesso all’informazione resta sulla carta.
Dove si informano gli italiani
La televisione resiste. Quasi la metà degli intervistati, il 48 %, la considera la fonte principale. Insieme alla Francia, l’Italia è l’unico Paese tra quelli sondati in cui la tv mantiene il primato. Ma nell’insieme dei mezzi utilizzati settimanalmente per informarsi prevalgono i siti online, consultati da 7 intervistati su 10. I social media salgono al 4% % nell’uso settimanale. Il 22 % degli intervistati li considera fonte principale, in aumento rispetto all’anno precedente.
Chi abbandona una fonte non abbandona le notizie. Chi lascia la tv si sposta verso altre fonti digitali, non verso il silenzio informativo. I dati confermano il declino dei quotidiani, mentre le testate televisive e i giornali locali mostrano maggiore tenuta. Online, la fonte più consultata è Fanpage: il 22 % degli intervistati visita il sito almeno una volta a settimana. Seguono Tgcom24, Ansa e SkyTg24. I siti dei quotidiani tradizionali arrivano più avanti in classifica.
Un dato interessante arriva dalla prima rilevazione sulla smart tv, finora mai sondata. Il 46 % degli italiani la utilizza per informarsi. La metà di questi lo fa attraverso YouTube o altre app video. C’è una domanda di approfondimento e di spiegazioni. I video brevi, dominanti su Instagram, TikTok e Facebook, non segnano passi in avanti. Gli italiani li consumano, ma non li percepiscono come strumento informativo di primo piano.
L’Italia e il FOIA dieci anni dopo
In Italia, il diritto di accesso all’informazione ha un nome: FOIA, il Freedom of Information Act che il Parlamento ha introdotto nel 2016. Da allora, qualsiasi cittadino può chiedere a un comune, a una regione o a un ministero dati e documenti, senza dover dimostrare un interesse diretto. In teoria, è uno strumento potente per controllare la spesa pubblica, seguire i fondi europei, capire le scelte su sanità, scuola e infrastrutture.
Nella pratica, come ricorda la Giornata internazionale per l’accesso alle informazioni, il quadro è a due velocità. Da un lato ci sono amministrazioni virtuose. Città e regioni che pubblicano open data aggiornati, dashboard su bilanci e servizi, portali dove scaricare in pochi click informazioni su appalti, trasporti, inquinamento. Dall’altro, uffici dove il FOIA Italia resta una lettera morta. Richieste che si perdono, risposte in ritardo o generiche, funzionari sovraccarichi e poco formati alla cultura della trasparenza.
Il tema scelto dall’UNESCO per il 2026 tocca da vicino anche il nostro Paese. L’Italia è sempre più ricca di dati pubblici. Allo stesso tempo la sommerge la disinformazione online, insieme a deepfake e contenuti generati dall’intelligenza artificiale.
In questo contesto, l’accesso universale alle informazioni non basta più. Serve una cittadinanza capace di orientarsi tra fonti ufficiali e rumore di fondo. Capace di distinguere un dato certificato da una narrazione manipolata. Capace di usare l’informazione come strumento di partecipazione, non solo di consumo. Il FOIA Italia resta lo strumento principale, ma da solo non basta.
Cosa succede oggi nel nostro Paese
Proprio per colmare il divario tra legge e pratica, ogni 28 settembre biblioteche, università, associazioni di giornalisti e fact-checker organizzano in Italia incontri, laboratori e campagne di alfabetizzazione informativa. Si impara come si legge un bilancio comunale. Come si verifica una notizia. Come si usano i dati aperti per raccontare il proprio territorio.
La Giornata internazionale per l’accesso alle informazioni è il promemoria che il diritto di sapere appartiene a tutti. E che nell’era digitale non si esaurisce nel momento in cui una legge lo riconosce. Bisogna esercitarlo, difenderlo e renderlo accessibile.
L’accesso universale alle informazioni è una condizione per esercitare la cittadinanza. Senza informazioni verificabili, le decisioni pubbliche restano opache. Senza cittadini capaci di leggere quelle informazioni, la trasparenza resta un esercizio formale. Senza fiducia nelle fonti, nemmeno il diritto di accesso all’informazione più solido produce effetti reali. E senza integrità dell’informazione, la democrazia perde uno dei suoi pilastri.