Burka, niqab e hijab: non tutti i veli sono uguali

La discussione sul capo femminile coperto torna al centro del dibattito italiano dopo l’annuncio di Giorgia Meloni

Burka, niqab e hijab: non tutti i veli sono uguali
Brema, Germania – due donne che indossano il burka camminano lungo la strada a Vegesack, A. M. Teixeira\Shutterstock

Hijab, niqab e burka non sono la stessa cosa. I centimetri di stoffa che coprono il capo, il corpo e talvolta il volto delle donne musulmane non sono tutti uguali. Spesso si tende a generalizzare, ma dietro questi indumenti si cela un universo complesso fatto di tradizioni che variano profondamente.

L’annosa questione ‘velo sì o velo no’ che da tempo tiene banco in Europa, è tornata al centro del dibattito italiano dopo le parole di domenica 20 di Giorgia Meloni, che dal palco della kermesse Fenix ha annunciato un provvedimento in arrivo sul tavolo del Consiglio dei ministri. “A scuola – ha detto – si va a viso aperto. La parità tra l’uomo e la donna non è negoziabile. Non lo è nelle nostre strade, non lo è nelle nostre scuole.” La stretta su burka e niqab sembra arrivare così, dopo anni di dibattito mai chiuso.

Vale la pena ricordare che burka, niqab e hijab non hanno nulla in comune e derivano da tradizioni geografiche e culturali molto diverse tra loro. L’hijab è forse il termine più noto e diffuso e comunemente si associa al velo che copre i capelli e il collo, lasciando scoperto il viso. Il niqab aggiunge un velo che copre il volto, lasciando solitamente libera solo una fessura per gli occhi. Il burka rappresenta l’indumento più coprente: avvolge interamente il corpo e il volto, includendo una griglia o un tessuto a rete all’altezza degli occhi per consentire la visione. Il termine deriva dall’hindi burga, attraverso l’arabo burqā, e indica letteralmente un velo o una copertura.

Esistono poi molteplici varianti, come il chador, l’abaya, il jilbab e il khimar, ciascuna con una propria foggia e diffusione specifica. Una galassia di indumenti che risponde a interpretazioni religiose, spinte culturali e contesti geografici diversi.

La proposta italiana

La norma pensata dalla premier introdurrebbe il divieto di burka e niqab a scuola, insieme a un tetto massimo di studenti stranieri per classe. Meloni ha spiegato che l’obiettivo è favorire l’integrazione e impedire che una giovane donna venga costretta a nascondersi in nome di una vera o presunta tradizione. La proposta, se confermata nella forma riferita dalle fonti, avvicinerebbe l’Italia agli altri paesi europei che già vietano la copertura del volto in determinati contesti.

Ad ora infatti in Italia non esiste una legge che vieti espressamente il burka a scuola o nei luoghi pubblici, ma una norma del 1975 vieta di indossare caschi o indumenti che rendano difficoltosa l’identificazione. Nel 2008, con la decisione n. 3076 del 19 giugno, il Consiglio di Stato stabilì che il velo integrale può rientrare nei “giustificati motivi” previsti dall’articolo 5 della legge n. 152/1975, quando è indossato per ragioni religiose o culturali.

La decisione affermò che il velo che copre il volto “generalmente non è diretto ad evitare il riconoscimento, ma costituisce attuazione di una tradizione di determinate popolazioni e culture”. La copertura deve però essere rimossa quando sia necessario verificare l’identità della persona.

Le regole in Europa

In Europa non esiste un unico modello ma, oltre alla Francia che vieta l’hijab nelle scuole pubbliche e il volto coperto nello spazio pubblico, diversi paesi hanno già introdotto norme ‘antivelo’. Il Belgio ha una legge del 1º giugno 2011 che vieta di presentarsi nei luoghi accessibili al pubblico con il volto completamente o parzialmente coperto in modo da non essere riconoscibili. La norma riguarda niqab, burka e altri sistemi di copertura del viso, non il semplice hijab.

La Corte costituzionale belga ha confermato la validità della legge, precisando che il divieto non può colpire i luoghi di culto. Per le scuole non esiste un divieto nazionale uniforme: le restrizioni derivano dalle regole delle diverse reti scolastiche, dalle autorità locali o dai regolamenti degli istituti.

In Germania non esiste un divieto federale generale dell’hijab nelle scuole. La Corte costituzionale federale ha stabilito che un divieto generalizzato del foulard per le insegnanti delle scuole pubbliche è incompatibile con la libertà religiosa e con il divieto di discriminazione. Un divieto può essere giustificato solo quando vi sia un pericolo concreto per la neutralità dello Stato o per la pace scolastica. Le regole possono variare tra i Länder e riguardare soprattutto insegnanti, funzionari o situazioni concrete.

L’Austria, dall’inizio dell’anno scolastico 2026-2027, vieta alle alunne fino al compimento dei 14 anni di portare a scuola un velo che copra il capo secondo tradizioni islamiche. Incluso dunque l’hijab. La norma si applica sia alle scuole pubbliche sia alle private. Sono previste sanzioni per i genitori, con multe da 150 a 800 euro in caso di violazioni reiterate. Il divieto non si applica all’istruzione svolta fuori dall’edificio scolastico, alle gite e alle attività esterne, né all’istruzione domiciliare.

Nei Paesi Bassi, dal 1º agosto 2019, vige un divieto parziale della copertura del volto dentro e intorno agli edifici scolastici, negli edifici pubblici, nelle strutture sanitarie e sui mezzi di trasporto pubblico. La norma riguarda indumenti che rendono il volto non identificabile, compresi niqab e burka, ma non il semplice foulard. Il divieto sui mezzi pubblici vale sui veicoli, non necessariamente alle fermate o nelle stazioni.

Oltre il burka: chador, abaya e jilbab

Il “burka” (trascritto anche burqa) non esaurisce la varietà dei veli islamici. Il chador è un mantello aperto sul davanti che copre il corpo dalla testa ai piedi, diffuso soprattutto in Iran. L’abaya è una tunica lunga e leggera che si indossa sopra i vestiti, comune nei Paesi del Golfo. Il jilbab è un capo che copre tutto il corpo tranne viso e mani, diffuso in Nord Africa e nel Sud-est asiatico.

Il khimar è un velo ampio, spesso con forma simile a un mantello o a una cappa, che copre capelli, collo, spalle e parte del torace, lasciando normalmente il volto scoperto.È diffuso soprattutto in Egitto, dove è particolarmente riconoscibile nella forma lunga che ricade sul petto, in alcune aree del Medio Oriente e del Nord Africa

è un velo che scende sulle spalle e sul petto, spesso indossato insieme ad altri indumenti. Ogni Paese, ogni comunità, ogni famiglia interpreta l’abbigliamento islamico in modo diverso. Ridurre tutto al burqa o al niqab significherebbe ignorare questa ricchezza e semplificare un fenomeno che merita di essere compreso.

Controcorrente: la sentenza messicana

Mentre in Europa si discute di divieti, dall’altra parte dell’oceano arriva una sentenza che va nella direzione opposta. Il collettivo musulmano Marea Hiyabi si è battuto per il diritto di far accettare fotografie che ritraggono le donne con l’hijab sui passaporti e su altri documenti ufficiali, come le tessere elettorali e i diplomi universitari.

La battaglia è iniziata con Evamaría Lozano, una giovane musulmana messicana a cui è stato negato il passaporto perché si è rifiutata di togliersi il velo per la foto.

Il caso è arrivato alla Suprema Corte di Giustizia della Nazione, che con una sentenza approvata con una maggioranza di otto voti a uno ha stabilito che non vi è alcun impedimento costituzionale all’accoglimento di tali richieste. La corte ha riconosciuto che il regolamento che impone la foto a capo scoperto viola il diritto fondamentale di professare liberamente la propria religione.

Per identificare una persona, ha argomentato la corte, esistono alternative compatibili, come le impronte digitali. La sentenza rappresenta una vittoria per le donne musulmane messicane e un precedente importante in un dibattito globale che continua a dividere.

Percezioni globali e realtà locali

Nel dibattito pubblico globale, i veli delle donne musulmane finiscono spesso al centro dell’attenzione mediatica e politica. Molti li rispettano come simbolo di identità e fede, ma in diversi contesti diventano oggetto di forti polemiche, divieti o sentimenti di opposizione. Il burka non è l’unico velo, e ridurre tutto a lui significa non capire il resto.

Tuttavia, al di là delle contrapposizioni ideologiche, permane spesso una profonda lacuna conoscitiva sulla loro reale natura e sulla varietà dei contesti in cui vengono indossati.

La parola burka evoca immediatamente immagini di donne completamente coperte, ma questa associazione rischia di cancellare le differenze tra i vari indumenti e le diverse pratiche. In alcuni Paesi rappresenta una scelta personale, in altri un obbligo imposto. In alcuni contesti è un simbolo di resistenza, in altri di sottomissione. La verità è che non esiste una risposta unica. E forse è proprio questa complessità che il dibattito pubblico fatica ad accettare.

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