Peste: dove è endemica e come si cura oggi

Il temuto batterio Yersinia pestis continua a circolare indisturbato soprattutto in Africa dove la malattia è endemica. I precedenti in Siberia e il decesso negli USA. Le cure funzionano ma solo se si interviene in tempo

Peste: dove è endemica e come si cura oggi
Ricercatore esamina campioni di peste in laboratorio, Novikov Aleksey\Shutterstock

La peste non appartiene solo al passato e la sua lunga storia non si è ancora conclusa. Il primo caso accertato risale a circa 5.000 anni fa: un cacciatore-raccoglitore di 20-30 anni, noto come “RV 2039”, vissuto in quella che oggi è la Lettonia, il cui Dna conserva ancora le tracce di Yersinia pestis. Da allora quest’ultimo ha continuato a diffondersi e anche oggi continua a manifestarsi in alcuni focolai naturali, soprattutto in Africa.

Certo i numeri sono lontanissimi da quelli delle grandi epidemie del passato (la Morte Nera del XIV secolo ha ucciso solo in Europa 25 milioni di persone), ma la malattia esiste e si può curare solo se riconosciuta in tempo.

La forma polmonare, la più grave, quella che ha riacceso l’interesse globale, può uccidere in meno di 24 ore se non trattata. Per l’OMS sono migliaia i casi registrati tra il 2019 e il 2025, con centinaia di decessi, in particolare nella Repubblica Democratica del Congo e in Madagascar.

La peste oggi: cos’è e come si contagia

Come noto, la peste è una malattia infettiva causata dal batterio Yersinia pestis. La modalità più comune di infezione è il morso di una pulce infetta che ha precedentemente punto un animale portatore del batterio, in particolare un roditore. Si manifesta con i caratteristici “bubboni” dolorosi, soprattutto a livello di inguine, ascelle o collo.

Esiste poi la peste setticemica che provoca febbre alta e talora necrosi dei tessuti, causata anche dal contatto con materiale infetto (come la carcassa di un animale).

C’è poi una terza via di trasmissione, che riguarda la forma polmonare: l’inalazione di goccioline respiratorie infette emesse da una persona o da un animale malato. È questa la forma che può trasmettersi direttamente da persona a persona in seguito a un contatto stretto.

Secondo l’OMS, il periodo di incubazione è generalmente compreso tra uno e sette giorni. Nella forma polmonare può essere molto più breve, anche di circa 24 ore, per questo è considerata la più grave e quella che richiede la risposta più rapida.

Quanti casi di peste nel mondo? I dati OMS

Nonostante i progressi medico-scientifici, la malattia non è stata ancora eradicata. Non esiste però un contatore mondiale in tempo reale dei malati. Il quadro globale più recente pubblicato dall’OMS il 29 settembre 2026 raccoglie i dati di sorveglianza fino alla fine del 2025 Il report non distingue tra forma polmonare, bubbonica, setticemica o polmonare, ma riporta che tra il 2019 e il 2025 dieci Paesi hanno segnalato complessivamente 3.860 casi sospetti.

Sei Paesi hanno riportato almeno un caso confermato, per un totale di 2.646 casi confermati e 423 decessi tra i 3.847 casi sospetti registrati in questi Paesi. Nel solo 2025 sono stati segnalati 183 casi sospetti, di cui 113 confermati, e 31 decessi. La grande maggioranza dei casi confermati del periodo 2019-2025, il 97,7%, è stata registrata nella Repubblica Democratica del Congo e in Madagascar.

Nel 2025 la Repubblica Democratica del Congo ha riportato 54 casi, il Madagascar 51 casi confermati su 87 sospetti, il Kenya 7 confermati su 28 sospetti e la Mongolia un caso confermato su 14 sospetti. Cina e Uganda non ne hanno segnalati.

L’OMS avverte però che l’assenza di una segnalazione non equivale necessariamente all’assenza della malattia, inoltre questa può verificarsi anche in paesi che non segnalano casi, quindi il dato ufficiale è probabilmente sottostimato

L’infezione continua quindi a circolare in alcuni focolai naturali, soprattutto in Africa, ma oggi resta una malattia relativamente rara e geograficamente circoscritta, molto lontana dalle dimensioni delle epidemie che l’hanno resa tristemente celebre nella storia.

USA e Siberia, geografie inattese di un male antico

Non lo si immagina, ma la peste ha colpito in tempi recenti anche gli Stati Uniti. Tra il 1924 e il 1925 a Los Angeles si verificò una grave epidemia di peste bubbonica, dopo la prima registrazione ufficiale della malattia negli USA nel 1900, introdotta da ratti infetti giunti a bordo dei piroscafi dall’Europa.

Da allora, la forma bubbonica ha rappresentato l’80% di una media di sette casi all’anno negli USA. Secondo i Centers for Disease Control and Prevention (CDC), la maggior parte di questi contagi si è concentrata nel New Mexico settentrionale, nell’Arizona settentrionale, nel Colorado meridionale, in California, nell’Oregon meridionale e nel Nevada occidentale.

A luglio del 2025, in Arizona un uomo è deceduto per peste polmonare. Il paziente aveva lavorato con gatti, animali che possono trasmettere Yersinia pestis.

In Siberia invece la malattia è piuttosto rara e l’ultimo caso segnalato risale al 2016: un bambino di 10 anni della regione di Altai aveva assistito alla macellazione di una marmotta. Probabilmente il contagio era partito da lì.

Altri due casi sempre legati alla caccia alla marmotta, si sono verificati nel 2014 e 2015. Peraltro, la Siberia ha anche un ruolo centrale nella storia antica della peste. Studi di DNA antico su resti umani vicino al lago Bajkal (Siberia sud orientale) hanno mostrato che comunità di cacciatori raccoglitori furono colpite da ondate epidemiche di peste già circa 5.500 anni fa.

Antibiotici efficaci, ma solo se presi in tempo

La differenza fondamentale rispetto alle grandi epidemie del passato è che oggi la malattia è curabile. La peste ha natura batterica e risponde bene agli antibiotici, a patto che il trattamento cominci subito, possibilmente nelle prime 24 ore dalla comparsa dei sintomi.

I farmaci più impiegati sono streptomicina, gentamicina, doxiciclina e fluorochinoloni come ciprofloxacina e levofloxacina. Nei casi più gravi il paziente può aver bisogno di supporto respiratorio in terapia intensiva. Quando la cura viene avviata in tempo, il tasso di mortalità si attesta intorno al 10%.

Sul piano della gestione clinica, il malato deve essere isolato e il personale sanitario adotta precauzioni da goccioline. A chi è stato a contatto stretto con il paziente viene somministrata una profilassi antibiotica per alcuni giorni: è verosimilmente questo il criterio alla base delle misure messe in campo a Irkutsk. Quanto alla prevenzione, esistono vaccini sperimentali o autorizzati solo in contesti limitati, ma nessuno è entrato nell’uso comune come strumento di immunizzazione su larga scala.

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