Tre figure femminili hanno scandito la vita di Vassily Kandinsky (1866-1944), padre nobile dell’astrattismo, l’artista che ha ridefinito il linguaggio della pittura moderna, trasformando colore, forma e segno in emozione: la prima moglie, Anja Cimiakin, che lui lasciò quando decise di diventare pittore; Gabriele Münter, sua compagna per oltre un decennio, con cui convisse senza sposarsi; Nina Andreevskaja Kandinsky, sua devota moglie e custode instancabile della sua memoria. Le ultime due e le loro storie sono raccontate nella mostra dedicata a Kandinsky allestita a Palazzo Bonaparte a Roma, prodotta e organizzata da Arthemisia in collaborazione con il Centre Pompidou di Parigi e curata da Angela Lampe.
Oltre settanta opere, provenienti da musei internazionali e dal Pompidou (che conserva il più completo e importante nucleo di lavori dell’artista al mondo grazie alle donazioni e al lascito della moglie) raccontano le varie tappe della storia umana e artistica di Kandinsky.
Con la prima moglie viveva a Mosca mentre studiava giurisprudenza ed economia, iniziando una promettente carriera accademica. Fu proprio in occasione di una missione di ricerca sul sistema legislativo dei Sirieni, nel 1889, che fece la scoperta del colore. Entrando nelle isbe, le case di legno tipiche di questa popolazione, rimase senza parole dal colore che invadeva ogni centimetro, dai tappeti agli utensili, ai mobili. «Tutto era colore. Mi sentii circondato dalla pittura, nella quale ero dunque entrato», scriveva.
Altri due eventi nel 1896 si rivelarono significativi per la svolta che lo portò ad abbandonare la giurisprudenza per l’arte. Uno fu l’incontro con i Covoni di Claude Monet: davanti a quelle cupole di grano che sembravano dissolversi nel colore, Kandinsky comprese che un dipinto può emozionare anche senza rappresentare fedelmente la realtà; l’altro, l’ascolto del Lohengrin di Richard Wagner al Teatro Bol’šoj di Mosca: un’esperienza quasi rivelatrice che gli suggerì la possibilità di un’arte senza oggetto, capace di agire come la musica, evocando emozioni, ricordi e immagini interiori. «Scoprivo nell’arte in genere – scriveva – una potenza inaspettata e mi parve evidente che la pittura possedesse forze espressive e mezzi potenti come la musica».
Decise allora di trasferirsi a Monaco, cuore dell’Europa artistica di inizio Novecento, lasciando la Russia e la moglie che non approvava quel “colpo di testa”. Ammesso all’Accademia, fondò in seguito una sua scuola, Phalanx, aperta (straordinariamente) anche alle donne. E qui entra in scena la seconda figura femminile, Gabriele Münter, sua allieva. I due, stretti da una relazione personale e artistica, fondarono insieme a Franz Marc il “Der Blaue Reiter” (Il Cavaliere Azzurro), movimento che poneva al centro dell’arte la dimensione spirituale, emotiva e interiore dell’esperienza umana. Figura interessantissima eppure a lungo dimenticata, Münter viene riscoperta in mostra grazie a una selezione di opere di prim’ordine accompagnate da un’ampia documentazione, testi, fotografie, oggetti personali e materiali provenienti dalla Bibliothèque Kandinsky.
Quelli di Monaco furono anni che segnarono la svolta verso forme artistiche nuove, come testimoniano i dipinti presenti nello spazio centrale del percorso espositivo, con capolavori come L’Arco nero (1912), realizzato nello stesso periodo della pubblicazione del trattato Lo spirituale nell’arte, che teorizza che la pittura non debba essere imitazione della realtà ma espressione della “necessita interiore” dell’anima. L’arte deve parlare allo spirito prima ancora che agli occhi e i colori hanno una risonanza emotiva autonoma, come i suoni.
Con lo scoppio della Prima guerra mondiale Kandinsky fu costretto a tornare in Russia: questo momento segnò la separazione da Gabriele e, in seguito, il matrimonio con Nina, la terza donna della sua vita, che lo affiancò fino alla morte, avvenuta a Parigi nel 1944, divenendo custode instancabile della sua memoria.
Nel 1921 fu chiamato in Germania – prima a Weimar, poi a Dessau e Berlino – per insegnare al Bauhaus, centro nevralgico delle avanguardie europee, dove approfondì ulteriormente la relazione tra forma, colore e struttura compositiva, indirizzandosi verso un astrattismo più geometrico, teorizzato nel saggio Punto, linea e superficie (1926). Questa fase è documentata in mostra da un capolavoro come Gelb-Rot-Blau (1925), in cui forme e colori – in particolare il rapporto tra colori primari e forme geometriche – si organizzano secondo una logica quasi musicale.
La chiusura della scuola nel 1933 da parte del regime nazista lo costrinse a trasferirsi a Parigi, dove rimase fino alla morte nel 1944. In questi anni abbandonò la geometria per introdurre nuove forme, legate all’interesse per le scienze naturali, la biologia, l’embriologia. I suoi dipinti francesi si popolano di figure biomorfe fluttuanti, amebe, molecole, cellule. «Ogni opera d’arte giusta (ossia vera) è un essere vivente», annotava.
Nei suoi ultimi dipinti, nonostante il dramma della guerra, Kandinsky rivelava così una «serena adesione alla vita», poiché l’arte è «un linguaggio che parla all’anima con parole proprie, di cose che per l’anima sono pane quotidiano, e che solo così può ricevere».
Kandinsky
Roma, Palazzo Bonaparte
dal 15 settembre 2026 al 14 febbraio 2027
www.mostrepalazzobonaparte.it