Immersioni in grotta, i 4 precedenti fatali in Italia

L’incidente mortale dello scorso maggio alle Maldive non è un evento isolato. Palinuro, Ischia e Isola delle Formiche sono lo scenario dei fatti più gravi accaduti di recente nel nostro paese

Immersioni in grotta, i 4 precedenti fatali in Italia
Subacqueo in una grotta sottomarina a Long Canyon, Mar Rosso, P. HeitmannShutterstock

Le immersioni in grotta sono tra le esperienze più intense che un subacqueo possa vivere: ambienti silenziosi, modellati dall’acqua e dalla roccia, dove la luce naturale lascia spazio a un buio profondo e suggestivo. Ma richiedono preparazione, sangue freddo e rispetto per l’ambiente.

La tragedia delle Maldive, che lo scorso 14 maggio è costata la vita a cinque subacquei italiani, riporta l’attenzione sui rischi di queste esplorazioni e sulla necessità di non sottovalutare le insidie che si nascondono nelle cavità marine. Gli esami autoptici resi noti ieri hanno stabilito che il decesso è avvenuto per asfissia, dopo l’esaurimento della riserva d’aria, mentre si trovavano a circa 60 metri di profondità.

Oltre il tempo consentito dall’autonomia delle bombole resta ancora il dubbio su come sia potuta accadere una tragedia simile, trattandosi di sub considerati super esperti. Poiché dagli esami tossicologici non risultano anomalie, l’ipotesi è una perdita di orientamento. Anche in assenza di lesioni che facciano pensare a un attacco di squali, né a un incidente che abbia richiesto l’intervento degli altri sub.

Cosa è successo alle Maldive?

Il medico legale ha accertato che i cinque subacquei italiani – Monica Montefalcone, la figlia Giorgia Sommacal, Federico Gualtieri, la guida subacquea Gianluca Benedetti e Muriel Oddenino – sono morti per aver esaurito le riserva d’aria. È importante notare che in ambito tecnico e medico-legale si parla di aria e non di ossigeno, perché nelle bombole ricreative si respira aria atmosferica compressa: circa 78% azoto e 21% ossigeno.

L’ossigeno puro, oltre i 6 metri di profondità, diventerebbe tossico per il sistema nervoso. Terminate le scorte della miscela respiratoria, il gruppo è rimasto bloccato nel buio della cavità. Sono state escluse intossicazioni o aggressioni della fauna marina. Il caso delle Maldive è l’ennesimo capitolo di una scia di incidenti legati alle immersioni in grotta, unisce mari tropicali e Mediterraneo.

Perché il silt-out rende le immersioni in grotta più pericolose

Nelle immersioni tradizionali in mare aperto la salvezza è a portata di mano, in superficie: in caso di emergenza si risale con le dovute accortezze. Nelle immersioni in grotta, definite ambienti overhead, sopra la testa c’è un soffitto di roccia e la via di fuga verticale non esiste. A trasformare una cavità in trappola è spesso il silt-out. Bastano poche pinnate sbagliate sul fondale per sollevare sedimento depositato nei secoli.

Il fango sottilissimo resta in sospensione nell’acqua salata e in pochi secondi azzera la visibilità. Le torce diventano inutili: la luce rimbalza sul pulviscolo come i fari di un’auto nella nebbia. Senza contatto visivo con l’uscita o senza sagola di guida, il filo d’Arianna della speleosubacquea, l’orientamento svanisce. È qui che le immersioni in grotta mostrano il loro volto letale.

L’incidente di Capo Palinuro

Capo Palinuro, in Campania, è considerata la capitale italiana delle immersioni in grotta, ma è il luogo di una pagina dolorosa nel mondo della subaquea. Il 30 giugno 2012, nella Grotta del Sangue (nota anche come Grotta della Scaletta), quattro sub vi persero la vita. La spedizione era partita alle 11.30 del mattino da uno dei più noti diving center della zona.

Il gruppo era composto da diverse persone, tutte equipaggiate con torce e attrezzatura regolare. Ma una volta all’interno della cavità, il fango sollevato dalle pinne azzerò la visibilità. Quelli in coda riuscirono a risalire prima che fosse troppo tardi; gli altri quattro rimasero bloccati.

Gli esami del medico legale confermarono l’annegamento come causa del decesso: i quattro avevano tentato una risalita disperata senza tappe di decompressione, come testimoniato dalla rottura dei timpani. Altri sub del gruppo riuscirono a mettersi in salvo; l’organizzazione dell’escursione era a cura del diving “Pesciolino Sub”, il cui titolare, Roberto Navarra, fu poi condannato per omicidio colposo.

La stessa grotta era già stata teatro di un’altra tragedia l’11 settembre 1996, quando tre subacquei polacchi dell’Academy Club di Cracovia avevano perso la vita. Fall Spyrka, 19 anni, Gregorz Sosinka, 21, e Witold Olszowski, 37, furono trovati a circa 45 metri di profondità, all’interno di un lungo cunicolo. Entrambi erano in possesso di patentino e avevano già eseguito immersioni per tutta la settimana, servendosi di gommoni e cartine dei fondali. I sub locali li avevano avvisati della pericolosità di quelle grotte.

Ischia 2017: la grotta delle Formiche

Il 13 agosto 2017, nella Secca delle Formiche, tra Ischia e Vivara, in piena Area Marina Protetta “Regno di Nettuno”, persero la vita due subacquei: Antonio Emanato, 42 anni, istruttore subacqueo e titolare di un centro diving di Bacoli, e Lara Scamardella, 13 anni, figlia di un suo amico.

I due rimasero intrappolati in una cavità a circa 12–15 metri di profondità, traditi dalla fanghiglia smossa dalle correnti e dal loro passaggio, che aveva reso impossibile ritrovare la via d’uscita durante quelle immersioni in grotta.

Il corpo dell’istruttore fu recuperato nel pomeriggio; quello della ragazza il giorno successivo, poco distante dalle bombole dell’uomo. Secondo la ricostruzione, Emanato, rendendosi conto delle difficoltà, lasciò l’ossigeno delle sue bombole a Lara. La vicenda giudiziaria si è protratta per anni: dopo una condanna in primo grado e un’assoluzione in appello, la Cassazione ha disposto un nuovo processo.

Grosseto, il mistero del monossido

Il 10 agosto 2014, al largo delle Isole Formiche di Grosseto, nella Secca di Mezzo, una discesa di gruppo finì in tragedia con tre vittime. I quattro sub, partiti da Talamone – tutti della provincia di Perugia -, si erano immersi a circa 40 metri di profondità.

Le vittime furono Fabio Giaimo, 57 anni, medico anestesista-rianimatore dell’Asl di Perugia e istruttore sub, Gianluca Trevani, 35 anni, ed Enrico Cioli, 37 anni, di Bastia Umbra. Un quarto sub fu ricoverato in gravi condizioni per embolia.

Secondo le prime ricostruzioni, uno del gruppo avrebbe cominciato a risalire forse perché si sentiva male; gli altri, nel tentativo di soccorrerlo o presi dal panico, avrebbero cercato di riemergere senza le dovute decompressioni.

Le indagini della Procura di Grosseto portarono a una perizia sulle bombole: nelle bombole dei tre sub morti fu rilevata la presenza di monossido di carbonio e nel loro sangue tracce di carbossiemoglobina. Per quelle morti fu indagato il titolare del diving Abc di Talamone, che aveva fornito le bombole già caricate, nell’ambito di un’inchiesta per omicidio colposo.

Quanto conta il fattore umano

Che si tratti delle acque cristalline dell’oceano Indiano o delle pareti calcaree del Tirreno, la fisica e la psicologia della subacquea durante le immersioni in grotta non cambiano. Le inchieste svolte negli anni su Palinuro, Ischia e Formiche hanno dimostrato che quasi mai a uccidere è il guasto tecnico dell’attrezzatura. Nonostante i progressi tecnologici, la morte sotto la superficie arriva per la combinazione tra sottovalutazione dell’ambiente ostruito e la reazione fisiologica al panico.

Il panico spinge l’organismo a consumare l’aria a una velocità quadrupla rispetto al normale. Per questo le immersioni in grotta richiedono addestramento specifico, ridondanza delle attrezzature, sagole, pianificazione delle scorte e una disciplina mentale che non lascia spazio all’improvvisazione. Il rispetto assoluto delle regole resta l’unico vero margine di salvataggio. Anche se non si può mai escludere la fatalità, anche in caso di super esperti.

La scia di incidenti dalle Maldive a Palinuro, da Ischia alle Formiche di Grosseto non è una sequenza di casi isolati. È la prova che le immersioni in grotta non perdonano errori di valutazione, e che la bellezza di un ambiente sommerso può nascondere una trappola perfetta.

Per questo richiedono addestramento specifico, ridondanza delle attrezzature e una ferrea disciplina mentale, come ricordano anche le linee guida della Capitaneria di Porto e le raccomandazioni di DAN Europe. Mentre la subacquea ricreativa continua a spingere verso nuove destinazioni, la formazione e i protocolli dovranno aggiornarsi con la stessa rapidità. Gli abissi possono essere fatali e prepararsi al peggio è forse l’unico modo per continuare a esplorarli. Anche da sub esperti.

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