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Nel cantiere del «giallo d’ambiente»: da Sciascia a Francesco Pinto

Nato come strumento per indagare la società, il poliziesco radicato nel territorio si conferma una radiografia potente delle trasformazioni italiane

Nel cantiere del «giallo d’ambiente»: da Sciascia a Francesco Pinto
Leonardo Guzzo|01 settembre 2026|15:44

Negli anni Settanta Leonardo Sciascia, grande cultore di ‘gialli’, si impegnò in un’appassionata rivalutazione del genere, fino a quel momento considerato di serie B. Scrittori di rango, amati dallo stesso autore siciliano, rimproveravano al giallo una “orribile mediocrità” e il peccato di essere “alla portata di tutti”: con una formula quasi pornografica, i libri polizieschi facevano appello agli “istinti più bassi dell’uomo” e finivano per diventare pericolosi “acceleratori di volgarità”. Ai gialli (che si chiamano gialli solo in Italia, per via del colore di una celeberrima collana lanciata da Mondadori nel 1929) Sciascia riconosceva invece una formidabile funzione euristica, rivelatoria. Fanno appello sì a un istinto fondamentale dell’uomo: quello enigmistico, la fascinazione per il mistero e la necessità di trovare un senso, una spiegazione; ma al tempo stesso, attraverso questo formidabile stratagemma, possono dire molto sull’uomo stesso, e soprattutto sul modo in cui interagisce con gli altri uomini in quel meccanismo complesso e fragilissimo che è la società. Sciascia aveva abbracciato il genere fin da Il giorno della civetta, che nel 1961 segnò la sua consacrazione letteraria, e al tempo stesso aveva sentito l’esigenza di riformarlo. I gialli del “maestro di Racalmuto” sono raffinati congegni intellettuali, ancora prima che narrativi, opere politiche e filosofiche, in cui si riflette sul potere, la corruzione, la menzogna, la legge, la moralità, la giustizia sociale, la ragione e l’istinto. Tutto si radica in un ambiente, geografico e storico, al punto di diventarne la cartina di tornasole, oppure diventa così radicalmente allusivo da sfiorare il ‘metafisico’. Il crimine, il delitto è come una ferita che squarcia l’ordine apparente di qualcosa, il sonno incallito di un paese di provincia, una famiglia, una comunità, un’organizzazione o perfino (come ne L’affaire Moro) di un’intera nazione. Solo la ferita permette di raggiungere – e svelare – la carne viva, e tutto il tumulto, il rimescolio (e spesso il verminare disgustoso) che mantiene l’ordine superficiale. Il caso investigativo è un’epifania, il sintomo di una malattia: quasi mai la racchiude e la risolve; e la sua soluzione è solo un palliativo, una vittoria in battaglia, che aiuta semmai a prendere coscienza di un’emergenza più vasta. Col tempo, il giallo d’ambiente auspicato da Sciascia s’è fatto, in Italia, sempre più popolare: ne sono diventati alfieri Andrea Camilleri con il suo commissario Montalbano, sperso nella Sicilia assolata e crudele di Vigata; Gianrico Carofiglio con la Bari noir dell’avvocato Guerrieri; Maurizio De Giovanni con la Napoli degli anni Trenta, teatro delle avventure del commissario Ricciardi, o quella dei nostri giorni, che ospita le inchieste dei Bastardi di Pizzofalcone.

Al filone si è accodato, nel 2023, anche Francesco Pinto, già direttore della sede Rai di Napoli e oggi professore all’Università Suor Orsola Benincasa. Gli strani casi del Club 22, pubblicato da HarperCollins, ha sancito il suo esordio nel genere giallo, con un romanzo ambientato nella Napoli di inizio anni Sessanta e incentrato intorno alle indagini di un piccolo gruppo di investigatori dilettanti, acuti e strampalati, che lavorano gomito a gomito in un night club. C’è il cavalier Edoardo De Angelis, il proprietario; il pianista Samuele Caputo, detto Sam, che ha il pallino di trasporre in napoletano i classici della canzone americana; la spogliarellista Lucy Del Re, con le sue disinvolte citazioni letterarie; e la responsabile di sala Natalia de Gennaro, detta Natascia, acuta osservatrice dell’animo umano. Dopo aver salvato un pover’uomo dalle grinfie degli strozzini, nell’avventura d’esordio, quelli del Club 22 tornano in libreria con un nuovo caso, La ricchezza non giova ai morti, in cui bisogna dare un nome all’assassino di Angelo Rapace, costruttore senza scrupoli e incallito giocatore d’azzardo. L’ambiente dell’inchiesta è la Napoli del 1962, che si espande rapidamente sulla collina del Vomero in un vortice di affari e abusi edilizi. Una nuova borghesia, rampante e spregiudicata, emerge sulla scena; quella vecchia cambia pelle per stare al passo e si lascia travolgere in una danza macabra di prepotenza, cinismo e vizio, che mette a nudo l’anima più oscura della città. Oltre che seriale, il giallo di Pinto è corale: l’indagine sul caso si sviluppa attraverso il contributo di tutti i personaggi, in un continuo rimpallo di azioni e prospettive. Ma l’indagine è in fondo, secondo i dettami di Sciascia, solo un espediente per ritrarre un quadro sociale. C’è la Napoli vecchia e la Napoli nuova, quella che deriva dall’espansione edilizia ma anche da un mutamento antropologico, direbbe Pasolini, degli abitanti; c’è la Napoli ‘carnale’ del popolo e quella della borghesia; c’è la borghesia colta, sensibile, inevitabilmente idealista e inevitabilmente disillusa, e c’è la borghesia torbida e arrampicatrice dei palazzinari; c’è il mondo un po’ magico degli artisti. Tutto si condensa in personaggi fortemente caratterizzati e insieme tipici, al punto che, presentandoli in esordio, Pinto riassume di ciascuno, in una parola, lo spirito. È una classificazione che ricorda quella celeberrima di Luciano De Crescenzo “uomini di guerra e uomini d’amore” e traccia una linea netta tra ‘sommersi’ e ‘salvati’. Alla fine della vicenda, più complesso di quanto si credesse, pure un equilibrio si ristabilisce: affondano gli avidi e i materialisti e restano a galla quelli che, per una forma di saggezza istintiva e molto napoletana, trovano la felicità in ciò che hanno.

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