L’immagine più dolorosa che porto dentro è quella del mio collega Nino. Lo accompagnai a Sondalo per alcuni controlli, dopo che l’Inail aveva addirittura sostenuto che le sue patologie fossero migliorate. Gli esami, invece, rivelarono un mesotelioma in fase avanzata. Cercai fino all’ultimo di ottenere il riconoscimento dell’aggravamento della sua malattia, ma arrivò solo dopo la sua morte. Non dimenticherò mai le sue ultime parole: «Non sei riuscito a convincere i medici che sto per morire». Per anni ha respirato la stessa polvere maledetta che avrebbe ucciso decine di suoi colleghi. Ha mangiato accanto ai macchinari ricoperti di fibre di amianto, convinto, come tutti gli altri operai, che quel lavoro fosse sicuro. Oggi, a distanza di tanto tempo dal suo ingresso nello stabilimento “Sacelit” di San Filippo del Mela, in provincia di Messina, Salvatore Nania è il volto di una delle più lunghe e importanti battaglie italiane per il riconoscimento dei diritti delle vittime dell’amianto. Presidente del Comitato Permanente Esposti Amianto e Ambiente di Milazzo, Nania non è arrivato all’impegno civile per scelta ideologica o per mestiere. Ci è arrivato da operaio. Da uomo che quella fabbrica l’ha vissuta ogni giorno, respirandone la polvere e condividendone anche le speranze. «Quando la Sacelit aprì i battenti nel 1956 – dice in premessa Salvatore Nania – rappresentò una grande occasione per questo territorio in cui il lavoro era un miraggio. Eravamo in un’area prevalentemente agricola e lavorare lì significava avere uno stipendio sicuro. Tutti volevano entrarci». Nessuno, però, sapeva davvero a quale prezzo. Assunto nel 1971 come addetto all’assistenza elettrica, l’uomo conosceva ogni reparto dello stabilimento. «Giravo in tutta la fabbrica e vedevo tutto. Ma nessuno ci parlava dei rischi. I dirigenti non ci dissero mai che stavamo lavorando a contatto con una sostanza mortale». Le fibre di amianto erano ovunque. Si posavano sugli abiti, entravano nei polmoni, finivano perfino sul cibo. «Durante i turni 6-14, 14-22 o 22-06 mangiavamo all’interno dell’azienda, accanto alle lavorazioni. Quando chiesi spiegazioni mi dissero che non c’erano assolutamente problemi». Il momento che cambiò la sua vita arrivò nel 1979. Come ogni mattina, aprì le pagine del Corriere della Sera. Un titolo lo colpì: “Primi decessi per tumore provocati dall’amianto nelle fabbriche di cemento-amianto”. «Lo ricordo come se fosse ieri – continua -. Mi gelò il sangue. In quel momento collegai quell’articolo ai colleghi che avevamo già perso negli anni precedenti».

Questa fu la scintilla che trasformò un operaio in un sindacalista e, successivamente, in un punto di riferimento per centinaia di famiglie. Entrò nel Consiglio di fabbrica e iniziò una lunga stagione di rivendicazioni. Chiese protezioni, controlli sanitari, informazioni. Pretese che si parlasse apertamente dei rischi. Da quella battaglia, insomma, nascerà un impegno destinato a durare tutta la vita. Nel 1992 arrivò una svolta storica per il nostro Paese: dopo anni di mobilitazioni sindacali, venne approvata la legge che mise definitivamente al bando l’amianto in Italia. Per Nania, però, quella non fu la fine della storia. Anzi, il contrario. La Sacelit chiuse definitivamente. I lavoratori iniziarono ad ammalarsi. Arrivano i primi mesoteliomi, i tumori polmonari, le asbestosi. E arrivano anche le vittime indirette: mogli che avevano lavato per anni le tute impregnate di polvere, figli inconsapevolmente esposti tra le mura domestiche. Fu inevitabile far nascere una nuova lotta. Il sindacalista, con l’avvocato Corrado Martelli, avviò nel 1996 i primi ricorsi davanti al Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto. Sempre nello stesso anno fondò il Comitato Permanente Esposti Amianto e Ambiente e, da allora, ha ottenuto importanti risultati, tra cui un accordo risarcitorio con la Sacelit e il protocollo con l’ASP di Messina per la sorveglianza sanitaria gratuita degli ex esposti e dei loro familiari. I numeri però accecano. Su circa 220 lavoratori della Sacelit, le vittime sono già 170. A loro si aggiungono almeno dieci familiari deceduti per esposizione domestica e sei figli colpiti da patologie correlate all’amianto. Oggi la battaglia continua. Perché la storia della Sacelit è anche la storia di un uomo che ha trasformato la propria esperienza di operaio in una missione civile per ottenere verità, giustizia e tutela per migliaia di persone. E il futuro preoccupa, ma anche la sensibilizzazione su un tema molto spesso dimenticato: «Nel 2010 – ricorda Nania – abbiamo ampliato la nostra azione anche alle problematiche sanitarie degli ex esposti della Centrale Enel di San Filippo, alla Raffineria di Milazzo e soprattutto agli ex esposti della Società Pneumatici Pirelli di Villafranca, dove i decessi e le patologie altamente invalidanti non si contano, sia per esposizione a fibre di amianto che a tutti quei prodotti altamente cancerogeni. Non è facile, in quanto ci stiamo scontrando con colossi produttivi che non vogliono cedere, ma noi proseguiremo nel tutelare i più deboli, coloro che soffrono, affinché giustizia sia fatta». E infine arriva un appello: «Oggi chiediamo alle istituzioni – considerati i casi che annualmente sfociano in patologie ambientali, oltre che professionali – l’immediata bonifica del territorio nazionale di tutti i prodotti altamente cancerogeni. Infatti, se anche si riuscisse a bonificare tutto il territorio entro il 2027, si continuerà a parlare di decessi causati dalle fibre di amianto per ben oltre 30 o 40 anni. Ai giovani vorrei dire di proseguire le nostre battaglie, ampliarle nei confronti di chi amministra. Noi lo abbiamo appena fatto per tutti i sindaci della regione Sicilia, in quanto sono loro i diretti responsabili della salute dei cittadini».