Quando incontro persone anziane per motivi di lavoro, e cerco di capire l’origine di difficoltà e di angosce, la risposta più frequente che ricevo, oltre a quelle riguardanti la salute fisica, è la paura della solitudine. Una realtà rilevata anche da diverse indagini, che ne mettono in luce le dolorose ricadute sulla salute e sul benessere in generale. Sembra quasi si tratti di un’epidemia incontrollabile; però abbiamo il dovere di lenirla, quando possibile, anche per interesse personale: una comunità di donne e uomini soli è un luogo invivibile per tutti! Dobbiamo, invece, impegnarci per costruire un “mondo possibile”, dove la solitudine viene combattuta e sconfitta.
Non posso nascondere, in particolare, il disagio del medico, non sempre in grado di dare speranza o almeno di consolare; posso però sottoporre ai lettori alcuni atti semplici, e apparentemente banali, in modo che ne giudichino l’effettiva utilità e, se necessario, li mettano in pratica. Potrebbe essere una sorta di guida, con consigli formali che valgono per chi si impegna con intelligente generosità nel compito difficile di attutire le conseguenze negative della solitudine.
Il primo consiste nel colloquio stesso, condotto senza fretta, con attenzione ai particolari, interloquendo in modo specifico e non generico. In generale è opportuno ascoltare più che parlare; talvolta, tuttavia, l’interlocuzione è necessaria per dimostrare che si è concentrati sui bisogni di chi ascolta. Mai guardare l’orologio, vagare con gli occhi, sbadigliare, muoversi sulla sedia: la mancanza di concentrazione ha linguaggi ben chiari! Chi è solo ha molto tempo a disposizione: non apprezza la fretta del suo interlocutore!
Un secondo punto da considerare riguarda la promessa di accompagnamento nel tempo: “qualsiasi cosa succeda, la nostra relazione è solida e io terrò sempre teso il filo che ci lega”. In questa prospettiva è utile garantire la risposta alle chiamate telefoniche, anche se è una promessa che può diventare pesante. È importante, però, non deludere con una mancata risposta! Nel caso, richiamare, pensando che probabilmente quello squillo è il primo (e l’ultimo) della giornata che l’interlocutore riceve.
Un altro punto riguarda l’invito a non coltivare aprioristicamente giudizi negativi sugli altri, e sulla comunità in generale, perché questi sarebbero lontani, chiusi nell’egoismo, incapaci di rompere la loro bolla protettiva (che poi tanto protettiva non è, e spesso nasconde dolore e fatica). Non accettare mai generici giudizi negativi su “gli altri”; non inducono, infatti, alcuna consolazione, mentre rinforzano l’impressione di una solitudine che non può essere lenita.
Un altro invito, tra i molti, consiste nel suggerire punti di appoggio dove parlare della propria situazione. Nel caso della vita di coppia, con un coniuge affetto da demenza, può essere utile, ad esempio, l’indicazione di iscriversi a un Caffè Alzheimer. Sono luoghi di ritrovo settimanale o più frequente, dove i caregiver (i “curacari”) possono rompere la loro solitudine, parlando con persone che si trovano nella stessa condizione, e spesso nella stessa disperata solitudine. È utile lo scambio di informazioni pratiche su come meglio assistere, ma anche su come costruire condizioni psicologiche personali perché la cura non sia solo fatica, ma possa produrre effetti positivi su chi la dona. Cura e solitudine sono due parole che vanno nella stessa direzione: si aiutano l’una con l’altra!
Possono essere utili anche indicazioni concrete rispetto alle normali attività giornaliere, in modo da allontanare la persona sola, almeno per qualche tempo, dalle proprie vicende di dolore. È possibile suggerire pasti con qualche spunto di novità (ma le donne sole sanno già che concentrarsi sulla cucina è un modo talvolta efficace per allontanare la sensazione di solitudine). Per gli uomini la cucina non è un fattore di distrazione, come invece potrebbe essere il gioco di carte in solitario. La televisione non è una valida antagonista della solitudine; anzi, spesso rischia di far sentire ancor più solo l’anziano che ha trascorso ore davanti allo schermo. Percepisce un vuoto che si presenta particolarmente la sera, accompagnato dell’angoscia di non poter condividere momenti di vicinanza ed eventualmente i commenti su quanto visto.
Infine, è doveroso suggerire alcune azioni, anche se realisticamente non sempre possibili da concretizzare, come l’invito a frequentare circoli, associazioni, gruppi di hobbisti. Tuttavia, se un individuo non ha mai sentito il fascino di queste aggregazioni in età giovanile e adulta, è difficile che ciò possa realizzarsi in vecchiaia. Lo stesso dicasi per la lettura di libri: è impossibile per chi non li ha amati avvicinarsi alla lettura in età avanzata, anche perché il demone della solitudine si infila in ogni pagina e allontana la possibilità di concentrazione.
Mi rendo conto delle realtà difficili che si incontrano nel percorso di supporto ad una persona sola. Però, dobbiamo onorare un impegno che deriva dalla coscienza che solo noi possiamo sconfiggere la peggiore malattia che colpisce così duramente tanti nostri concittadini. Per costruire, per quanto è nelle nostre capacità, un “mondo possibile”.
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