Una corsa di pochi secondi, nella quale si risolvono mesi di impegno e duro allenamento. Questa, in sintesi, l’essenza delle gare di velocità in atletica leggera, una disciplina nella quale storicamente hanno prevalso Stati Uniti, Giamaica, l’ex Unione Sovietica e alcuni Paesi est europei. In questo stuolo di campioni, periodicamente, si è inserita l’Italia. Nel 1960, alle Olimpiadi romane, fu Livio Berruti a conquistare il primo oro tricolore nei 200 metri piani. Circa venti anni dopo, ci fu l’era di Pietro Mennea, recordman e oro a Mosca 1980 sempre nei 200. Gli allori di Marcell Jacobs e Filippo Tortu sono storia dei giorni nostri. Insieme alla Freccia del Sud, nel novero della squadra azzurra figurava anche il romano Stefano Tilli, che racconta l’esperienza ventennale di atleta e poi di allenatore e divulgatore sportivo.
Stefano Tilli, si presenti ai nostri lettori.
Posso dire che l’atletica è stata la mia vita. E di questo devo dire grazie ai miei genitori per i geni che mi hanno donato. Ci vuole una particolare predisposizione fisica e muscolare per affrontare lo sprint. Insomma velocisti si nasce. Ma bisogna riconoscere che questo talento deve essere mantenuto e migliorato con l’allenamento e il sacrificio, e in questo mi è stato di insegnamento il mio ‘mentore’, Pietro Mennea, che faceva dell’impegno giornaliero il suo vangelo.
Con Pietro ha fatto parte della staffetta italiana che si è tolta diverse soddisfazioni.
Sì, e non bisogna dimenticare anche Pierfrancesco Pavoni e Carlo Simionato, che facevano parte di quella squadra della 4 x 100. Partivo io nella prima curva, poi Simionato che dava il testimone a Pavoni e, infine, Mennea chiudeva il giro di pista. Quattro nomi che ancora oggi sono nel cuore degli appassionati e forse devo dire che abbiamo tracciato la strada per le vittorie olimpiche ottenute da Jacobs nei 100 piani e dalla staffetta alle Olimpiadi di Tokyo 2020.
In una disciplina essenzialmente individuale come la corsa veloce come si prepara la staffetta, in cui è la squadra che deve funzionare?
Noi italiani, a differenza di americani e giamaicani, curiamo con molta attenzione e con appositi raduni i cambi e il passaggio del testimone. Si guadagna molto se si riesce a fare questa fase senza incertezze. Così riuscimmo a conquistare l’argento ai mondiali di atletica leggera del 1983 a Helsinki, superati solo dalla squadra Usa di Carl Lewis e compagni, che in quell’occasione fece il record del mondo.
È stata quella l’epoca in cui la fisicità dei velocisti è cambiata radicalmente?
Sì, gli sprinter erano sempre più sviluppati muscolarmente, mettendo da parte il canadese Ben Johnson che utilizzò sostanze vietate per potenziare la sua struttura fisica e per questo venne radiato. Anche noi italiani iniziammo a sollevare pesi in palestra per accrescere i nostri muscoli, ma devo dire che nel mio caso fu un errore, perché aumentando il mio peso persi qualcosa in velocità. Il fisico ideale per un velocista invece è avere gambe potenti su un busto leggero. Questo è il rapporto ottimale.
Che cosa le ha fatto scegliere l’atletica e la velocità?
Era il 1980, ero in vacanza ad Ischia, e a quell’epoca giocavo a calcio a livello giovanile. Nel pomeriggio lasciavo la spiaggia e gli amici per vedere le Olimpiadi di Mosca. La vittoria di Mennea nei 200 metri, con quella fantastica rimonta sul britannico Allan Wells, mi mise dentro una sorta di fuoco sacro e il desiderio di emulare Pietro. Qualche mese dopo feci delle prove in pista che mi fecero capire quale fosse il mio futuro agonistico.
Che cosa hai imparato da Mennea?
Da lui ho imparato che i risultati si ottengono con forza di volontà, abnegazione e sacrificio, anche se il talento non è ai massimi livelli. Ricordo con emozione quando venni invitato a fare uno stage al centro federale di Formia; Carlo Vittori, allenatore di Mennea, mi fece fare delle ripetute proprio con Pietro, che era il mio mito, e devo dire che sulle ali dell’entusiasmo gli ho un po’ tirato il collo. Poi siamo diventati amici e lui, che aveva dieci anni più di me, è stato per me una sorta di fratello maggiore.
La sua esperienza l’ha trasmessa, come allenatore, soprattutto a Merlene Ottey, grandissima velocista giamaicana.
È stato un bellissimo periodo, iniziato quando correvo ancora, e Merlene, con la quale ho anche avuto un legame affettivo, con me ha migliorato tutte le sue prestazioni. Per me è la migliore sprinter di tutti i tempi, al di là dei risultati ottenuti.
Ha partecipato a quattro Olimpiadi e cinque Mondiali. Ha vinto 5 ori ai Giochi del Mediterraneo. È ancora primatista italiano dei 200 metri indoor con 20.52, che fu anche primato mondiale. Campione europeo. Le è mancata la medaglia olimpica?
Tocca un nervo scoperto. Quando arrivammo quarti nella staffetta olimpica, davanti a noi c’erano squadre con atleti dopati e squalificati. Beh, quella medaglia non mi è stata mai assegnata. Ma, al di là delle medaglie e delle coppe, quello che mi rimane dello sport sono i valori, come la correttezza e la lealtà, che sono ancora alla base della mia vita.
Foto: ARCHIVIO FIDAL